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Aprire partita IVA via web: alla faccia della semplificazione

Questa è la storia di un giovane laureato che – un po’ perché il lavoro dipendente latita, un po’ perché vuol portare qualche soldo a casa senza incorrere nelle ire del Fisco – intende diventare imprenditore di se stesso e aprire una partita IVA.

Il giovane si rivolge al sito internet dell’Agenzia delle Entrate, dove viene avvisato che

dal 1° aprile 2010, i contribuenti tenuti all’iscrizione nel Registro delle imprese o nel Registro delle notizie economiche e amministrative (Rea) devono avvalersi della Comunicazione Unica, anche nel caso in cui la dichiarazione anagrafica ai fini Iva sia l’unico adempimento da svolgere

e che tutto può essere svolto via Internet.

Che bello“, pensa lui, “potrò fare tutto via Internet, anziché prendere la valigia di cartone e andare in qualche posto sperduto della Capitale a fare ore e ore di fila“. Si reca dunque su http://www.registroimprese.it/ e trova (in basso, in ultima fila, ma lo trova) il banner della Comunicazione Unica. E qui c’è la prima sorpresa: ci sono dei prerequisiti per poter fare questa comunicazione. Nell’ordine, serve registrarsi (gratuitamente) al servizio Telemaco delle Camere di Commercio, ottenere una firma digitale e richiedere la Posta Elettronica Certificata.

Il ragazzo si ricorda improvvisamente di avere a che fare con la burocrazia italiana e decide saggiamente di leggere tutto a fondo prima di agire. Inizia così a vedere come ci si registra al servizio Telemaco: il modulo va stampato, compilato e inviato alla Camera di Commercio, allegando una fotocopia di un documento di identità, via fax oppure via e-mail (con firma digitale su file pdf o tiff, ma su questo torniamo dopo).

Dopo 48 ore, dovrebbero (condizionale a cura dello scrivente, NDR) arrivare via mail le “credenziali di accesso” (anche conosciute come “username e password”). La registrazione attiverà una sorta di conto prepagato, col quale il ragazzo potrà pagare i servizi richiesti con carta di credito. “Fin qui, nulla di strano, sembra quasi facile e veloce“, pensa il nostro, “passiamo a vedere ‘sta firma digitale“.

Il primo impatto non è dei migliori, dal momento che la pagina a cui si fa riferimento non esiste – o meglio è stata spostata (si sono solo dimenticati di aggiornare il link, nulla di preoccupante). Finito di leggere quanto scritto, il giovane si rende conto che, a parte la lista dei certificatori attivi, mancano indicazioni sulle uniche due cose che gli interessano: come fare a ottenere in pratica la firma digitale e quanto costa ottenerla.

La risposta a queste domande è contenuta in una poco pratica “Guida alla firma digitale” di quarantasette pagine. Mentre si domanda come sia possibile che queste informazioni se le debba andare a trovare in un manuale vero e proprio, anziché trovarle direttamente sul sito, il ragazzo trova finalmente quanto cerca a pagina 19: formattato in grassetto rosso legge che

in nessun caso è possibile ottenere un dispositivo di firma digitale senza incontrarsi personalmente con il certificatore, o suo incaricato, che avrà l’obbligo di richiedere un documento di riconoscimento in corso di validità per verificare l’identità del richiedente“.

Quanto al prezzo:

“I costi del kit completo è variabile [sic] da certificatore a certificatore; a titolo orientativo è comunque possibile ottenere il kit completo ad un prezzo di circa 80€. Il certificato ha una scadenza, e deve essere quindi rinnovato periodicamente. In genere hanno validità da uno a tre anni, dipende dal certificatore, il rinnovo ha un costo orientativo di poche decine di Euro.”

Insomma: la firma digitale costa un botto di soldi, può essere richiesta solo e unicamente di persona e non c’è possibilità di confrontare con facilità i prezzi e la durata del servizio dei vari certificatori. Inoltre, è necessaria per mandare via internet il modulo per Telemaco, altrimenti resta solo l’invio via fax (o la consegna brevi manu alle Camere di Commercio che, bontà loro, ancora permettono di farlo).Andiamo bene, andiamo…

Un po’ scoraggiato, il nostro passa a valutare il capitolo Posta Elettronica Certificata (PEC), di cui aveva già sentito parlare. Male, ovviamente. La PEC non è altro che una sorta di raccomandata A/R online: in pratica, anziché ottenere un cartoncino con timbro e data, ottieni una mail. Nulla di nuovo, verrebbe da dire: è più di un decennio che i vari client di posta elettronica permettono di avere, volendo, una notifica di ricezione e/o di lettura del messaggio da parte del destinatario.

