di LUCIO SCUDIERO – La notizia, sponda Lega Nord, è semmai che Umberto Bossi, non Belsito, non si è ancora dimesso. Perché, abbiate pazienza, ma alla pantomima del celodurismo antiromano, a quel malcelato senso di diversità politico/antropologica ostentato dai dirigenti del Carroccio e ingurgitato dai militanti padani, non ci poteva credere proprio nessuno. Anzi. Che nella Lega Nord ci fosse un “Lusi” potenziale, non quanto, ma più che negli altri partiti, era inferenza probabile a giudicare dalla storia del movimento di Bossi.

Alla Lega piace “giocare” coi soldi, soprattutto se non sono suoi, ma dei contribuenti fedeli a Roma ladrona. Al punto che il partito nato con la rivoluzione fiscale in un taschino e la secessione nel cuore ha la struttura di una holding di Stato. Pare l’Iri, la Lega Nord, con la differenza che mentre il primo affidava la cassa a gente del calibro di Alberto Beneduce, la seconda è stata gestita da un tizio di cui viene contestato persino il diploma conseguito in un diplomificio, poi chiuso, di Frattamaggiore, in provincia di Napoli. Alla faccia della padanitas, il Mezzogiorno d’Italia si conferma foro privilegiato dello shopping giuridico di un pezzo della classe dirigente del settentrione tardo berlusconiano (la Lega degli ultimi anni è infatti una species di quel genus). Ogni riferimento all’avvocato Maria Stella Gelmini è puramente casuale.

Dalla lettura del bilancio della Lega Nord effettuata da Linkiesta, emergono partecipazioni piuttosto disinvolte in intraprese molto eterodosse rispetto a quella che dovrebbe essere la mission di un partito politico. Si apprende che il perno del sistema finanziario leghista sono due holding, la Pontida Fin srl e la Fin Group Spa, gestite così male da aver cagionato una perdita di 100 milioni di euro nel 2010 alle casse del partito per conto del quale esercita il mandato. E sotto il vertice della piramide finanziaria del Carroccio addirittura una società che produce e vende biciclette col marchio padano. Ma anche intermediari per la realizzazione di sondaggi in house, oppure l’organizzazione di eventi e la produzione e vendita di cassette musicali (ma esistono ancora?).

Va da sé che, con una genìa di simili amministratori, queste avventure siano finite quasi sempre in tribunale e sicuramente a saccheggiare nel portafogli dei contribuenti. Il caso più eclatante fu quello di Credieuronord, la famigerata banca di riferimento del Carroccio, poi fallita. Senza che i dirigenti leghisti perdessero un colpo. Tutt’altro. Nonostante quell’infausta vicenda, ancora nel 2010 Umberto Bossi reclamava per il suo partito la governance delle banche del territorio, scatenando successivamente un putiferio all’ingresso dei soci libici nel capitale di Unicredit, fino a quel momento condizionata dalla Fondazione Cariverona, espressione dell’amministrazione leghista della città guidata da Tosi.

In buona sostanza, la Lega Nord oggi incarna il peggio di ciò che finge di contestare allo Stato italiano. Parassitaria, opaca, sprecona, gerontocrate e rozza.

Anche questo, cari concittadini e soprattutto elettori del Nord, è spread.

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