Ancora troppi muri e barriere nel mondo globalizzato

– L’Italia, l’Europa, soprattutto il resto del pianeta, sono spesso quasi soffocati da contrasti, piccoli e grandi. Che il grado di democrazia presente per certi versi determina.

Problemi economici, sociali, di libertà collettive o individuali che contrastano il progresso, la modernizzazione, lo sviluppo condiviso. Ad essere contesi, non di rado, e ancora, a rischio di tante vite umane, i diritti, il loro riconoscimento.

Lenin, Stalin, Ceausescu, Gheddafi, Saddam Hussein, Mubarak, Assad, Urss e Romania, Libia, Egitto, Siria e Iran. Tanti luoghi e personaggi che rappresentano, nel passato recente e nel presente, il lungo accantonamento temporale di diritti fondamentali. Poi, con il loro “superamento”, con il riscatto degli oppressi, un nuovo capitolo. Ma spesso il dialogo, l’interesse generale veicolato dai media, si focalizza su barriere ideologiche da superare, pensieri stereotipati da smontare. Forze immateriali che alimentano contraddizioni, lotte, che annientando talvolta la piena esplicitazione della democrazia, provocano la nascita di enclave di scontenti di delusi, persino di umiliati.

In Italia, per la politica del Paese, significa oltrepassare gli schieramenti tradizionali, la Destra e la Sinistra. In Medio Oriente equivale al superamento degli orrendi dispotismi laici e al ristabilimento di libertà e diritti. Tutto questo, e molto altro, è riconducibile più o meno latamente ad una sospensione della democrazia, ed ingenera una tensione naturale, spesso sollecitata non soltanto da spinte interne all’ambito geografico nel quale si realizzano, ad andare “oltre”. Ad un loro superamento. Ma, paradossalmente, proprio questa legittima tensione, questo sforzo nel contrasto all’ostacolo, che catalizza così tanto e giustificato interesse, contribuisce all’oblio delle barriere fisiche. Alla silenziosa conservazione di limiti invalicabili, di forze materiali. Fisicamente baluardi di ben altre forze. Pensieri, idee, libertà insomma.

La storia dell’antichità, con i tanti assedi alle mura di numerosi centri urbani, costituisce, anche idealmente, il riferimento più immediato alle barriere moderne. I possenti circuiti murari, descritti dagli autori antichi come di dimensioni e struttura tali da farne delle solide difese, hanno rappresentato, non solo nella loro “fisicità”, delle barriere. Il loro superamento, il far breccia in alcune delle loro parti, la possibilità di penetrare all’interno di città. Di annettere centri di potere e le tante persone che le abitavano. Il superamento di quei limiti diveniva il modo per scrivere nuove pagine di storia, per ridisegnare una nuova geografia. Così le mura della fenicia Tiro per Alessandro Magno, quelle di Troia per i Greci e quelle della rocca sul Campidoglio, a Roma, per i Galli.

Da quelle barriere, valicate, a quelle contemporanee, ancora pienamente “facenti funzione”. Quelle sopravvissute al muro di Berlino, il “baluardo di protezione antifascista”, che dall’agosto 1961 quando la Repubblica Democratica Tedesca ne iniziò la costruzione, per 28 anni è stato il più imponente simbolo della Guerra fredda. A più di venti anni dal crollo del muro che aveva diviso in due il Paese, il mondo è ancora percorso da chilometri di sbarramenti. Militarizzati, ma spesso ancora giustificati con la pretesa di costituire una “protezione”. In realtà pretesti per tenere in ostaggio tante persone e la loro Storia.

Una è la cosiddetta “barriera di sicurezza” o “barriera anti-terrorismo”, che separa Israele e Cisgiordania, la cui costruzione è iniziata nel 1994. Quel muro, 700 chilometri di cemento armato, reti, cancelli, filo spinato, torri di controllo e varchi, impone collegamenti che richiedono drammatiche etichette, come quella di sunken road, “strada inabissata”, che collega Ramallah e l’enclave palestinese di Bir Nabala, a nord-est di Gerusalemme.
Un’altra, “l’ultimo muro d’Europa”, a Cipro. La barriera che divide in due l’isola e la sua capitale, Nicosia, è oggi transitabile nella centralissima Ledra Street, tra boutique e trattorie, sotto l’occhio vigile dell’Onu. Nel muro si aprono dei varchi, mentre nei due musei del terrore che raccontano ciscuno la propria versione della storia, si estende spazialmente la divisione innescata dalla raffazzonata barriera di pietre, mattoni e lamiere che separa la zona turca da quella greca.

A Belfast, poi, le chiamano “peace lines”. Sono le barriere che dalla fine degli anni Sessanta separano le zone a rischio dell’Irlanda del Nord, i quartieri cattolici e quelli protestanti della capitale, di Derry, di Portadown. Muri discontinui di ferro e mattoni, con cancelli, sbarrati durante la notte, sorvergliati dalla polizia.
E poi Ceuta e Melilla, enclavi iberiche in terra marocchina. Contese dal governo marocchino che le reclama ufficialmente dal 1982, recintate, sorvegliate, piccole isole di Schengen nel turbolento Oceano indiano. Dalla seconda metà degli anni Novanta il governo spagnolo, incapace di arginare il flusso di migranti subsahariani, con la collaborazione della Ue, ha recintato Ceuta e Melilla, fortificandole.

Ancora, il confine Usa-Messico. Una lunga, oltre 900 chilometri, muraglia metallica che a Tijuana sfuma in un’invalicabile palizzata che taglia in due anche le acque del Pacifico, é stata implementata dalla virtual fence, fatta di sensori e telecamere che captano ogni movimento lungo la frontiera. Il muro in meno di 15 anni è stato muto testimone, tra il deserto di Sonora e e quello dell’Arizona meridionale, di almeno 5.000 morti tra i migranti.
Passando per la frontiera tra le due Coree. Fino ai muri di Baghdad. Quelli che ai tempi della dittatura cingevano i palazzi del Rais e che ora si allungano per circa 700 chilometri. I muri marcano il permanere delle divisioni interne. Sciiti contro sunniti in guerra per il controllo del Paese. Nove anni dopo la deposizione di Saddam e a soli quattro mesi dal ritiro militare americano, i muri restano più che mai parte integrante dell’urbanistica di Baghdad. La loro conformazione si è modificata negli anni e ora spezzano la città in 11 grandi quartieri-rifugio. Ai resti di quelli eretti dalla dittatura si sono aggiunti progressivamente i massicci pannelli di cemento grezzo alti sino a 8 metri voluti dagli americani e i loro alleati.

Così, mentre “pezzi” del vecchio muro di Berlino conservati rimangono come testimonianza storica, e frammenti più piccoli fanno bella mostra negli hotel e ambasciate di tutto il mondo, esistono ancora muri che dividono, che segnano contraddizioni e conflitti.
Solo il loro superamento, fisico e metaforico, avvia la Storia, dà inizio ad un nuovo racconto. Un po’ come accadde per la Roma delle origini. Secondo la leggenda “Remo per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo al colmo dell’ira l’avrebbe ucciso … In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore”. Lontano dai nostri egoismi, dai nostri pensieri in libertà, dalle personali ricerche di “andare oltre” ci sono ancora molti, troppi, muri da abbattere. Nel tentativo di annullare ingiuste disuguaglianze.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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