L’unica cosa che cambia è che, se vuoi questo servizio per la tua impresa, devi pagare. I costi, almeno, sono nettamente inferiori rispetto alla firma digitale (si parla di 5, massimo 10 euro l’anno). Esiste anche il servizio statale gratuito Postacertificat@, che però funziona solo con la Pubblica Amministrazione – o meglio, solo con quelle parti della PA che sono provviste a loro volta del servizio di PEC. Anche qui, inoltre, non c’è possibilità di confrontare prezzi e durata del servizio fra i vari fornitori.

Insomma, per aprire una partita IVA via Internet, è necessario prima acquistare a caro prezzo due servizi (firma digitale e PEC), la cui utilità e qualità è quantomeno discutibile, poi mandare il modulo per iscriversi al servizio Telemaco delle Camere di Commercio, aspettare altri due giorni (se tutto va bene) e alla fine compilare e mandare la benedetta Comunicazione Unica. Alla faccia della semplificazione.

Deluso e sconfortato, il ragazzo decide di rivolgersi a un amico che la partita IVA l’ha già aperta. Per scoprire che lui, semplicemente, è andato all’Agenzia delle Entrate, ha fatto la coda e in un quarto d’ora di sportello ha risolto tutto. Niente firma digitale, niente PEC, niente fax. Solo la cara, vecchia coda allo sportello. Che, dopo questa esperienza poco edificante, appare quasi come la soluzione migliore, un sollievo per il nostro giovane – se non fosse che, in tutti questi anni, si sono impiegati, e probabilmente non nel migliore dei modi possibili, milioni di euro per la digitalizzazione della PA.

E il risultato qual è? Che è ancora più facile fare tutto di persona che non via Internet. Benvenuti nel magico mondo delle “semplificazioni” all’italiana.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

17 Responses to “Aprire partita IVA via web: alla faccia della semplificazione”

  1. Paolo scrive:

    Martinelli dovrebbe capire che la firma digitale è automaticamente autentica e non ripudiabile.
    Quindi è logico che venga rilasciata solo presentandosi personalmente con i documenti dal certificatore.

    Eh sì, sarebbe bello con un semplice fax taroccato avere la firma digitale di Silvio B. per sottoscrivere un bell’atto di donazione…

    In quanto al “botto di soldi” per avere la firma digitale e per la PEC, esse sono rilasciate da decine e decine di privati che la forniscono: il prezzo lo fa il mercato, come è chiaramente scritto sul manuale che Martinelli ha letto, rimanendoci pure male (l’ha evidenziato con un [sic]: forse preferiva il prezzo di Stato?)

    C’è pure una banca on line che regala la PEC ai suoi clienti.

    Ma forse Martinelli è uno dei tanti che lascia la tesserina della firma digitale al proprio commercialista, con il PIN scritto a pennarello sul retro, “tanto serve solo per gli adempimenti fiscali”. Poi stranamente qualche commercialista sparisce…

  2. Francesco scrive:

    Poi ci si stupisce che qualche buontempone chieda il referendum per farsi annettere alla Svizzera, Germania e quant’altro. Il problema è che sappiamo tutti che è così, ma come se ne esce? Sembra un eterno film di Fantozzi in cui l’interlocutore PA ha il solo scopo di bloccare, fermare, impedire qualsiasi cosa

  3. Redazione scrive:

    Gentile signor Paolo, il “sic” dell’autore è evidentemente riferito allo strafalcione “i costi è variabile” nel testo riportato tal quale dalla “guida alla firma digitale”. Ci sarebbe poi qualcosa da eccepire su “Il prezzo lo fa il mercato”: benissimo, ma che mercato è quello dove io non posso confrontare i prezzi?

    Per quanto riguarda poi il resto del suo commento, tutto bene: ma allora non chiamiamola “semplificazione”. Chiamiamola “ufficio complicazione affari semplici”, che fa capire meglio la funzione dell’informatizzazione della PA.

