La riforma del lavoro: meno del necessario, più del possibile

di PIERCAMILLO FALASCA – Si è aperta una crepa che non si richiuderà, il compito di chi avrebbe voluto di più dalla riforma del mercato del lavoro è ora allargare la fessura che Monti ha praticato nel muro dell’immobilismo e dell’apartheid del lavoro italiano.
Si poteva fare di più? Si doveva fare di più, ma oggettivamente non si poteva. E non si potrà finché non ci sarà in Italia una più diffusa consapevolezza che la libertà economica delle imprese è in sé un motore di sviluppo, innovazione e prosperità diffusa, in primis per i lavoratori.

E’ stato il PD – ostaggio del suo passato e dei suoi compagni di strada – a bloccare il tentativo del governo tecnico di “licenziare” definitivamente l’ipotesi del reintegro nel posto di lavoro per i licenziamenti di natura economica giudicati illegittimi. Ma ciò non consente certo ai tanti “liberisti ritrovati” del PdL, gli stessi che per anni hanno taciuto di fronte alla necessità di una riforma che rendesse il mercato del lavoro italiano più flessibile ed equo, di ricostruirsi un’immagine di riformatori squisiti. E’ colpa di un sistema politico miope, non di Mario Monti o di Elsa Fornero, se siamo costretti a giocare di retroguardia.

Veniamo al merito della riforma. Il vecchio Articolo 18, quello che vige finché il nuovo disegno non diventerà legge, ha condizioni molto pesanti e poco programmabili per le imprese: in caso di licenziamento considerato senza giusta casa, il giudice non si limita a disporre il reintegro del lavoratore (sta a questo, eventualmente, chiedere un indennizzo sostitutivo del posto di lavoro), ma aggiunge sanzioni e arretrati. Con la nuova disciplina, il reintegro diventa un’opzione per il giudice, che può sceglierla solo in caso di “manifesta insussistenza” dei motivi oggettivi del licenziamento, in alternativa ad un indennizzo compreso tra le 12 e le 24 mensilità (in origine l’intervallo era 15-27 mensilità, Monti è riuscito a rosicchiare un trimeste). Ciò cambia ovviamente il peso negoziale di lavoratore e imprenditore in caso di controversia, riducendo l’alea per l’imprenditore e il costo effettivo dei licenziamenti. Ma tra contratti a tempo indeterminato stipulati da imprese con più di quindici dipendenti e le altre tipologie contrattuali permane uno scalone, meno alto ma ancora marcato, che non permetterà l’eliminazione del dualismo tra garantiti e non garantiti. E contrariamente al modello Ichino, il giudice sarà ancora il dominus: a differenza del decantato modello tedesco, tuttavia, il nostro magistrato sarà italiano, cioè tradizionalmente molto (troppo) incline alla lotta di classe per via giudiziaria.

Una buona notizia è la riforma degli ammortizzatori sociali. La nuova Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) avrà carattere universalistico, meno generosa ma anche meno “elitaria” degli attuali strumenti di protezione. Quanto più sarà coerente con la sua natura di “polizza assicurativa” contro il rischio di licenziamento e obsolescenza professionale del lavoratore, tanto più sarà efficace. Certo, la sua entrata in vigore differita al 2016 non consente di dormire sonni davvero tranquilli, considerata la rapidità con cui l’Italia fa e disfa leggi.

Insomma, a leggere il testo del ddl sul lavoro, si può azzardare uno slogan: meno del necessario, più del possibile. La crepa è aperta, dopo quarant’anni. Fin dai prossimi anni bisognerà provare ad allargarla.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

7 Responses to “La riforma del lavoro: meno del necessario, più del possibile”

  1. robert scrive:

    prendevamo quello tedesco paro paro …non credo che vadano cosi male i nostri frate teteschi!!

  2. Giuseppe scrive:

    Ma permettete di scrivere sul Vs. blog queste assurdità e scemenze
    da parte di un poppante.

    GT

  3. Redazione scrive:

    Il signor Giuseppe è pregato di moderare i toni, altrimenti, come ogni insulto personale pubblicato su questo sito, il suo finirà nello spam. Se il signor Giuseppe ha qualcos’altro da dire nel merito di ciò che è scritto nell’articolo, bene; altrimenti il signor Giuseppe può più utilmente tornare lì da dove è venuto. Siamo certi che vi troverà un ambiente più congeniale alle sue argomentazioni.

