Tutte le contraddizioni dell’ultima manovra del governo Rajoy

– La buona notizia è che la manovra da quasi 28 miliardi di euro che Rajoy ha presentato il 30 Marzo e che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – mettere in sicurezza i conti spagnoli è incentrata molto più sui tagli alla spesa che non sulle tasse. La cattiva notizia è che con misure come il condono fiscale – da cui l’esecutivo spagnolo prevede di recuperare almeno 2 miliardi e mezzo – Rajoy si abbandona alle suggestioni della politica economica creativa del duo Berlusconi-Tremonti che ha portato l’Italia, insieme ad antichi vizi mai risolti, a un passo dall’incubo default.

Il paradosso con cui la Spagna esce dal mese più complicato della sua storia politica recente è proprio questo: il governo con la maggioranza numerica più forte nella storia della democrazia di questo Paese ha in realtà margini di manovra molto ristretti, e vive ogni giorno con il terrore di dover alzare bandiera bianca e chiedere l’intervento di Ue ed Fmi.

Come scritto più su, i 31 giorni di Marzo sono stati tra i più complicati tra quelli degli ultimi decenni del Paese. Maggio 2010 non era stato da meno (Zapatero che con un piano di austerità durissimo che ne decreta la morte politica scongiura all’ultimo momento una bancarotta imminente) ma quasi due anni in più di crisi si fanno sentire, sul corpo spossato di una Spagna che ha paura di ricadere dentro la povertà da cui era uscita dopo quasi mezzo secolo di dittatura con uno sviluppo travolgente.

Marzo è stato per la Spagna, infatti, il banco di prova di ciò che verrà, sperando che ciò che verrà non sia drammatico e inquietante come alcuni segni sembrano presagire. Prima la revisione del rapporto deficit-Pil rivista al rialzo (dal 6 all’8%), con conseguente braccio di ferro tra Rajoy e Commissione Europea per rivedere al rialzo anche gli obiettivi di rientro dal deficit imposti da Bruxelles. Braccio di ferro parzialmente vinto, o parzialmente perso (dipende dai punti di vista), da Rajoy, come abbiamo spiegato su Libertiamo qualche giorno fa.

Poi, nelle settimane a venire, la constatazione che la Spagna delle autonomie (un sistema federalista piuttosto spinto, che però non si può chiamare così perché quella iberica continua a essere una monarchia) sarà, nel migliore dei casi, fortemente ridimensionata: vuoi perché il Partito Popolare è forza politica tradizionalmente centralista; vuoi, soprattutto, perché una parte importantissima del deficit di Madrid è dovuta proprio alla gestione infelice e agli sprechi delle regioni autonome, che hanno passivi piuttosto importanti. Il governo centrale ha già detto che anche le Comunidades dovranno attenersi a una maggiore disciplina di bilancio e che avranno meno libertà nello spendere le risorse a loro assegnate, che comunque saranno sempre meno.

Ancora, durante tutto il mese, lo spread è salito a livelli preoccupanti, collocandosi su valori più alti di quello italiano. Ma è con l’ultima settimana di Marzo che sono arrivati i pezzi da novanta: le elezioni andaluse del 25, lo sciopero generale del 29, l’annuncio della manovra il 30. La Spagna dei prossimi mesi, e forse dei prossimi anni, tutta in sette giorni.

Delle elezioni andaluse e della loro importanza strategica abbiamo già detto. Lo sciopero generale era invece convocato contro la riforma del lavoro che Rajoy e la sua Ministra del Lavoro Fátima Bañez hanno fatto approvare in poche settimane dal Congreso. La situazione è stata tranquilla in tutto il Paese, tranne a Barcellona, dove si sono verificati gravi scontri tra polizia (i Mossos d’Esquadra, sotto accusa per alcuni comportamenti ai limiti dell’arbitrio, come l’uso indiscriminato delle pallottole di gomma) e alcuni violenti che – come ormai durante ogni manifestazione che si svolge nella capitale catalana da qualche mese a questa parte – hanno messo a ferro e a fuoco il centro città. Per questo, ora il Ministro dell’Interno Díaz pensa di equiparare il reato di vandalismo o guerriglia urbana per motivi “politici” a quello di terrorismo.