  4. Francesco scrive:

    Praticamente per avere la gioia di guadagnare quattro soldi, di cui tra tasse e contributi lo stato ne rivuole indietro la maggior parte, dobbiamo pure lasciarci prendere per il culo da uno che ci dice che una porcheria di plastica fatta in Cina ci viene venduta a 80 euro perchè quello è il prezzo di mercato…

  5. Paolo scrive:

    Sono concorde sull’informatizzazione della PA: risorse gettate nei vari progetti di “e-government” o per la triste vicenda del sito italia.it.

    Ho avuto a che fare personalmente con alcuni di questi “progetti”: hanno il solo scopo di “aiutare il settore informatico” (= finanziare ditte degli amici); vantaggi concreti per i cittadini, quasi zero.

    Chi ha un minimo di conoscenze di informatica giuridica, poi, conosce le mostruosità (sia tecniche che legali) sorte con l’introduzione della firma digitale (anzi, di firme “forti” e “deboli”), della PEC, della CEC-PAC, della CNS, della CIE, eccetera.

    Quelle che potevano essere effettivamente buone intenzioni si stanno rivelando inutili complicazioni obbligatorie, per tutta una serie di fattori tra i quali il principale è l’incapacità amministrativa della classe politica.

    Due esempi stupidi.

    Posto di blocco, mostro la Carta d’identità elettronica al poliziotto (lo Stato): ora sa che sono effettivamente Paolo Camerini, quindi perché mi chiede “patente e libretto”? Li ha rilasciati lui (lo Stato), quindi in teoria potrebbe sapere se posso guidare, se ieri sono stato beccato in stato di ebbrezza, se devo guidare con lenti, se ho pagato il bollo, se il veicolo ha fatto la revisione, se è assicurato, se…

    Altro esempio: se ho la carta elettronica, perché per ogni sito web pubblico devo chiedere nuove credenziali, sempre con procedure diverse? Fatemi autenticare con quella, no?

    “Comandante, prenda il suo terminale e consulti il database, ca%%o!”

    Per quanto riguarda i prezzi…
    Google “firma digitale acquista” e tra i primi risultati ci sono i principali fornitori presenti sul mercato. Idem x la PEC. :-)

  6. Giancarlo scrive:

    Normalmente commento l’articolo, ma questa volta commento il commento, più precisamente quello di Paolo, che parte lancia in resta in difesa di un sistema complesso e scevro di errori.

    Una qualsiasi banca, per concedere l’accesso al proprio conto corrente, con la possibilità di fare bonifici, anche milionari, non richiede questa montagna di complicazioni per aprire una partita IVA.

    Se si voleva veramente semplificare l’accesso alla pubblica amministrazione si poteva almeno dare un’occhiata a quello che fanno altre amministrazioni, e scegliere una delle tante modalità già utilizzate da anni.

    Ma come ha spiegato la redazione, in Itali esiste “l’ufficio complicazioni affari semplici” ed è l’unico ufficio che non risente della crisi.

    Approfitto dell’occasione per informare Luca Martinelli che non ho resisto dall’inserire il suo intervento nel mio nuovo blog http://bit.ly/HnAF93

    Giancarlo

  7. Paolo scrive:

    80 euro???

    € 45 (Infocert, firma con smart card)
    € 40 (Namirial, firma con smart card)
    € 36 (Aruba, firma con token remoto + € 7 spese di spedizione)
    € 15 (IfinSistemi, solo certificato di firma).

    Evidentemente c’è chi è bravo a farsi prendere per il c.lo.

  8. Paolo scrive:

    Altro che difesa: ho già detto che nell’informatizzazione della PA tante risorse sono state gettate via, e molte assurdità ci sono ancora.

    Ma dire che è difficile aprire una partita IVA, dai!

    Primo, Telemaco non è obbligatorio: l’autore ha capito male/è stato male informato. La firma te la compri da chi ti pare, non solo alla CamCom.

    Secondo, con il sistema Fisconline o Entratel dell’agenzia dell’entrate fai quasi tutto via web:
    – apertura partita IVA,
    – dichiarazioni dei redditi, Unico, IRAP, IVA,
    – comunicazioni,
    – versamenti F24,
    – registrazione contratti di affitto,
    – c’è lo storico delle dichiarazioni con l’indicazione degli accertamenti
    – c’è il cassetto fiscale con tutti gli atti del registro…

    Insomma, qualche anno fa queste cose richiedevano pellegrinaggi negli uffici e montagne di carta! Ora fai un solo viaggio per comprare la PEC, poi te ne stai in ditta.

  9. pippo scrive:

    Per ottenere la partita iva all’Agenzia delle Entrate allo sportello si compila un modulo e si lascia la fotocopia della carta d’identità.