  4. Piccolapatria scrive:

    Ammettiamolo, l’epiteto di poppante e il definire scemenze il ragionare dell’autore è gratuitamente ingiurioso e, giustamente, da rimandare al mittente; è evidente che Giuseppe non sia in accordo con quanto ha letto; ma che utilità può avere una contrapposizione d’idee se condotta per la strada dell’insulto personale?
    Chiusa la doverosa premessa. Riforma? Per niente, questa è una “controriforma” gattopardesca e menzognera, concertata fra politicanti di mezza tacca; ha aumentato ulteriormente gli aggravi alle imprese (tutte)e il costo del lavoro va sù e non giù come sarebbe auspicabile; ha assegnato maggiormente la soluzione praticamente di ogni controversia alla discrezionalità della magistratura (la magistratura italiana!); ha ristretto la flessibilità in entrata; sono state introdotte nuove “saccagnate” fiscali ( ogni occasione è buona per massacrare); non un cenno alla riduzione di spesa pubblica che sta inghiottendo nella sua rovente fornace ogni nostro sforzo; e non è tutto qui…ogni giorno che dio manda in terra fa avvicinare il compimento del malefico disegno “tecnico” che porta al totale esproprio dei nostri sudati risparmi frutto di anni (generazioni) di rinunce e sacrifici; Monti e “la Fornero” ubriachi di sè stessi si stanno rivelando più berlusconiani dell’originale; lui se ne va per il mondo e ci manda a dire che la crisi è finita ( per merito suo) mentre siamo già morti economicamente ( visto il mitico spread e il crollo nella borsa?), lei senza pudore dice che ora con questa che riforma epocale le aziende non hanno più alibi per non assumere. Se non fossimo in tragedia sarebbe da farle vento per svegliarla dall’autoinnamoramento e portarla a vedere la realtà che lei con i suoi compari “tecnici di nomina regia” assisi nell’eburneo consesso non vogliono esserne disturbati. Ben 12mila aziende nel 2011 hanno chiuso i battenti per fallimento; cari miei non c’è lavoro nè soldi da spendere e senza soldi non si compra nè si produce; le ultime risorse se le sta incamerando questo stato patrigno che continua a sperperare e non vuole darsi una regolata tanto che ad ogni spesa che si presenta giustificata o meno ti mette un nuovo balzello. Ma lo sapete o no che tanti di noi, per far fronte al salasso che è appena all’inizio, non sanno dove andare a trovare i soldi? A quanti suicidi si deve arrivare perchè questi capiscano che non è la strada giusta quella del “tartassamento” sconsiderato e che è proprio questo il sistema che ci ha ormai incamminati al destino fatale “grecia”? E lo chiamano “cresci-salva Italia”! Ma quale azienda straniera verrà mai a farsi male qui con questo regime soffocante di tasse e burocrazia insopportabile e, all’occorrenza, aver a che fare con questa nostra magistratura?
    Vi ringrazio per l’ospitalità.

  5. marcello scrive:

    Io sono impiegato alla sezione lavoro e fra le varie cose pubblico le sentenze. In molti casi i ricorsi sono respinti, quindi questa storia dei giudici che fanno la lotta di classe ritengo che sia un luogo comune.

  6. Sergio scrive:

    Ancora una volta una non-riforma all’italiana…
    Non solo non è né carne né pesce e non servirà a un gran che…
    Invece di abolire e sostituire testi di legge, correzioni di linee e paragrafi…
    Ennesima dimostrazione che tutto in Italia è sotto il controllo ferreo dell’U.C.A.S.: l’Ufficio Complicazione Affari Semplici.
    Avete perso un’altra occasione per eliminare un pezzo di medioevo e invece, come sempre, ci avete costruito sopra… Poi vi lamentate se vi costa caro e se non regge qualsiasi terremoto, e se ci sono ritardi nella modernizzazione del paese…
    Vivete di miti passati, come la Grecia, e come questa siete su una cattiva strada da MOLTO tempo.

    Guarda PER FAVORE a pagina 40 di questo documento che serve di base a un documento OCSE, dove si spiegano le cose in modo scientifico e non demagogico, http://www.nber.org/papers/w14617.pdf , troverete un grafico sull’inflow (ingressi) e outflow (uscite) dal mercato del lavoro, che forse vi farà capire che cosa sta succedendo in Italia.

    Il problema è che IN ITALIA le relazioni di lavoro vengono concepite, come i matrimoni, da cattolici, cioè inscindibili, finché morte non li separi. Viene considerato una tragedia insormontabile ciò che è naturale, e a volte persino desiderabile, almeno da parte di uno dei contraenti, che ha diritto alla propria libertà, cioè la dissoluzione del rapporto, indennizzando eventualmente chi non voleva rompere e non ha fatto niente di doloso per arrivarne lì – il che, nell’Italia dalla mentalità catto-fascio-comunista, viene visto come “monetizzazione” come se fosse cosa sporca!

    Non si accetta come NORMALE che un rapporto di lavoro DEVE essere basato sulla volontà MUTUA di continuarlo, non sull’imposizione per legge della sua continuazione. Ovviamente, il tutto è contrarissimo a chi ha lo Stato (o il Partito) come religione…che deve garantire e imporre contro ogni diritto naturale.

    Il tutto non esclude, ANZI, le punizioni più severe per i REATI, cioè licenziamenti discriminatori ecc., che devono rimanere illegali.

  7. marcello scrive:

    Non è vero. Se il lavoratore vuole può decidere di conciliare o anche non fare la causa. Il lavoratore non è obbligato dallo stato ad andare dal giudice e ottenere il reintegro. Se però è in grave crisi economica ed è stato licenziato per ritorsione non si può togliergli il diritto di riavere una fonte di reddito che nessuna indennità, non universale (come le imposte negative sul reddito), può sostituire.

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