Rileggendo Bruno Leoni

– Mi è recentemente (ri)capitato tra le mani, per ragioni di studio, il volume meritoriamente pubblicato da Rubbettino (Soveria Mannelli, 2003), le “Lezioni di Filosofia del Diritto” di Bruno Leoni, con l’opportuna prefazione di Carlo Lottieri (pp. 5-44), del quale avevo da ultimo letto un intervento su tematiche affini, costruite su una più ampia prospettiva teorica, “Alle origini della teoria del diritto come pretesa individuale. Da Widar Cesarini Sforza a Bruno Leoni”, sui “Materiali per una storia della cultura giuridica” (n. 1/2011, pp. 63-89). L’analisi comparativa tra la prefazione e il volume e la dottrina leoniani, con l’apporto dell’articolo sulla pretesa individuale, mi consente ora di formulare alcune riflessioni sull’opera del Leoni e sul suo (tardivo, frammentario, non sempre adeguato) recepimento in Italia.

Innanzitutto, pare in corso di sanatoria il problema segnalato da Lottieri nella sua prefazione: il problema, dalle rilevanti implicazioni teoriche e pratiche, di una difficile accessibilità delle opere di Leoni, scritte in inglese, in traduzione italiana e viceversa; per parte propria, appare suggestivo il richiamo alla valenza delle fonti giuridiche consuetudinarie anche come precipitato scientifico di un preciso indirizzo metodologico, per cui il lavoro di Leoni, tranne significative eccezioni, appare ai postumi più quale costruzione e raccolta di una serie di lezioni, seminari e interventi destinati alla discussione orale che strutturata e preordinata giustapposizione di scritti destinati alla semplice fruizione letteraria, archivistica o dottrinale. Il problema segnalato per il gius-filosofo liberale italiano non è dissimile da quello tante volte deprecato per la maggior parte degli autori che lavorino prolungatamente in un Paese diverso da quello di nascita o di avviamento agli studi; nel caso di specie, la fortuna delle tesi di Leoni in una certa parte dell’accademia statunitense ha amplificato il maggior interesse e seguito ottenuti nella cultura americana, rispetto a un relativo isolamento nel dibattito italiano, pur colmato a vario titolo negli ultimi due decenni di teoria gius-economicistica in questo Paese.

Bruno Leoni, sin dalle sue “Lezioni”, pur indirizzate a un pubblico che aveva specifica esigenza di trovare contrappunti chiari e sintetici alle esposizioni universitarie, può esser ritenuto un originale tipo di “utopista” positivo, specialmente laddove si intenda come “utopia” l’approdo ultimativo, certo non raggiunto e forse non raggiungibile, di un percorso teorico (in questo senso, la prima utopia scientifica è verosimilmente il teorema di Talete per cui un fascio di rette parallele intersecanti due trasversali determina su di esse classi di segmenti direttamente proporzionali: il matematico di Mileto ignorava cosa sarebbe successo alla fine del piano dove si collocava il fascio).

Utopia che si traduce, allora, in almeno tre prospettive storico-giuridiche: quella che Lottieri, con formula efficace, definisce “alleanza metodologica” tra gius-realismo e gius-naturalismo, al fine di contrastare il dominio del positivismo statalista; la natura auto-regolativa (e satisfattiva, per gli interessi dei consociati) propria del mercato; la caratteristica essenzialmente pacifica della società mercantile, rispetto alla natura essenzialmente conflittuale della società dei guerrieri.

Ciascuna di queste tesi ha avuto -e raramente per propria colpa- limitata fortuna: la crisi dello Stato Nazione non si è tradotta in una pratica giuridica capace di superare l’eredità culturale del positivismo; il mercato si è imposto come centro attributivo di diritti, ma o ha conosciuto fenomeni monopolistici e oligopolistici, anche innaturalmente fomentati dalle deviazioni di un potere pubblico, o è stato ridescritto non come luogo dello scambio e del (di un) profitto, ma come territorio di (un persistente) approfittamento; i commerci, lungi dall’esser declinati come momento di pacificazione, che, in società trans-nazionali ad economia mista, sarebbe stato a dir poco difficile, non hanno né eliminato né, in generale, significativamente esautorato la carica conflittuale-sociale.

Cosa è allora possibile criticare nella teoria leoniana, assodato che l’anelito di fondo d’essa, fondato sul pacifico, involontario, incontro di pretese individuali volontarie, appare ancora capace di interrogare gli studi e le ricerche? Lottieri contestualizza quella teoria come elemento innovativo in un panorama giuridico sostanzialmente social-democratico; il fatto che la gran parte dei partiti social-democratici abbia accettato di competere, anche elettoralmente, all’interno di piattaforme di scambi liberisti, ha ricombinato posizioni dottrinarie di oltre mezzo secolo addietro, ma non era evidentemente la sola egemonia culturale social-democratica a contrastare la sussistenza di una teoria gius-filosofica basata sull’individualismo integrale.

Forse nell’elaborazione di Leoni, dei cui possibili esiti, interrotti e mai maturati per la precoce scomparsa dell’autore, non è dato sapere, è mancata la riflessione sul concetto di “istituzione”, giacché istituzionalismo e pluralismo giuridico, pur non rinnegando in toto l’eredità positivistica, hanno fatto enormemente bene a un sistema normativo che, in assenza di pluralità, individuo ed organizzazione, sarebbe rimasto esizialmente schiacciato dalle cadenti fortune degli statalismi, dei centralismi, degli autoritarismi.


Autore: Domenico Bilotti

Nato a Cosenza nel 1985, vive e lavora principalmente a Catanzaro (raro caso di mobilità professionale verso Sud). Dottorando di ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico Europeo, si occupa di diritto ecclesiastico, relazioni tra Stati e Chiese, laicità e bioetica. Suoi saggi, tra gli altri, sono pubblicati su riviste e web-zine come: Euprogress, Diritto & Diritti, LiberalCafé, politicamentecorretto, Stato,Chiese e pluralismo confessionale.

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