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Il ‘latinorum’ diventa ‘Humanities’. E finalmente scopriamo che serve a qualcosa

– L’“Error, conditio, votum, cognatio, crimen”, argomentato da Don Abbondio in uno dei passaggi più significativi dei Promessi Sposi, rimane senza risposta. Renzo, di fronte a quella giustificazione, non può far altro che opporre silenzio. Non conosce il latino.
Nell’Italia della quale Manzoni scrive chi non conosce il latino è a tutti gli effetti un analfabeta. E’ inimmaginabile che chi possiede una certa cultura non ne sappia.

Da allora ad adesso si è verificato quasi l’impossibile. Gli spazi per quella lingua si sono sempre più ridotti. Non più parlata, quasi non più insegnata. Ridotta ad un’opera d’arte esposta in un museo, ad un reperto archeologico, da osservare, ma comunque lontano. Come uno strumento ormai inutilizzabile. Scontando, almeno fino quasi all’attualità, la definizione di “lingua morta”, per non parlare delle contestazioni ideologiche sessantottine.

Poi, quasi inaspettato, il boom d’interesse non solo da noi ma anche, e soprattutto, nel mondo.
Nel Paese nel quale quella lingua nacque, invece, la scuola, entrata nel vivo la riforma Gelmini, registra da un lato la modernizzazione della didattica e l’ampliamento dell’offerta, dall’altro la riduzione dell’impatto quantitativo nei programmi (eccetto quelli del liceo classico). Insomma indicazioni di segno opposto. Contemporaneamente di interessse e disinteresse. Come accade con i monumenti dei quali si ricorda la straordinaria importanza, ma per i quali si fa poco per garantire almeno la sopravvivenza. E nel frattempo il latino dà segnali di grande vitalità. Lo testimoniano il successo degli ultimi libri di Luca Canali, de Il Poema dei Vangeli di Giovenco con testo originale a fronte e di Augusto, Braccio violento della storia, e gli articoli di Dario Antiseri sulla rivista Zetesis.

Segnali che si moltiplicano, tramutando l’episodicità nostrana in un ben più connotato trend, oltrepassando i confini nazionali. Dagli splendori delle scuole latine di Lussemburgo e Saarbrucken alle trasmissioni in latino della radio finlandese, per non parlare dei simposi internazionali in rigorosa pronuncia restituta e dei certamina accademici. Con offerte economicamente allettanti da Usa, Germania, Giappone e Cina per gli insegnanti europei.
Questo processo in realtà non sembra disgiunto dalle strategie che sembrano da alcuni anni aver intrapreso l’Italia ed i paesi anglofoni. Con questi ultimi che, forti di una solida cultura scientifica, rilanciano il valore formativo dei classici. Con la prima che sembra (per alcuni) necessitare della cura opposta. Iniezioni di “critical thinking” per i letterati.

Anche il mondo angloamericano, quello “tecnologico” per antonomasia, mostra delle inquietudini di fronte alla hybris scientifica e alla carenza di umanesimo e di spiritualità. Così per il mondo anglofono, al quale non di rado si guarda con grande interesse, le Humanities, la loro adozione, costituiscono il mezzo per assorbirne il valore formativo. George Steiner, in I libri che non ho scritto (Garzanti), rimpiange i tempi in cui era la memoria la madre delle Muse, e predica una rinascita delle arti del trivio e del quadrivio, con la musica a educare le menti ad attività senza fini utilitaristici. Ancora più radicale mostra di essere Martha Nussbaum, in Non per profitto. Partendo dalle stesse preoccupazioni per “la crisi mondiale dell’istruzione” giunge ad affermazioni decisamente tranchant. Senza humanae litterae non ci sarebbe democrazia perchè non c’è possibilità di pensare criticamente e non “localisticamente” e perchè non si hanno gli strumenti per raffigurarsi simpateticamente l’”altro” e per cogliere la complessità del mondo.

Giuseppe Cambiano, nel suo Perché leggere i classici (il Mulino), pur non giungendo alla “semplicistica” conclusione alla quale giungeva Italo Calvino (Perché leggere i classici, Mondadori) nel 1991 (“leggerli è meglio che non leggerli”) né, tanto meno, all’idea ottimistica di democrazia che sta dietro alla concezione americana della Nussbaum, elabora la sua teoria. Quella dell’alterità culturale.

La questione non è nuova e può rientrare in quella querelle tra gli antichi e i moderni sulla quale tanti si sono applicati anche nel recente passato. Come spesso accade, in medio stat virtus. Sarebbe non funzionale alle logiche della modernità e quindi sostanzialmente inefficace vedere la scienza con gli occhi dell’arte, come raccomandava Nietzsche. Ma anche l’approccio opposto risulterebbe inadeguato alle esigenze dell’attualità. Per questo tra i due opposti trova spazio, esemplare per equilibrio, l’approccio del britannico John Armstrong nel saggio Reformation and Reinassance. New Life for the Humanities (Griffith Review, 31).

L’Umanesimo va studiato ma con gli occhi di una mente oggettivante che permetta di valutare non in base a generici richiami alla tradizione. Facendo ricorso al rigore e all’obiettività.
Una volta tanto potrebbe essere utile emulare gli altri, fare nostra la proposta britannica. Riscoprire il valore del nostro passato per la costruzione del futuro, introducendo alcune iniezioni di “critical thinking” per i letterati.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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