    Semplificazione sarebbe che sul sito della Agenzia delle Entrate riempia un modulo on-line e carichi la copia della Carta d’identità mentre se ho la CIE basta questa sia inserita in un lettore

    Semplificazione maggiore sarebbe che non ho bisogno di avere un numero di partita iva perchè basta aver effettuato acquisti e vendite tramite un conto bancario destinato alle operazioni legate alla attività. Anche le fatture dovrebbero essere emesse e ricevute sullo stesso conto bancario quindi tutte elettroniche perchè scambiate tra conti bancari di attività e non elettroniche perchè scambiate tramite PEC

    Poi abolizione del sostituto d’imposta e nei pagamenti elettronici l’IVA viene scorporata automaticamente raggiungendo il conto dello Stato. Per gli acquisti si chiederà il rimborso o meglio sarà considerato acconto dell’Irpef.

  10. Piccolapatria scrive:

    Se non la facessero così astrusa e complicata ogni operazione con le P.A. come potrebbero giustificare l’esercito dei dipendenti statali e parastatali che ci stanno sul gobbone? Tra questi, quelli e gli altri, diretti e indiretti sono più di 4milioni…
    Giusto giorni fa ho provato per un giorno intero il nr. verde Inps “al servizio del cittadino” per evitare un viaggio in macchina dalla cittadina di residenza alla sede con ore tra va e vieni nonchè il costo del parcheggio nel centro città capoluogo; niente da fare, non si comunica; fai il numero e ti risponde la solita voce registrata ti racconta la manfrina, digiti i tasti richiesti, altra manfrina, ti tiene lì per un certo tempo per dirti che il tempo è scaduto, riprova dopo…; finalmente dopo ennesimi tentativi si è palesato un operatore, ho fatto i saltelli di gioia troppo presto; mentre stavo comunicando il C.F. richiesto in esordio, la telefonata si è conclusa di botto e vien fuori la solita vocicchia a dirmi quasi perentoria di non riattaccare se non dopo aver espresso il mio gradimento sul servizio appena ricevuto…Ho rinunciato… Viva l’italia al servizio del cittadino purchè si arrangi zitto a soppportare e soprattutto sappia che è solo un suddito pagatore!

  11. pippo scrive:

    I servizi on-line della Agenzia delle Entrate aiutano ma non sono il massimo. Costringono ancora a scaricare ed installare software sul proprio PC con scelte tecnologiche sorpassate. Non sono capaci di offrire veri servizi web?

    Richiedono l’uso del pin anche per rispondere a comunicazioni emesse dalla Agenzia quando potrebbe essere sufficiente farsi riconoscere da un codice presente sulla comunicazione con aggiunta di numero telefono cellulare ed e-mail

    Il metodo F24 fa guadagnare le banche grandi compensi quando potrebbero risparmiare generando il codice da copiare nel bonifico SEPA. Indico cosa voglio pagare/compensare on-line e per il saldo mando un bonifico SEPA che viene incassato nelle 24 ore.
    Invece di allegare il modello F24 precompilato dovrebbero indicare iban e causale da copiare sul bonifico.

  12. pippo scrive:

    Costerebbe meno dargli una pensione /vitalizio che rendere complicata la vita ai cittadini

    Per quanto riguarda l’INPS da luglio prossimo non avranno più sportelli aperti al pubblico ma solo telefono o internet

  13. Andrea B. scrive:

    Indico solo una piccola “ondetta” in questo mare magnum di complicazioni burocratiche riportate nell’articolo: “il certificato (per la firma digitale) ha una scadenza, e deve essere quindi rinnovato periodicamente. In genere ha validità da uno a tre anni, dipende dal certificatore”

    Cos’è, la pesca dei tappi al luna park, che se sei fortunato vinci la batteria di pentole, mentre se ti va male ti danno una penna bic ?
    Anche perchè rinnovarlo “al costo di qualche decina di euro” ogni anno oppure ogni tre fa una certa differenza…

  14. Luca Martinelli scrive:

    Mi fa piacere che il mio articolo abbia scatenato questo dibattito, vuol dire che ho beccato un argomento che sta a cuore. Quasi mi dispiace non averlo seguito, come invece avrei voluto, durante il suo svolgersi, ma le vacanze pasquali le ho passate in un luogo dove Internet non c’è – e non è detto che sia stato un male.

