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Perchè il bipolarismo va difeso nonostante il cattivo uso che ne hanno fatto i partiti

Carmelo Palma ha difeso dalle pagine (elettroniche) di Libertiamo l’accordo sulla legge elettorale di ABC, non come il miglior sistema possibile, ma come una soluzione che consentirebbe di compiere un passo avanti rispetto all’attuale situazione. Non sono d’accordo e vorrei spiegare perché.

La tesi di Palma è che il maggioritario in Italia, prima con il Mattarellum, poi con il Porcellum, non ha prodotto gli effetti che ci si sarebbe attesi da regole maggioritarie, producendo coalizioni eterogenee dove i piccoli partiti hanno acquisito uno sproporzionato potere di ricatto nei confronti dei partiti maggiori. Ciò è sicuramente vero. A monte di questa tesi vi è l’assunto che la forma possa poco se la sostanza va in una direzione ad essa opposta; i partiti, in altre parole, hanno continuato a giocare un gioco proporzionale, vanificando il potenziale maggioritario delle regole elettorali. In questo modo la democrazia bipolare italiana si è risolta nella “prevalenza politica dell’equilibrio di coalizione – la chiave di volta della costruzione bipolare italiana – rispetto alle responsabilità di governo. I governi ‘forti’ sono stati o rimasti tali solo scansando i problemi veri”.

Partiamo da queste riflessioni, per poi analizzare in conclusione perché la soluzione proporzionale, a differenza di quanto sostenuto da Palma, non costituisca un meno peggio perché metterebbe perlomeno “un ordine quantitativo nel sistema politico”.

I fenomeni politici sono sempre l’esito di dinamiche complesse, dove entrano il contesto delle regole e il concreto agire degli attori. Le regole possono essere più o meno costrittive. Nel caso dei due sistemi elettorali del 1994 e del 2005 quelle regole hanno lasciato spazio ai giochi proporzionali di cui si diceva. Il Mattarellum in virtù della quota proporzionale, rafforzata dallo scorporo e da altri meccanismi, come la possibilità per un candidato di essere sostenuto da più liste. Ma bisogna anche ammettere che, come ha spiegato tra gli altri Sartori, anche la parte maggioritaria ha consentito un gioco proporzionale, con la spartizione dei collegi,  a causa della “mentalità” proporzionalistica anche dei partiti maggiori. La situazione è peggiorata con il Porcellum, che se ha garantito la dinamica bipolare grazie al premio di maggioranza, in quanto sistema proporzionale ha però potenzialmente favorito un’ulteriore frammentazione (potenzialmente, però, come mostrano i due diversi esiti del 2006 e del 2008, dovuti alle diverse strategie adottate dai partiti grandi nei due casi).

Di fronte a tutto questo tanto vale, allora, tornare a un proporzionale vero e proprio? Questa in realtà non è una soluzione auspicabile, e dirò perché, e soprattutto esistono altre soluzioni. Perché, infatti, invece di gettare la spugna e accettare che la nostra democrazia sia destinata a funzionare in modo proporzionale (un modo che la realtà empirica ha dimostrato non essere adatto alle grandi democrazie) non correggere le regole esistenti in una direzione più propriamente maggioritaria, in modo da favorire un bipolarismo meno frammentato? In altre parole, perché non uscire dalla dicotomia “grandi coalizioni centriste in un sistema proporzionalizzato” – “coalizioni eterogenee in un sistema bipolare”, guardando alla possibilità che il gioco bipolare si produca tra due alternative più omogenee (bipartitismo o pluralismo limitato con due grandi partiti pivot in grado di dettare le condizioni)?

Se è vero che le regole non sono tutto,  però possono fare molto. Il punto, allora, è interrogarsi oggi su quali regole potrebbero produrre nuovi incentivi per un confronto bipolare tra opzioni omogenee. Proprio perché sappiamo che la debolezza degli attuali partiti li porta a preferire soluzioni o giochi proporzionalistici, altro non possiamo fare che rendere meno fattibili o appetibili quei giochi. Ad esempio, adottando sistemi maggioritari che attribuiscono un maggiore potere di scelta agli elettori e un minor margine di manovra ai partiti, come il sistema australiano (maggioritario a un turno dove l’elettore ordina tutti i candidati del collegio dal più al meno preferito e dove risulta eletto il candidato che attraverso un conteggio delle prime, seconde, terze preferenze e così via raggiunge la maggioranza assoluta) o il doppio turno con alta soglia di sbarramento (oggi il 12,5% dei votanti) come in Francia. A proposito di quest’ultimo, se è vero che la funzione di elezione primaria del primo turno tra partiti contigui non sempre entra in gioco poiché è possibile fare accordi sin dall’inizio, è altrettanto vero che i partiti maggiori hanno comunque uno strumento in più per rapportarsi ai più piccoli potenziali alleati, costringendoli a misurarsi al primo turno.  E comunque sia, in entrambi i casi nessun espediente proporzionale fornirebbe ai partiti piccoli una leva per farsi valere nelle contrattazioni.

