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L’intesa Italia-Cina è la fine della politica estera “democratica”?

– Stavolta pecunia non olet. La sensazione è che sia ritenuta in generale un successo la visita del presidente del consiglio Mario Monti in Cina alla ricerca di investimenti da parte di quel paese e di opportunità di collaborazione sino-italiane.
Il nostro premier non è stato parco di elogi nei confronti del paese del Dragone ed a sua volta ha incassato l’apprezzamento dei cinesi per il processo di riforme in atto in Italia (sic!).
Parlando alla scuola dei dirigenti del Partito Comunista Cinese, poi, ha criticato il capitalismo per le sue responsabilità nella crisi e si è augurato che la Cina possa diventare “un partner strategico della crescita italiana”.
Non c’è traccia del fatto che la questione dei diritti umani sia mai stata posta realmente nel corso dei vari incontri, né questo “silenzio” pare aver suscitato particolari polemiche, imbarazzi o mal di pancia nella larga coalizione che sostiene il governo.

Di fronte a tante strette di mano e reciproche lodi, ci si può legittimamente chiedere dove sia finita l’anima neo-con del centro-destra di qualche anno fa, ma anche dove sia finito il più recente zelo “liberal” del centro-sinistra. E più che altro ci si può chiedere se nella politica italiana la questione dei diritti umani e della democrazia nel mondo sia mai stata realmente sentita al di là di essere stata “usata” di volta in volta nell’ambito del confronto bipolare.
Proviamo un po’ a ricostruirlo – perché è divertente – il dibattito sulla politica estera nella Seconda Repubblica.
Ci fu la fase di un centro-destra “atlantista”, che metteva nel proprio programmala promozione nel mondo di istituzioni libere e democratiche”, di un Silvio Berlusconi visto dal New York Times come più convinto di Bush della necessità di “esportare la democrazia”. Era una fase in cui a destra era “in” incontrare il Dalai Lama od organizzare l’Israele Day. In cui si stava con l’America e si festeggiava la caduta del regime dei talebani e quella di Saddam.

La sinistra, va da sé, stava dall’altra parte ed attaccava Berlusconi ed il centro-destra, accusandoli di “militarismo”, di sudditanza geostrategica nei confronti degli Stati Uniti o nella migliore delle ipotesi di incapacità di comprendere le complessità geopolitiche e le diversità culturali che impongono di non usare mai l’accétta.
Era una fase in cui il centro-destra puntava a capitalizzare il fallimento del modello comunista, i fatti dell’11 settembre e la coerenza di storie politiche che si erano sempre collocate all’interno della democrazia occidentale. Ed in cui la sinistra pagava un pegno ideologico al proprio passato e giocava la carta di un pacifismo che strizzava l’occhio al sentimento antiamericano ed anticapitalista.

Poi le cose sono gradualmente cambiate, con l’epica del 1989 che tendeva a sfumare, le guerre in Afghanistan ed in Iraq che si incancrenivano e la progressiva modifica degli equilibri economici mondiali con il prepotente ingresso in scena di alcuni paesi emergenti. Così Berlusconi mandò in soffitta la “principled foreign politics” e riscoprì e rilanciò a modo tutto suo il “realismo politico” che aveva contraddistinto i governi dell’Ulivo – quelli che primi, ricordiamocelo, avevano sdoganato Gheddafi.

Venne la fase della politica estera delle “pacche sulle spalle”, con il nostro premier che sorrideva a Lukashenko, si faceva fotografare in Costa Azzurra con il giubbotto della marina russa e baciava la mano al raìs libico.
La sinistra, spiazzata da cotanta disinvoltura, reagiva scandalizzata – attaccava il premier che ci portava fuori dall’occidente e provava lei a presentarsi come l’opzione politica “europea” ed “atlantista”, cogliendo al volo le opportunità mediatiche offerte dall’avvento del progressista Obama alla Casa Bianca.
Nei ranghi del PD si sintetizzava così:per la prima volta in Italia il centro-destra guarda a Mosca, mentre il centro-sinistra guarda a Washington” – non accorgendosi peraltro del carattere clamorosamente autolesionistico di una simile frase, che rappresentava un’implicita ammissione di essere stati per sessant’anni dalla parte sbagliata.

E’ vero, in ogni caso, che da parecchio tempo l’argomentazione democratico-umanitaria è stata sempre più derubricata ad una valenza di sola polemica interna – un modo a basso costo di provare a delegittimare la credibilità internazionale dell’altra parte politica. Il centro-destra l’ha usata contro il centro-sinistra ed il centro-sinistra l’ha usata con il centro-destra.
Non stupisce che in questo momento di tregua politica e di larghe intese nessuno sembri nutrire particolare interesse a mettere in croce il tour cinese del premier Monti.

Anche se è bello ammantarsi di grandi idealità dal punto di vista della promozione dei diritti umani e della democrazia nel mondo, all’atto pratico quasi nessuno pare realmente interessato a difendere certi princìpi, ogni volta che ciò comporti un qualche costo in termini di perdita di opportunità economiche – e così cambiano i governi, ma non la predisposizione ad un rapporto con stati autocratici ed autoritari che passa con estrema facilità dall’engagement all’endorsement.

Eppure se si crede davvero in una politica estera per la democrazia, allora occorre essere pronti a pagare il prezzo di relazioni economiche selettive e di una costante azione di pressione politico-diplomatica nei confronti dei paesi che non rispettano determinati standard di libertà civili. Se non si è disposti a questo, allora forse è più dignitoso lasciar perdere l’ipocrisia di una teoria dell’“ingerenza democratica” che nella sua vaghezza e nella sua flessibilità si rivela solo una delle tante forme per accrescere la discrezionalità della politica – per giustificare di volta in volta l’appeasement o l’interventismo militare à la carte, l’imposizione di dazi o la stipula di trattati economici preferenziali.

Altri su questo giornale non saranno d’accordo, ma meglio allora la limpidezza e la coerenza di un approccio libertarian come quello sostenuto dal candidato alla presidenza americana Ron Paul – una politica estera di pace, “non intervento” e “libero scambio” che, senza necessariamente fornire endorsement politici, sostenga un mercato mondiale integrato e difenda sempre e comunque il diritto delle imprese a commerciare liberamente.
Proviamo a cambiare il mondo, non con l’ingerenza, ma con il nostro esempio. Rivolgiamo le nostre energie al nostro interno, difendendo qui fino in fondo i princìpi della società libera e provando a dimostrarne al mondo la superiore efficienza.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “L’intesa Italia-Cina è la fine della politica estera “democratica”?”

  1. Jean Lafitte scrive:

    “Non c’è traccia del fatto che la questione dei diritti umani ”

    ovvero? cmq questo articolo ha due enormi meriti: 1) finalmente si prende atto che il 1989 è finito da un pezzo. 2) sostiene una politica di non ingerenza.

  2. creonte scrive:

    i dazi son roba da far west: bisogna puntare su un diffusione di un diritto intenazionale questo sì più ingerente di oggi (es. arbitrati internazionale ecc…)

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