Se la Cina si avvicina non lo fa per buon cuore

– La scorsa settimana il Presidente Monti ha fatto tappa, all’interno del suo ciclo di missioni internazionali, nel continente asiatico, fermandosi in Corea, in Giappone e in Cina.

Quest’ultimo Paese, ormai quasi unanimemente considerato la futura prima potenza mondiale, capace di crescere ancora a ritmi vertiginosi, è stato “puntato” dal Presidente in qualità di grande investitore nel nostro Paese. La grande disponibilità di liquidità da parte dei fondi d’investimento cinesi potrebbe rappresentare un grande volano per la nostra economia. Questo il pensiero dominante.

Tuttavia, occorre ricordare che recentemente la Bank of China ha smobilizzato l’intero portafoglio di titoli obbligazionari italiani (per intenderci BOT, CCT e BTP), e dubitiamo che il governo cinese sia interessato a comprare sul mercato i nostri titoli di Stato. I veri obiettivi sono le nostre aziende “strategiche” quali ENI, Enel, Finmeccanica, tutte operanti in settori sensibili, quali l’ambito energetico e quello tecnologico-militare. Insomma, più che investitori, i fondi cinesi puntano ad essere predoni.

Nel periodo tra luglio e novembre, quando lo spread italiano aveva raggiunto livelli da incubo, si era parlato di una missione effettuata dall’ex D.G. del Tesoro Grilli, oggi Viceministro, in Cina, con l’obiettivo di sensibilizzare la platea economica cinese per l’acquisto dei nostri titoli di Stato. La risposta era stata di possibile interesse, a patto di avere in contropartita la possibilità di entrare nel capitale delle big company italiane precedentemente citate. Conoscendo le disponibilità finanziarie del Paese del Dragone, ci sono pochi dubbi sull’intenzione di volerne acquisire il controllo, con l’opportunità di ricattarci sul nostro debito.

Quindi, qualora queste società, e si citano solo le principali, cadessero sotto il controllo di Pechino, l’Italia saluterebbe le ultime società rimaste competitive a livello internazionale sotto il profilo dimensionale. Diventeremmo un Paese interamente caratterizzato da piccole e medie imprese, un modello economico che sta mostrando tutti i suoi limiti intrinseci.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare cosa è realmente la Cina: l’ultimo Paese davvero e convintamente comunista, in cui la libertà d’opinione e di parola è severamente vietata e punita. In cui la democrazia è un termine vuoto e privo di significato, in cui il capitalismo è una forma di sfruttamento di Stato delle persone, condannate a lavorare per l’intera giornata con una retribuzione misera. In cui la parola concorrenza è sinonimo di slealtà, visto il dumping che viene praticato dalle imprese cinesi nel mercato internazionale.

Non dimentichiamo che, nonostante i dati sulla crescita del PIL, la Cina sta affrontando enormi problemi di carattere macroeconomico: uno squilibrio enorme nella distribuzione del reddito, grandi differenze tra la Cina industriale e quella rurale, che sta vivendo una fase di spopolamento significativo. Inoltre, si sta delineando all’orizzonte lo scoppio della bolla immobiliare cinese, causata dalla crescita troppo forte del comparto immobiliare, senza contare l’enorme carico di debiti delle amministrazioni locali, che creano un potenziale effetto esplosivo sull’economia cinese.

Infine, il modello “only export” cinese è in sofferenza a causa della crisi economica. A marzo sono usciti i dati relativi alla bilancia commerciale cinese, che ha registrato il peggior deficit degli ultimi 22 anni, con un disavanzo di 31,5 miliardi di dollari. Ora l’establishment politico punta a stimolare la domanda interna, il che dovrebbe presupporre un aumento dei salari, che però impatterebbe sulla capacità cinese di mantenere bassi i costi di produzione, diminuendo l’appetibilità dei prodotti. Si creerebbe così un circolo vizioso (o virtuoso, dal nostro punto di vista) per l’economia cinese, che dovrà necessariamente iniziare a pagare “il prezzo della crescita economica” sul versante delle richieste sociali.

In definitiva, il modello cinese è da analizzare evitando accuratamente di copiarne i metodi selvaggi. La rinascita italiana deve passare da un modello di sviluppo diverso, basato su innovazione tecnologica, produzioni ad alto valore aggiunto, capaci di competere non sul costo ma sulla qualità, oggi difficile da trovare sul mercato.

Innovazioni di processo e di prodotto possono rendere più efficienti i processi di produzione, aumentando la marginalità delle aziende e creando un circolo virtuoso per l’economia italiana. Queste sono le direttrici lungo cui l’Italia dovrebbe muoversi, evitando di ammirare dall’esterno la “produttività cinese”, senza conoscerne i dettagli interni.


Autore: Davide Burani

Nato a Saronno nel 1983, liberaldemocratico di formazione, laureato in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, ha sempre lavorato nel mondo della finanza, di cui è appassionato cultore. Oggi è in fase di "riconversione professionale".

One Response to “Se la Cina si avvicina non lo fa per buon cuore”

  1. Cristian Cattalini scrive:

    In buona parte è possibile essere in accordo con le tesi di Davide Burani. E’ vero, come del resto per tutte le tipologie di affari, che la Cina non investirebbe in Italia in cambio di nulla.

    Qui bisogna essere bravi a trattare, bravi politici e bravi imprenditori direi.

    Per il resto i giudizi sulla Cina, che rimane un Paese con enormi problemi di carattere politico e di rispetto dei diritti umani, paiono abbastanza superificiali.

    Non è vero che la Cina è ancora un Paese convintamente comunista. A parole non potrebbe essere diversamente vista la tipologia di regime, nei fatti le persone vivono in un sistema dove il mercato ha una forte influenza in molti business (è vero non in tutti, ma in molti).

    Non è vero che le persone sono generalmente sfruttate. La crescita economica, anzi, ha portato svariate decine di milioni di cinesi fuori dalla povertà e dentro il mondo moderno. Un colletto bianco sveglio che lavora nelle grandi città cinesi sui trentanni arriva a guadagnare anche 1000€ al mese. Gli operai hanno ancora generalmente una bassa retribuzione ma questo è legato al mercato (all’offerta di lavoro di competenze medio basse).

    Per quanto riguarda la possibilità di scoppio della bolla immolbiliare questa è una eventualità possibile vista la selvaggia opera di investimenti immobiliari degli scorsi anni. Ad ogni modo è già passato un anno da quando sono in vigore norme restrittive del mercato immobiliare che già stanno portando ad una certa stabilizzazione dei prezzi delle case. Se questo sia sufficiente ad evitare lo scoppio di una bolla questo non lo so, ma che sia un’operazione non trascurabile questo è anche vero.

    Intendiamoci la Cina è un Paese con grosse criticità che ha di fronte a sè una montagna di sfide: quella dell’ampliamento delle libertà in primis (politica, di opinione, di altre infinite declinazioni etc.), dell’ampliamento dei costi sociali (il miglioramento del welfare sarà necessario), della riduzione della corruzione, della giustizia in generale, della gestione degli squilibri città industriali/città rurali etc. etc.

    Ad ogni modo guardare ai prossimi vent’anni con un certo realismo non può esimere chi governa dal considerare il blocco asiatico (Cina, India, Korea, Giappone, Vietnam, Indonesia, etc.) come al nuovo grande blocco di potere in ascesa sulla scena mondiale.

    A mio parere Monti bene a fatto a porgere la mano ai politici di Pechino. Una Cina amica dell’occidente è meglio di una Cina ostile anche per il versante “diritti umani”.

Trackbacks/Pingbacks