Si tenga presente che sistemi del genere potrebbero produrre spinte aggreganti  nella direzione della creazione di grandi formazioni politiche. In Francia ciò è avvenuto per la galassia della sinistra non comunista nel 1971 con la nascita del Ps, per le formazioni centriste nel 1978 con la creazione dell’Udf,  per la destra repubblicana nel 2002 con l’Ump. Questa possibilità è molto importante per il caso italiano. Rispetto alla presenza delle formazioni più estreme, infatti, il nostro dibattito sembra  incapace di uscire dall’idea che vi siano solo due soluzioni: o l’aggregazione al centro che mantiene perennemente le ali estreme fuori dai giochi coalizionali (soluzione pericolosa perché impedisce l’alternanza e tende a polarizzare il sistema,  non avendo gli elettori altra possibilità per manifestare il loro dissenso che orientarsi verso quelle ali), o  inglobare quelle ali in coalizioni dove però mantengono un forte potere di veto. Tertium non datur? No, non è così, La terza soluzione è proprio quella di adottare regole che costringano sia le forze più esterne del continuum destra-sinistra, sia – e specialmente – i loro potenziali elettori, ad accettare di “giocare” dentro a partiti-contenitori più ampi.  La soluzione, cioè, è quella di tendere verso il bipartitismo. E i partiti minori, con regole simili (come appunto il doppio turno alla francese) se rinunceranno all’aggregazione saranno destinati all’emarginazione, come è accaduto al partito comunista francese.

Veniamo infine all’argomento secondo il quale l’ipotesi fino ad ora prospettata dagli accordi tra Alfano, Bersani e Casini metterebbe perlomeno ordine nel nostro sistema politico. Se si guarda a uno degli strumenti considerati “maggioritarizzanti”, ovvero la soglia di sbarramento al 4 o 5 %, vediamo che ad oggi la supererebbero almeno sei partiti (Pdl, Pd, Terzo Polo, Sel, Lega, Idv). Un sistema proporzionale con una tale soglia, inoltre, non porrebbe alcun disincentivo a quanti volessero abbandonare la loro formazione politica e ritenessero di essere in grado di superare quella soglia (non molto alta, in verità).  Pensiamo, ad esempio, al fatto che sia il Pdl, sia il Pd sono oggi attraversati da profondi conflitti; un proporzionale con soglia di sbarramento al 5% costituirebbe un incentivo alla scissione, piuttosto che a trovare soluzioni per rilanciare i due partiti. E domandiamoci anche se, in un clima come quello attuale, formazioni di protesta come quella di Grillo non sarebbero in grado di arrivare a quella soglia. Insomma, un proporzionale di questo genere aprirebbe molto probabilmente la strada a una frammentazione ulteriore.

Ma ci sono anche le soglie implicite, si dice.  La soglia implicita starebbe nella grandezza dei collegi: attribuire ai collegi un numero mediamente molto basso di seggi (come in Spagna), avvicinerebbe il funzionamento del sistema alla logica dei collegi uninominali. Purtroppo però, l’accordo ad oggi non dice esplicitamente che si vuole compiere questa scelta.  E’ altamente improbabile che si faccia la scelta spagnola di adottare collegi tanto piccoli da favorire il bipartitismo che si è realizzato in Spagna. Ma anche se si raggiungesse un accordo intermedio che consentisse la rappresentanza solo di quei partiti con una forza abbastanza consistente, avremmo in Parlamento almeno Pdl, Pd, Terzo Polo, Lega, Idv. Sfido chiunque a immaginare una maggioranza omogenea che possa uscire da questi partiti. Già oggi la maggioranza tripartita che sostiene il governo Monti è molto divisa al suo interno e sappiamo che se non vi fossero la forza del governo tecnico e la presenza inusuale del Presidente della Repubblica a forzare i partiti alla moderazione, anche quello che è stato fatto e si farà si trasformerebbero in chimere.

Con un sistema proporzionale, anche corretto dalla soglia e da collegi non troppo grandi (ma non abbastanza piccoli come in Spagna, perché su questo l’accordo molto chiaramente non esiste), quindi, la governabilità rimarrebbe un sogno. Avremmo solo l’illusione di una grande coalizione “moderata” in grado di guidare il paese fuori dalle sue secche e la realtà di un ritorno a coalizioni centriste divise e incapaci di governare e di un paese a rischio di ulteriore polarizzazione.

La soluzione, a mio avviso, è dunque nella costruzione di vincoli e incentivi che portino all’aggregazione di grandi forze. Ammetto che, per la sua debolezza e la sua assenza di visione, questo ceto politico non è in grado di avviare un tale percorso. La mia speranza è che le reazioni ai suoi tentativi di barricarsi in un sistema senza alternanza, da parte di chi a vario titolo si occupa di politica e sperabilmente dell’opinione pubblica,  lo facciano desistere da quei tentativi. Il Porcellum è una pessima legge, ma non la peggiore. Da lì si può pensare di produrre miglioramenti, da un ritorno al proporzionale ci si può aspettare solo l’accelerazione del declino del nostro sistema politico e del Paese.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

One Response to “Perchè il bipolarismo va difeso nonostante il cattivo uso che ne hanno fatto i partiti”

  1. Carmelo Palma scrive:

    Articolo interessante e critiche prevedibili (ma per Monti – come spiega nell’intervista di oggi su La Stampa – la prevedibilità è una virtù, dunque il mio è un complimento e non una critica…:-))
    Mi permetto solo di precisare un punto. Io non ho difeso l’accordo di ABC, perchè non lo conosco e sospetto che non lo conoscano neppure gli interessati. Ho difeso l’idea di un sistema elettorale (tipo quello Ceccanti), che ordina la dialettica proporzionale premiando i partiti maggiori e fuoriuscendo dalla logica “coalizionale”. E’ chiaro che un proporzionale puro pre ’94 non potrebbe adempiere a questa funzione. Che il Porcellum sia male ma in fondo meglio di un proporzionale puro con sbarramento al 4/5% comunque non lo penso (più). E su questo tra me e Sofia c’è una vera differenza.

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