    Debbo alcune precisazioni sull’articolo, principalmente a Paolo. Innanzitutto, non ho mai detto che Telemaco è obbligatorio. Ho detto che dal sito dell’Agenzia delle Entrate si viene rimandati al sistema Telemaco delle Camere di Commercio – che, lo ripeto, non è nemmeno così complicato. Le CamCom NON sono, né erano il mio obbiettivo.

    Sul fatto che per richiedere la firma digitale serve la presenza fisica: vivo sulla Rete da anni e sono ben conscio dei rischi dell’impersonating, quindi non ritengo assurdo presentarsi di persona per acquistare questi prodotti, anzi.

    Quello che volevo dire è che il problema che il giovane laureato del mio articolo ha, hic et nunc, è consegnare la Comunicazione Unica per aprire una partita IVA. Le sue scelte vanno valutate sulla base di questo unico metro, in base al quale si può dire che il percorso via Internet suggerito (link nell’articolo) da Agenzia delle Entrate (cioè attraverso Telemaco) risulta più costoso, in termini di tempo e di denaro, rispetto alla coda all’Agenzia delle Entrate.

    Più costoso (anche) perché “costringe” il ragazzo a comperare cose che, al momento, non risolvono il suo problema e che rischiano di tramutarsi loro stesse in un problema. Magari in futuro avrà necessità di acquistare firma digitale e PEC, soprattutto se vorrà relazionarsi con l’estero (dove questi strumenti non sono una truffa, ma funzionante e quotidiana realtà).

    Ma la domanda che adesso lui si pone – e che chiunque di noi si porrebbe al suo posto – è: “Per risolvere il mio problema, mi servono davvero firma digitale e PEC?” La risposta è: no, non servono. Soprattutto se si pensa che bisogna acquistarle di persona: fila per fila, meglio farla all’Agenzia delle Entrate. No?

    Questione costi: il prezzo di circa 80 euro non me lo sono inventato io, è riportato a pagina 19 della Guida fornita da DigitPA.it (il link preciso è nell’articolo, quindi se non mi credete, potete controllare). Ammetto solo di non aver approfondito i dati di mercato attuali (anche se, stranamente, Google non mi è venuto granché in aiuto stavolta) e di questo me ne scuso.

    Tuttavia, scusate se insisto sul punto, il dato l’ho preso da DigitPA.it, ossia da un sito che fa capo alla Pubblica Amministrazione, non in qualche oscuro forum o in un commento a un blog sconosciuto. E il fatto che i prezzi attuali non siano quelli indicati nel sito peggiora la situazione: non solo le informazioni presenti su DigitPa.it sono per il 99% inutili, non solo quelle quattro cose che ti servono devi cercartele da solo col lanternino, ma addirittura scopri pure (da terzi) che non ti danno informazioni aggiornate.

    Insomma, non è vero che la partita IVA via Internet non si possa aprire, ma che sia poco preferibile rispetto alle “modalità 1.0” sì.

  15. Paolo scrive:

    Luca,
    sono d’accordo con le tue conclusioni.

    Come ho già avuto modo di scrivere, buona parte dell’informatizzazione della PA ha mosso grosse cifre per minimi vantaggi concreti.

    Lungi da me fare il “difensore d’ufficio”, quindi.

    Il problema è che comunque relazionarsi col fisco è complesso (oltre che poco piacevole…); in Italia lo è molto più che in Francia, ad esempio, dove le informazioni fornite dagli uffici pubblici sono qualitativamente elevate ed è pure semplice ottenere consulenze quasi gratuite da associazioni di professionisti.

  16. pippo scrive:

    La PEC e la CEC-PAC esistono solo in Italia e non sono interoperabili con quanto usato all’estero.

    Per la firma digitale, meglio chiamarla Firma elettronica qualificata, in alcuni paesi è compresa nella carta d’identità e non costa in più.

  17. Andrea scrive:

    Articoli come questo non fanno che generare ignoranza. Come ha fatto notare Paolo basta una semplice ricerca su google per conoscere prezzi e modalita’ sia della pec che della firma elettronica nonche’ i modi di aprire la partita iva. Sicuramente scritto diversamente questa poteva essere un’ottima guida costruttiva mentre il tono da “martire” di sto povero laureato ipotetico lo rende solo un inutile attacco allo Stato che provoca una solfa di lamentele…
    Non voglio dire che i servizi online sono di facile uso, ma cerchiamo di essere costruttivi – non distruttivi!

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