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Riforma del lavoro, una cura troppo blanda per un sistema morente

Le ventisei pagine del testo della riforma del mercato del lavoro ambiziosamente promossa dal Governo Monti, non si fossilizzano sul bollente tasto dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, ma si occupano anche di altri temi (apprendistato, ASPI, misure a favore del lavoro femminile, congedo di paternità…); siamo quindi di fronte a una riforma strutturale tout court, in grado di sparigliare le carte di un mercato tragicamente duale, strabico e vessatorio nei confronti dei non-protetti?

Purtroppo no. Se è infatti doveroso riconoscere al governo Monti l’essere riuscito a scalfire uno dei (se non il) sacri totem religioso-sindacali del mercato del lavoro italiano (vietante, per legge, il meccanismo della meritocrazia mediante l’anacronistica logica del reintegro, pensato per un’organizzazione lavorativa di tipo fordista), è altrettanto doveroso riconoscere che la tanto sbandierata “rivoluzione copernicana” si traduce, rebus sic stantibus, in un timido gioco al ribasso di preservazione dello status quo e non mira a quel big bang strutturale di cui l’Italia necessita disperatamente. Allo stato attuale la riforma del mercato lavoro possiede caratteri assolutamente modesti ed irrisori, quando non iniqui.

Perché modesti ed irrisori? Perché lo svuotamento del carattere del “reintegro” dal 18 è accompagnato da un indennizzo di pesante gravità economica da corrispondere al lavoratore (15-27 mensilità, senza contare lo sforzo economico del contenzioso giudiziario). E’ alquanto inverosimile pensare che vi siano aziende (stritolate da una pressione fiscale reale che galoppa oltre il 50%) disposte a sobbarcarsi tale severance cost, contribuendo – nei fatti – a proseguire (salvo casi estremi o sporadici) nel mantenere le attuali posizioni di rendita che il 18 è venuto a creare. Per la gioia della Camusso non ci sarà alcuna marea di “licenziamenti facili”, ma – per disgrazia dell’Italia – nemmeno vi sarà il completo abbattimento di una posizione di rendita; il mercato del lavoro continuerà a essere drammaticamente duale e insano, scaricando il peso dei privilegi sulle spalle delle nuove generazioni.

E da qui si arriva al secondo punto (più importante), focalizzato sull’intensa iniquità della riforma. Se il 18 costituisce indubbiamente un punto importante per un rinnovo strutturale del mercato del lavoro italiano esso non costituisce il punto fondamentale di una riforma in materia, come ha ben evidenziato Michele Boldrin su Linkiesta. Ci sono cose più importanti (molto più importanti) del 18, e riguardano il settore della giustizia civile, il costo del lavoro (peraltro aumentato del 1,4% per i contratti a tempo determinato), l’asfissiante pressione fiscale e il delicatissimo tema della contrattazione aziendale. E’ da qui che bisogna partire se si ambisce a cambiare per davvero le carte in tavola e tornare a crescere.

La riforma del mercato del lavoro spagnola promossa da Mariano Rajoy si concentra appunto sul cruciale tema della contrattazione collettiva, nella fattispecie su quella locale; certo, non dimentica il capitolo dei licenziamenti, ma nemmeno si sogna di affermare che essi siano il fulcro di un efficiente mercato del lavoro.

Molti commentatori sostengono a spada tratta che lo scontro sul 18 è carico di una tensione simbolica tesa a svuotare il potere di veto delle parti sociali e l’annacquante pratica concertativa (e che alcune battaglie simboliche sono necessarie). Ma non si può distruggere un privilegio ignorando sistematicamente gli altri; riformare il mercato del lavoro privato italiano con inevitabile caduta delle rendite di posizione (e il 18 è uno di essi) è possibile se – e solo se – se si abbattono sistematicamente i monopoli di Stato, il corporativismo gattopardesco degli Ordini Professionali e si attua un giro di vite al pubblico impiego (meno produttivo e più costoso).

O si abbattono tutti i totem e tutte le rendite senza compiere gli eleganti e sobri distinguo che il Governo Monti è stato – spesso giocoforza – costretto a fare, o non vi è possibilità alcuna di costruire una riforma che possa dirsi “strutturale”. Questa coraggiosa palingenesi orizzontale è mancata, e lo si può notare da come è stata via via svuotata la (già debole) sostanza del decreto Cresci Italia a seguito delle barricate degli Ordini Professionali, o da come si è abilmente evitato di affrontare tematiche cruciali (disciplina dell’impiego pubblico) spesso antistanti alla riforma del mercato del lavoro.

Riforma delle pensioni a parte, il governo Monti ha (forse involontariamente) seguito politiche di “tutto cambi, affinché nulla cambi”, rinunciando a toccare privilegi di determinate categorie (ordini professionali, ministeriali, burocrazia, ecc.) e proseguendo nella cura da cavallo del “Salva Italia”. Cura da cavallo necessaria, ma che rischia di diventare soluzione, anziché presupposto alla soluzione per curare un paziente affetto da gravi disordini interni (ossia, strutturali).

