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Aung San Suu Kyi entra in Parlamento ma è ancora presto per rimuovere le sanzioni

– Nel Myanmar, la ex Birmania, dopo 15 anni di arresti domiciliari, dopo appena un anno e poco più di libertà da assaporare, la leader dell’opposizione democratica, Aung San Suu Kyi, è sbarcata in Parlamento. Ieri la Commissione Elettorale ha confermato la sua vittoria nel collegio elettorale del distretto di Kawhmu, nei pressi di Yangon (ex Rangoon). Ha vinto, anzi stra-vinto, le prime elezioni veramente libere, in cui la sua Lega Nazionale per la Democrazia ha potuto presentare i suoi candidati e condurre una propria campagna elettorale.

Per capire la portata storica dell’evento, è meglio ripercorrere la tragica storia di Aung San Suu Kyi e del suo partito di opposizione, unica vera voce di dissenso nella dittatura militare birmana. «Le schegge di vetro, le più piccole, con la forza tagliente e luccicante di difendersi contro le mani che cercano di frantumarle, possono essere indispensabili per chi vuole liberarsi dalla morsa dell’oppressione». E’ una sua frase divenuta celebre ed è molto significativa per comprendere la sua azione politica. Senza ricorrere alla violenza, a cospirazioni o a resistenze clandestine, facendosi forza solo del suo prestigio interno e internazionale, Aung San Suu Kyi, figlia di uno dei protagonisti dell’indipendenza birmana (dall’Impero Britannico), ha messo in piedi un partito di opposizione di massa, la Lega Nazionale per la Democrazia.

La fine degli Ottanta fu un periodo rivoluzionario per tutti, non solo per la Cina o per l’Est europeo. La Birmania non fu esclusa dal vento del cambiamento. Nel 1988 scoppiò una rivolta studentesca contro la giunta militare al potere ininterrottamente dal 1962. La rivoluzione venne repressa con estrema brutalità, ma il regime dei militari, alla ricerca di consenso, indisse prime elezioni libere per formare un’Assemblea Costituente. Benché fosse già nel mirino della giunta e stesse scontando i suoi primi anni di arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi riuscì comunque a vincere le elezioni del 1990 ottenendo una maggioranza schiacciante. Il trionfo si tramutò ben presto in tragedia. I militari sciolsero l’Assemblea Costituente e arrestarono di nuovo la leader dissidente. Il ventennio successivo Aung San Suu Kyi lo trascorse alternando lunghe detenzioni a brevi periodi di libertà vigilata. Una libertà spesso pericolosa, come quando, nel 2003, scampò per poco a un tentativo di attentare alla sua vita. Ottenne numerosi e prestigiosi riconoscimenti all’estero: Premio Sakharov nel 1990, Nobel per la Pace nel 1991, Medaglia del presidente Usa alla Libertà nel 2000, Medaglia d’Oro del Congresso Usa nel 2008. In patria, al contrario, fu sempre sorvegliata e censurata.

L’incubo iniziò a dissiparsi nel 2007, in seguito ad un’altra tragedia: in una nazione a stragrande maggioranza buddista, furono i monaci a guidare un’altra rivoluzione pacifica. Anche in questo caso la sollevazione fu repressa, ma il regime (se non altro per rispettare la fede dei suoi cittadini) non poté usare la stessa violenza brutale del 1988. Inoltre fu una rivoluzione che finì sotto gli occhi di tutti, grazie all’uso massiccio dei social media. E il regime militare birmano, già ghettizzato politicamente, subì nuove e più pesanti sanzioni dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dalla maggioranza dei vicini Paesi asiatici. Nel 2007, gradualmente, iniziò un percorso di riforme che sfociarono in una parziale modifica della costituzione.

Il 7 novembre del 2010 si tennero le prime elezioni parzialmente libere. La Lega Nazionale per la Democrazia boicottò il voto a causa delle censure che doveva ancora subire. E il Parlamento che ne sortì era dominato dal Partito per l’Unione, Solidarietà e Progresso, fedele alla linea della giunta militare. Ma furono compiuti, comunque, due piccoli passi avanti. I militari cedettero la gestione diretta del potere al governo civile guidato dall’ex militare Thein Sein. E Aung San Suu Kyi venne liberata meno di una settimana dopo le elezioni.

La sua vittoria di domenica scorsa è il risultato più importante di questo percorso riformatore. Si è trattato delle prime vere libere elezioni dal 1990. E la popolazione birmana ha lanciato un segnale chiarissimo: non appena è libera di votare, sceglie l’opposizione democratica, contro il partito dei militari. Tuttavia la democratizzazione birmana non può dirsi affatto completa.

Il 1 aprile si votava per 45 seggi lasciati vacanti da deputati cooptati dai ministeri dell’esecutivo di Thein Sein. Il fatto è che il parlamento è costituito da 664 seggi, l’80% dei quali è ancora nelle mani del Partito dell’Unione, Solidarietà e Progresso. Il voto decisivo sarà nel 2015, quando si voterà a livello nazionale per il rinnovo del potere legislativo. E’ comunque difficile ribaltare questo rapporto di forza perché, secondo la nuova costituzione riformata, il 25% dei seggi è riservato ai militari. Inoltre, anche in queste elezioni suppletive, la Lega Nazionale per la Democrazia ha subito numerosi brogli e frodi elettorali. In alcuni seggi gli elettori hanno trovato schede truccate e hanno votato con difficoltà. In altri distretti sono stati manipolati i registri degli aventi diritto al voto: molti gli elettori rimossi e altri, già defunti, sono stati tenuti nelle liste. Il giorno prima del voto, Aung San Suu Kyi già denunciava delle frodi “inaccettabili” e i governi di Usa e Ue avvertivano che le sanzioni sarebbero state riviste solo in caso di elezioni libere, eque e trasparenti. L’esito del voto è stato comunque positivo. Nonostante i brogli. Ma è stata solo una piccolissima prova di forza. Inutile dire quanto e cosa si possa temere per le prossime consultazioni del 2015, quando sarà tutto il Paese a recarsi alle urne. Infine, nello stato del Kachin (nel Nord) l’esercito combatte ancora contro la locale minoranza etnica. In quello stato non si è potuto votare il 1 aprile. Quante di queste “emergenze” militari si potranno aprire nei prossimi tre anni? Abbastanza da ostacolare il processo democratico.

I prossimi tre anni, dunque, Aung San Suu Kyi dovrà fare ancora un percorso ad ostacoli. Quel che l’Occidente non può permettersi è non capire che siamo all’inizio e non alla fine della democratizzazione della Birmania. Dagli Stati Uniti giungono dichiarazioni di Hillary Clinton improntate su un ottimismo (giustamente) cauto: «E’ troppo presto per valutare la portata dei progressi realizzati». E’ semmai nell’Ue che si scatena la festa da “fine partita” con troppo anticipo. A neanche 24 ore dal voto, da Bruxelles è già giunta una chiara indicazione dell’apprezzamento dei 27. I cui ministri degli Esteri si riuniranno il 23 aprile per riesaminare la politica delle sanzioni. E già sappiamo che «Ci sarà un segnale positivo», come ha anticipato la portavoce di Catherine Ashton, l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune. Gli investitori, da mesi, attendono solo un via libera da Bruxelles. Ma anche la giunta birmana pregusta la fine delle sanzioni: tutto sommato è solo questo lo scopo di queste prime, ostentate, riforme politiche. Poi, magari, la giunta militare (che detiene ancora il potere, anche se non lo esercita più in prima persona) potrebbe anche tornare a usare il pugno di ferro.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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