Molti commercianti, oltre a sedi di multinazionali, banche, grandi marchi, hanno visto le loro vetrine e installazioni distrutte o fortemente danneggiate: un danno oltre che economico anche d’immagine per l’intera città. A parte le questioni legate all’ordine pubblico, lo sciopero, in fin dei conti, è convenuto a tutti: ai sindacati e ai partiti d’opposizione che, grazie all’ottima riuscita di molte delle manifestazioni convocate, hanno dimostrato di esistere ancora e di riuscire a mobilitare il loro popolo, nonostante il forte ridimensionamento subito in questi mesi di rovesci elettorali. Ed è servito al governo che ha riaffermato il diritto allo sciopero rimanendo fermo sulle decisioni prese: un modo per rivendicare davanti al suo elettorato e soprattutto di fronte all’Unione una libertà e una forza probabilmente più apparenti che reali.

Il 30 Marzo è arrivato infatti l’annuncio – atteso da tanto – dei tagli e della manovra di Rajoy: e il fatto che il gruppo parlamentare popolare e lo stesso premier abbiano informato sui dettagli del piano prima i delegati della Cdu – il partito di Angela Merkel –, arrivati fino a Madrid a questo scopo, che il resto delle forze politiche spagnole dimostra quanto ristretto sia il raggio d’azione in cui il premier si trova a operare.

Una manovra, come detto all’inizio, con molti tagli e poche nuove tasse, concentrate soprattutto sulle grandi imprese cui sono state tolte gran parte delle detrazioni fiscali. Anche perché le nuove imposte che hanno interessato la maggioranza dei cittadini erano state annunciate solo qualche giorno dopo l’insediamento dei popolari alla Moncloa, sottoforma di aumento progressivo dell’Irpef. I tagli riguardano soprattutto i trasferimenti ai ministeri, che scendono del 17%, e il già citato condono fiscale (che peraltro nel 2010 Rajoy diceva di voler evitare come la peste): tanto “limitato” nei risultati che apporterà (si parla di circa 2 miliardi e mezzo di euro che rientreranno nelle casse dello Stato a fronte di circa 25 miliardi sottratti per non aver pagato le imposte) quanto significativo a livello di linea e filosofia di governo. Infine, i sindacati e la CEOE (la Confindustria spagnola) riceveranno un miliardo di euro in meno per i corsi di formazione, che spesso organizzano insieme alle regioni e ai comuni.

E all’inizio di Aprile è arrivata un’ulteriore cattiva notizia per Madrid: la disoccupazione giovanile ammonta a poco più del 50% e il tasso totale, il 23, 6% è anche più alto di quello della Grecia, al 21 %.
Tutta colpa di Rajoy? Sì e no. È vero che cento giorni sono pochi, per raddrizzare una situazione molto critica, ma è vero anche che dopo il plebiscito dello scorso Novembre le aspettative erano tante: si pensava infatti che diversa sarebbe stata l’accoglienza che Rajoy avrebbe avuto a Bruxelles, a Berlino, a Francoforte, città dove attualmente si guarda a Madrid con un misto di sospetto e preoccupazione probabilmente superiori a quelli con cui ora si guarda all’Italia.
Questo nonostante una classe politica mediamente più seria della nostra e nonostante un Paese che ha preso coscienza molto prima del nostro del grave momento di difficoltà in cui si trova.

Ciò che angosciava Zapatero prima e che ora angoscia Rajoy è come uscire dall’austerità e riprendere a produrre ricchezza e crescita. Se qualcosa si può imputare all’attuale premier è forse una certa freddezza quasi tecnocratica nell’approccio alla politica, la tendenza a mandare avanti le seconde linee (la vicepremier Saenz de Santamaría su tutti) a spiegare i passaggi più difficili del suo governo, l’atteggiamento attendista e mediano che gli ha consegnato le chiavi della Moncloa ma che rischia di azzopparne la sua permanenza.

Ma su Rajoy, probabilmente, ciò che più pesa è la crisi di crescita che sta vivendo la società spagnola nel suo insieme, crisi di crescita che già si abbatté con violenza sul suo predecessore. La Spagna ha perso l’innocenza: non è più la democrazia giovane e fresca di qualche anno fa, la terra delle libertà. Le feste universitarie sono finite, e così anche le uscite fino alle sette del mattino: ora bisogna svegliarsi presto, ci sono i figli da mantenere, il lavoro da cercare, le rate della macchina e il mutuo da pagare.

Il travaglio di questi anni come romanzo di formazione: si scrive crisi economica, si chiama (forse) passaggio alla vita adulta: l’età delle responsabilità, l’età della consapevolezza.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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