La riforma del mercato del lavoro – nella sua versione attuale – non raggiunge i suoi obiettivi e reca con sé l’amaro retrogusto di un’occasione persa. Il depotenziamento, tutto simbolico, dell’art. 18 deriva da un accordo al ribasso con le organizzazioni sindacali che dovrebbero invece vedere svuotato il loro potere politico, accordo che, comunque, non fornisce un adeguato paracadute d’emergenza per tutti i lavoratori (la stessa applicazione dell’ASPI darà vita a nuove disparità).

Si punta tutto su un contratto di apprendistato inspiegabilmente lunghissimo (3 anni, contro una media OCSE di 6-8 mesi) e la cui formula non ha mai avuto successo. A un’attuale “grande ingiustizia” si tenta di rimediare con un tampone che, si spera, porti “meno ingiustizia”; ma non è con la strategia dei piccoli passi verso la normalità che si può cambiare un paese incancrenito dalla miopia di elite italiane che hanno pensato sempre e solo a raccogliere il consenso delle generazioni presenti tramite la distribuzione di prebende e privilegi.

L’avvento di una palingenesi strutturale (e non dei piccoli passi-rattoppi per rattoppare la zattera alla deriva) non è un vizioso lusso intellettuale, ma è la condizione necessaria per attuare il rilancio di un sistema zoppicante e incapace di competere sulla scena internazionale.

E pensare che modelli validi – e davvero “rivoluzionari” – da cui trarre spunto non mancavano. C’è il “modello Ichino”. O il DDL Raisi-Della Vedova made in Libertiamo. Si è preferito seguire tutt’altra strada, più rassicurante per i soliti noti. Per il paese, molto meno.

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Twitter @ilmastigaforo


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

5 Responses to “Riforma del lavoro, una cura troppo blanda per un sistema morente”

  1. marcello scrive:

    La disparità fra chi ha delle tutele (e non sono dei lussi, visto che anche chi è a tempo indeterminato e ha uno stipendio di 1300 al mese, dovendo mantenere 2 persone, non arriva alla terza settimana e rischia di diventare insolvente)e chi non ce le ha non l’ho fatta io. La legge 30 l’hanno fatta proprio quelle persone che ora vogliono togliere l’art. 18, facendo quindi un livellamento al ribasso (altro che comunismo).
    Poi si protesta contro il mercato duale del lavoro e nulla si dice sul fatto di legare gli stipendi alla produttività dell’azienda. Nulla da dire se a quelle aziende che producono di più si dà una paga più alta (ma anche prima il lavoratore di un ipermercato aveva di più di a uno di un piccolo negozio con la stessa qualifica), ma se, come temo, le deroghe al CCNL sono al ribasso, anche qui quello che lavora in un’azienda più piccola ha la sfortuna non sono di non avere l’art. 18 (se il testo non cambia) ma, anche di avere una paga più bassa. Anche questo è diseguale.

  2. kmatica scrive:

    invece di cercare modelli astratti – cioè parlare di quello che non c’è – cerca di essere pragmatico e rivolgi lo sguardo a quello che già esiste, ad esempio il modello tedesco, che da ben 7 anni funziona con benefici sia per le aziende che per i suoi dipendenti.
    Chiaramente questa sarebbe la “vera rivoluzione” in quanto si tratterebbe di abbandonare la “concertazione” a favore della “compartecipazione”, inoltre dovresti tenere a mente che la libertà piace anche ai lavoratori e non è prerogativa esclusiva delle aziende, visto che ti professi libertario.
    Una domanda, preso atto che l’art.18 è un aspetto marginale di una riforma ben più vasta e complessa e se la logica non è un’oppinione, perché chi difende i propri diritti difende un totem e non lo è alla stessa stregua anche chi cavalca crociate per abbatterlo?

  3. lodovico scrive:

    Provocazione: i sindacati pensano di risovere i problemi in uscita attraverso pareri di liceità della magistratura. Il problema potrebbe esser ribaltato facilmente estendendo ulteriori garanzie in entrata: far intervenire la magistratura nelle assunzioni. In questa maniera i magistrati decidono la miglior qualità in entrata escludendo le raccomandazioni o reati di vicinanza e nello stesso tempo possono indagare sulle intenzioni dei datori di lavoro.La fantasia in Italia non avrebbe fine.

  4. kmatica scrive:

    Non serve. Basta applicare la Costituzione.
    Provocazione: se si abolisse la Costituzione ed il Parlamento lo spread ne risentirebbe in positivo ed il mercato ancor più libero.

  5. lodovico scrive:

    per Kmatica: Applicare la Costituzione? Una idea. Ad esempio si potrebbe estendere il concetto di lavoro obbligando costituzionalente tutte le persone giuridiche ad assumere ognuna una altra persona giuridica. In questa maniera tutti pagherebbero contributi assicurativi e previdenziali in quanto i datori di lavoro sarebbero assunti a loro volta da un’altro lavoratore. In questa maniera l’Italia aumenterebbe di molto la sua efficienza avendo tutti un doppio lavoro (ma in regola). Gli effetti: percentualmente potrebbero diminuire i contribuuti e finalmente troverebbe valore il motto: paghiamo tutti, paghiamo meno.

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