Clonano Berlusconi per opporsi a Monti. Il Cav. manca soprattutto ai suoi nemici

Ora che neanche Berlusconi fa più il Berlusconi – tranne quando gli toccano la “robba”, si chiami essa giustizia o informazione -, ora che neanche Fede resiste più in trincea, allineato e coperto fino all’ultimo ma trafitto dai dardi del fuoco amico, ora che Bossi sta mestamente uscendo di scena, gli ultimi giapponesi del berlusconismo sono gli stessi che per anni fecero fortuna sull’antiberlusconismo più radicale e viscerale.

Come se non volessero consegnare alla storia una stagione che, per ora, sembra essere definitivamente tramontata: una stagione selvaggia, dalle logiche e dalle tossine della quale questi ultimi giapponesi del berlusconismo non riescono a sottrarsi, convinti come sono – o come sembrano di essere – che l’uscita dalla crisi per la nostra Italia risieda solo e soltanto nel conflitto permanente, nella (spesso interessata) indignazione in servizio permanente effettivo, nel perenne benaltrismo, nel conservatorismo immobilista.

Basta vedere l’escalation verbale con la quale in questi mesi gli oppositori a vario titolo del governo Monti hanno apostrofato l’esecutivo e le sue politiche, per capire come la repentina caduta di Berlusconi abbia spiazzato non solo lui, che però si è immediatamente riciclato come “padre della Patria” e sponsor numero uno della nuova stagione dei tecnici, ma anche e soprattutto una parte dei suoi vecchi oppositori. Che si affannano a riesumare vecchi stilemi ormai consunti, e non si sforzano – neanche un po’ – di guardare oltre al contingente tornaconto personale di qualche voto in più, o in meno.

Lasciando da parte le intemperanze e lo sfascismo distruttivo di un partito, quello leghista (peraltro ora alle prese con una difficile battaglia per la sopravvivenza), che è sempre stato apparentemente all’opposizione anche nei suoi lunghi e lungamente improduttivi anni di governo, colpisce soprattutto il comportamento che in questi ultimi mesi hanno tenuto Vendola e Di Pietro, che guidano due partiti che mettono insieme tra il 10 e il 15% dell’elettorato. Due forze rappresentative, dunque, di un’ampia fetta di popolazione: una in Parlamento, l’altra no.

Giusto per rimanere sul pezzo, ecco le ultime uscite dei due leader del partito, due dei tre componenti della “foto di Vasto”, sbiadita dopo soli pochi mesi. Il presidente della Regione Puglia, commentando la riforma del mercato del lavoro che inizialmente non prevedeva il reintegro in caso di licenziamento per motivi economici ingiustificato ex art.18 si è spinto a dire che “Monti è peggio di Berlusconi”, giacché neanche quest’ultimo si sarebbe sognato di liquidare la pratica senza concertazione riaffermando il ruolo del Governo sulle parti sociali. Dal canto suo, invece, il leader dell’Italia dei Valori, con il consueto moderatismo felpato che lo contraddistingue dai tempi in cui faceva il magistrato, è arrivato a dichiarare che “i suicidi di questi ultimi tempi per tasse e debiti sono da imputare al Presidente del Consiglio”.

Ora, ci sia concessa una precisazione: non crediamo affatto che tutto ciò che questo governo sta facendo sia cosa buona e giusta. Ci sarebbe piaciuta, ad esempio, una manovra molto più incentrata sui tagli alla spesa che su nuove tasse, che fiaccano ancora di più dei contribuenti già stremati da un’imposizione fiscale tra le più alte dell’Occidente; avremmo gradito maggiore coraggio, anche temporale, sulle liberalizzazioni, che andavano presentate con il decreto “Salva Italia”, nei giorni febbrili in cui i partiti e le lobby avevano le spalle al muro per il concretissimo rischio default; e anche sul mercato del lavoro, probabilmente, la ricerca del massimo consenso ha influito sul risultato finale, frutto di un compromesso di cui ancora non si capiscono bene i contorni.

E ancora, sappiamo bene che un governo tecnico è per sua natura entità debole e senza la piena legittimazione data dall’essere espressione della politica, quando questa è credibile e rappresentativa dell’interesse generale: e così vanno spiegati, secondo noi, l’intricato caso per ora senza soluzione dei nostri marò in India, le gravi incomprensioni con il governo britannico sul caso dell’ostaggio italiano ucciso in Nigeria, le timidezze sulla legislazione anticorruzione e sulla riforma della Rai, oltre che il silenzio su tutte le questioni che non riguardino da vicino il risanamento economico del nostro Paese.

Tuttavia, sappiamo anche che si deve ragionare nelle condizioni date: e nelle condizioni date, e non dimentichiamo che il rischio bancarotta è ancora molto concreto, il governo Monti è ancora la migliore opzione possibile, seppure con tutti i suoi limiti che abbiamo visti non essere pochi.

