di CARMELO PALMA – Nell’editoriale pubblicato ieri dal Corriere della Sera, Angelo Panebianco ripete e riassume le ragioni per cui ritiene che occorra diffidare della manomissione legislativa del principio maggioritario. La proposta di riforma elettorale congegnata nei suoi principi generali da PD, PdL e Terzo Polo – un proporzionale “maggioritarizzato” da sbarramenti impliciti e espliciti a vantaggio dei partiti più rappresentativi – rappresenta per Panebianco un passo indietro verso un modello di democrazia consociativa e uno in avanti verso il baratro dell’ingovernabilità.

Ci sono molti e buoni motivi per convenire con la diffidenza di Panebianco verso una riforma che semplicemente ripristini lo status quo ante e che chiuda la ventennale parentesi maggioritaria tornando alla vecchia “democrazia dei partiti”. La Prima Repubblica non è caduta per una congiura, ma per un default. E una restaurazione primo-repubblicana non è la cura per il disordine politico che è seguito al collasso del sistema berlusconiano e a cui ha provvisoriamente rimediato un governo tecnico che ha sospeso – e per alcuni “violato” – il principio dell’elezione (formalmente o sostanzialmente) diretta del capo dell’esecutivo.

Se non possiamo ragionevolmente guadare alla democrazia pre-berlusconiana come all’età dell’oro, dobbiamo però ammettere che anche la Seconda Repubblica, esattamente come la Prima, non è caduta per una congiura esterna, ma per un default interno. Quella maggioritaria in Italia, insomma, non è stata una rivoluzione tradita, ma fallita. Perché?

Panebianco e con lui molti analisti e protagonisti della politica italiana credono che il bipolarismo si sia infranto contro le resistenze degli anti-bipolaristi e che il maggioritario non abbia funzionato per i residui proporzionalistici che hanno bloccato gli ingranaggi della macchina bipolare. Rilievo tecnicamente vero per il Mattarellum e verissimo per il Porcellum, che di “maggioritario” ha la clausola di chiusura (il premio di maggioranza), non lo scheletro del sistema.

D’altra parte, è sempre più evidente che a neutralizzare la dinamica bipolare non è stato solo un difetto della regola, ma anche e soprattutto un “problema di gioco”.  La leadership berlusconiana ha offerto al sistema politico una trincea lungo cui dividersi, non uno schema di funzionamento alternativo a quello della “democrazia dei partiti”. E non è neppure (solo) colpa di Berlusconi. Quella che Panebianco chiama la “partitocrazia senza partiti” dimostra che la costituzione materiale della Seconda Repubblica è uguale a quella della Prima e che la realtà addomestica le regole e la sostanza schianta la forma, da cui dovrebbe essere formata.

Bossi ha disfatto elettoralmente la Prima Repubblica usando armi proporzionali e dominato politicamente la Seconda usando armi maggioritarie. Ha fatto quello che ha voluto, non quello che il “sistema” pretendeva che facesse (farsi inglobare e moderare oppure escludere dal perimetro del governo). Berlusconi e Prodi – cioè i perni del sistema bipolare – non hanno fondato due partiti bipolari. Il primo perché non ha voluto. Il secondo perché non ha potuto. Ad impedirlo non è stata la regola, ma l’uso che ne facevano i giocatori.

Se il bipolarismo lo facciano regole bipolari o partiti bipolari è un dilemma a cui la storia della Seconda Repubblica risponde purtroppo in un modo eloquente. I partiti proporzionali – quelli grandi, come quelli piccoli – non sono stati piegati dal bipolarismo, ma lo hanno piegato. Il principio maggioritario ha funzionato secondo una regola minoritaria, assegnando ai partiti minori e a quelli minimi un potere marginale sproporzionato e distorsivo e consentendo a quelli grandi di nascondere la propria irresolutezza dietro l’ineluttabilità del non possumus.

I difetti del sistema dei partiti non dipendono dal sistema elettorale, ma dalle caratteristiche sostanziali (cioè culturali) del mondo politico. Le pratiche spartitorie, la ricerca di equilibri consociativi e di vantaggi esclusivi, l’intermediazione parassitaria della spesa e della decisione pubblica, la deriva oligarchico-proprietaria della macchina politica, la personalizzazione privatistica del rapporto tra consenso e potere…Sono tutti connotati della Prima Repubblica che sono sopravvissuti ai meccanismi, in teoria maggioritari, della Seconda.

Antonio Martino la chiamava, vent’anni fa, democrazia acquisitiva (“Il consenso diventa il fine dell’attività politica, la spesa pubblica lo strumento per la sua acquisizione”). Non l’hanno cambiata di una virgola vent’anni di “maggioritario” e di un bipolarismo che oggi annovera tra i suoi difensori – ironia della sorte – Di Pietro, Vendola e Bossi, cioè i “resistenti” alle pretese dei “grandi”.

Il sistema bipolare avrebbe dovuto rendere la democrazia italiana più efficiente e decidente. E’ finita nel modo esattamente contrario, con la prevalenza politica dell’equilibrio di coalizione – la chiave di volta della costruzione bipolare italiana – rispetto alle responsabilità di governo. I governi “forti” sono stati o rimasti tali solo scansando i problemi veri.

Dalla riforma elettorale non c’è da sperare nulla di risolutivo. Da parte nostra ci limitiamo ad auspicare che metta un ordine quantitativo nel sistema politico. Meglio un proporzionale a 4/5 partiti che un maggioritario a 12/15. Meglio un sistema di grandi partiti che di grandi coalizioni. Ridurre il numero dei giocatori in un gioco che ne pretenderebbe, in teoria, non più di 2 o 3, può far del bene più dell’impacchettamento maggioritario del disordine proporzionale.

Il conformismo bipolare non è più né un alibi, né una virtù. Per fare le cose giuste, serve una democrazia competitiva capace di selezionarle, non l’ordalia maggioritaria che, come dimostrano almeno due decenni di storia a perdere, ha mascherato l’immobilismo politico con il più sconclusionato “tremendismo” ideologico.

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