di DIEGO MENEGON – Il dado è tratto. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge che riforma il mercato del lavoro.

Più o meno diritti per i lavoratori? La cifra della riforma è sintetizzata negli ultimi 3 articoli. L’attuazione della riforma, prevedendo una rete di ammortizzatori sociali più ampia e articolata, comporterà dei costi. Questi saranno in parte posti a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori, attraverso un aumento dei contributi versati all’Inps, in particolare per i contratti di lavoro a tempo determinato e di collaborazione coordinata continuativa.

Parte della copertura finanziaria (3,2 miliardi nei prossimi 5 anni) sarà garantita attingendo da fondi già iscritti al bilancio dello stato. Una terza voce è costituita da risparmi imposti alla gestione amministrativa di Inps, Inail e Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (mezzo miliardo in 5 anni). Un’ultima voce, più consistente, 8,3 miliardi di euro, arriverebbe dall’aumento delle imposte.

In ultima analisi, il bilancio per i lavoratori può dirsi positivo. L’AspI, il nuovo ammortizzatore sociale che garantirà a chi ha perso il lavoro, per 12 o 18 mesi, un’indennità mensile pari al 75% della retribuzione mensile precedentemente percepita, offrirà una maggiore e più generalizzata sicurezza economica, rispetto ai strumenti di politica passiva del lavoro (mobilità e sussidi di disoccupazione) ora impiegati.

Il demerito del governo è quello di non aver recuperato più risorse da tagli alla spesa pubblica. Se è vero che gli strumenti di sostegno ai disoccupati sono più scarsi che altrove, è anche vero che per correggere questa voce in uscita si poteva sbarrare qualcuno dei tanti rivoli che gonfiano la spesa pubblica.
Il merito del governo, invece, è quello di aver ridisegnato il welfare del lavoro rendendolo più equo e aperto ai giovani o a quanti non riescono ad accedere alle tutele fino ad oggi offerte solo a una parte dei lavoratori.

Quello che stupisce è la caparbietà con cui i detrattori della riforma si siano accaniti su un feticcio come l’articolo 18 senza curarsi delle maggiori tutele su cui il governo stava lavorando. Alla fine ne è uscito un compromesso al ribasso. Sul fronte del lavoro subordinato a tempo indeterminato, sono aumentati i casi in cui il licenziamento annullato dal giudice comporterà il reintegro; ma soprattutto, è aumentata la complessità della casistica descritta. In caso di licenziamento per motivi economici, la procedura prevista passa necessariamente per un confronto con i sindacati di fronte alla Direzione provinciale del lavoro. Di fatto, una decisione di tipo economico prende da subito avvio penetrando la sfera del contenzioso.

Se la battaglia contro il licenziamento discriminatorio mascherato da motivi economici poteva portare con sé argomenti convincenti, la moltiplicazione dei “se” e dei “ma” anche nelle ipotesi di licenziamenti non discriminatori avrà come effetto l’aumento della litigiosità.
Non dimentichiamoci che a spaventare gli investitori in Italia è innanzitutto l’incertezza del quadro normativo e dei tempi della giustizia. Per questo dalle pagine di Libertiamo abbiamo da subito sostenuto, accanto alla necessità di ridurre le imposte sul lavoro, la proposta di prevedere un’indennità per il lavoratore, giustamente o ingiustamente licenziato che fosse. Unico modo per mettere un po’ di olio negli ingranaggi della giustizia civile.

Mentre ci si accapigliava per difendere il reintegro e l’articolo 18, si mettevano in ombra le proposte volte a fermare l’uso distorto dei contratti atipici. L’entrata in vigore delle norme contro gli stage gratuiti è rinviata di un anno. Per i finti contratti di lavoro autonomo si poteva fare di più.

Eppure il Partito democratico e la Cgil hanno scelto di lavorare su un altro fronte, quello di chi ha già più tutele e lotta per difendere lo status quo.
Ichino, nel suo blog, è chiaro e perentorio:

Sul versante dell’articolo 18, si è riavvicinata la nuova disciplina alla vecchia, ripristinando la possibilità di reintegrazione del lavoratore, a discrezione del giudice, nel caso di licenziamento economico. Sul versante del contrasto al precariato e in particolare all’abuso delle collaborazioni autonome, si è rinviata di un anno l’entrata in vigore della nuova disciplina restrittiva. Colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders “collaboratori” pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari”.

Un PD che paga l’effetto trainante della CGIL. Dopotutto i precari non si iscrivono al sindacato, i pensionati e i lavoratori a tempo indeterminato delle grandi imprese sì. È quindi naturale, rebus sic stantibus, che il sindacato miri a tranquillizzare la maggioranza dei propri iscritti. Ma il Partito Democratico dovrebbe chiedersi: forse che i precari non votano?