Ciò che colpisce maggiormente però è che gli oppositori già antiberlusconiani di Monti utilizzino molti degli artifici retorici che Berlusconi usò contro chi lo combatteva, per giustificare la sua presenza al potere, le riforme mai fatte, l’incapacità di governare le complessità della politica, e di un Paese complesso come l’Italia, con competenza, saggezza e misura.

Innanzitutto, la ricerca di un nemico, meglio se senza volto. Per Berlusconi i nemici della sovranità popolare erano i “comunisti”, “le toghe rosse”, l’ “opposizione irresponsabile”, i “poteri forti”. I “poteri forti” sono rimasti, si sono aggiunte le “banche”, “il neoliberismo”, l’”Europa”. Proprio l’Europa, che per lunghi anni fu vista come ancora di salvezza contro l’usurpatore Silvio ora è vista come “matrigna”, centro pulsante di quell’ “ortodossia neoliberista” che ci vuole affamare tutti.

Vittimismo in piena regola: nessun accenno, ad esempio, al fatto che probabilmente per anni si è vissuto al di sopra delle proprie possibilità; che per quante responsabilità la Casta abbia – e ne ha tante – altrettante ne ha la società che quella Casta ha, spesso colpevolmente, espresso e di cui ha, altrettanto spesso colpevolmente, condiviso le scelte di fondo; che se l’Italia si trova in questa situazione la colpa principale è dell’Italia stessa, intesa come Paese, e quindi come classe dirigente e cittadini. Proprio come Silvio, che non poteva governare “perché la Costituzione dà troppo pochi poteri al primo ministro”; per gli alleati riottosi; per “tutte le tv e i giornali contro”: sempre per cause esterne e non per incapacità personale.

E ancora, Vendola, Di Pietro, Grillo e tutta l’area che da loro si sente rappresentata, nell’opposizione a Monti e al suo governo stanno mutuando dal berlusconismo imperante di questi anni il mito della fedeltà assoluta, della purezza identitaria, del manicheismo populista, del personalismo (parla sempre e solo uno, il leader che detta la linea, e tutti gli altri a seguire), dell’anatema scagliato contro l’avversario o il “compagno che sbaglia” (il “Veltroni è di destra” pronunciato dal leader di Sel fa il paio con l’insofferenza riservata a Fini e ai finiani dai compagni di partito nei mesi che precedettero la cacciata di questi ultimi dal Pdl).

Intendiamoci: è giusto e salutare che ci sia un’opposizione, e che l’opposizione faccia il suo mestiere, che è quello di tenere sempre la maggioranza sulla corda e con il fiato sul collo perché non si adagi e faccia il suo dovere. Ma, come secondo noi questo governo rappresenta una discontinuità netta rispetto al passato, anche recente, così vorremmo facesse anche quest’opposizione: i toni possono anche essere accesi ma si deve essere sempre consapevoli delle questioni di fondo.

E cioè che questo è un momento eccezionale in cui ognuno deve fare la sua parte; che le vecchie rendite di posizione non esistono più; che bisogna mettere da parte gli interessi di bottega per guardare, finalmente, all’interesse generale; che si devono esplorare modi inediti di pensare e agire e anche di fare politica; che questa crisi è il momento adeguato per mettere mano a tanti problemi irrisolti, per colpa dei quali il nostro è un Paese senza giustizia; che il populismo non basta più, se mai è bastato, e che c’è bisogno di qualcuno che dica agli italiani che prima di tutto, prima di ogni lamento, esiste la responsabilità delle proprie azioni, sempre che siano libere e informate.

Sarebbe, davvero, il paradosso estremo, la beffa più amara, l’ultimo frutto avvelenato di quella stagione selvaggia se, salvatici dal berlusconismo in modo fin qui indolore dentro una transizione tutto sommato morbida, ci rifinissimo di nuovo dentro con tutte le scarpe per colpa di chi, in mancanza del Nemico, ha scoperto che non riesce a situarsi nella politica e nel mondo, senza di lui. Tanto da clonarlo e replicarlo: a parti inverse, ma neanche tanto.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

3 Responses to “Clonano Berlusconi per opporsi a Monti. Il Cav. manca soprattutto ai suoi nemici”

  1. Camilla scrive:

    Ottimo articolo!

  2. Simone Callisto Manca scrive:

    grazie!

  3. Giusi Garigali scrive:

    Bravissimo Simone. Condivido praticamente tutto, anche se mi preme ri-sottolineare (tu già lo fai) che Monti & C hanno ereditato una situazione disastrosa e dunque è vero, si potrebbe fare di più, ma sono tante e tali le cose da fare che non si possono davvero pretendere miracoli, soprattutto in pochi mesi

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