di CARMELO PALMA – Siamo felici che ABC (Alfano, Bersani e Casini) sia accingano in settimana a licenziare un pacchetto di norme “decretabili”  per rendere più trasparente e coerente la governance economica dei partiti politici. Per approntare una soluzione, dovrebbero però avere un’idea corretta del problema generale e non solo delle implicazioni particolari che questo manifesta in un partito personale o familiare.

I “partiti a socio unico” sono più vulnerabili ed esposti al pericolo di diventare un affare di famiglia, come dimostrano le avventure e le disavventure dell’altro campione del nepotismo “manipulista”, Antonio Di Pietro. Ma anche gli altri partiti – quelli che rispondono ad una organizzazione più tradizionale – non sono comunque immuni dal rischio di usare legalmente o illegalmente della rendita pubblica (i quattrini del finanziamento pubblico) secondo una logica privata e di costruire attorno alla cassa la holding di controllo della “ditta politica”.

Se la riforma congegnata da ABC consistesse in una, più o meno contenuta, riduzione del rimborso riservato, in via esclusiva, alla forze politiche rappresentante in Parlamento e in una regolamentazione più stringente nell’utilizzo della cassa da parte dei tesorieri, le misure non sarebbero solo insufficienti, ma del tutto inutili.

Infatti, il problema che la partitopoli leghista e prima ancora il caso Lusi hanno evidenziato non è quantitativo, ma qualitativo. Non è che ci siano troppi soldi e troppe poche regole. Ci sono troppi soldi “sbagliati” e troppo poche regole “giuste”. I fondi pubblici oggi liquidati ai partiti vivi e morti del nostro sistema politico non eccedono solo la misura del rimborso che dovrebbero garantire, ma contraddicono il fine politico che dovrebbero, in teoria, soddisfare. E le regole di trasparenza che si vorrebbero imporre sarebbero comunque neutralizzate dalla natura ibrida e irregolare di partiti inventati secondo necessità ed urgenza e in genere non contendibili al controllo del “fondatore” e dei “patti parasociali” che legano i maggiorenti uniti da inconfessate solidarietà e inestinguibili inimicizie.

La difesa da parte di Alfano, Bersani e Casini  del finanziamento pubblico per quello che è e dei partiti per quello che sono, non è dunque solo improvvida, ma concettualmente sbagliata. I partiti “statalizzati” non sono più liberi, ma più schiavi, non più aperti, ma più autoreferenziali. Non è con una norma anticoncorrenziale – chi sta dentro il Palazzo è “pagato”, chi sta fuori no – che migliora il funzionamento e la trasparenza del mercato politico. E non è affidando il controllo dei bilanci a società di revisione esterne o alla Corte dei Conti (che potranno solo attestarne la conformità, non la coerenza) che si rende politicamente più controllabile e imputabile il modo in cui i tesorieri (e i loro danti causa palesi od occulti) spendono le risorse di partito.

Il finanziamento pubblico dei partiti è una forma evoluta di democrazia censuaria. L’assenza di una regolamentazione dello statuto giuridico dei partiti rende la loro governance, non solo economica, sostanzialmente  a-democratica. Questo è il (duplice) problema, che si trascina appresso tutti gli altri, compresi quelli criminali. Non lo si può risolvere giocando, per l’ennesima volta, a guardie e ladri e illudendosi di fare pulizia con le “scope” e giustizia coi “bastoni”. Come fa invece la Lega, che rischia nuovamente di dettare il tono che fa la musica della politica italiana.

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Twitter @carmelopalma