– A pochi mesi dalla scadenza del mandato presidenziale Obama è costretto a fare i conti con i deludenti risultati delle politiche ambientali che hanno caratterizzano la sua campagna elettorale e che oggi, a distanza di quasi quattro anni, appaiono come i piedi d’argilla del gigante di una presidenza che è clamorosamente riuscita a mancare ogni obiettivo e a tradire le promesse di cambiamento fatte agli elettori.

Nonostante tutto, però, grazie all’economia in lenta ripresa e all’inerzia dei repubblicani, è probabile che a novembre Obama la spunti ancora. Forte del vantaggio sui peggiori candidati del GOP di cui si ha memoria, il presidente non accenna a cambiare rotta e, probabilmente, non ne avverte alcuna necessità.

La settimana scorsa, per l’appunto, il New York Times ha dato notizia dell’ultima trovata dell’Obama ambientalista: dazi doganali dal 2.9 al 4.73% sui pannelli solari made in China, accusando la potenza asiatica di averne sussidiato illegalmente l’export in violazione del diritto del commercio internazionale. Fair enough, direbbero gli americani, se non fosse che la Cina è il principale concorrente dei produttori di pannelli solari finanziati da Washington e che negli ultimi anni le tecnologie fotovoltaiche di Pechino hanno di fatto sbaragliato i competitor americani come Solyndra e Optisolar, costati ai contribuenti centinaia di milioni di dollari e costretti al fallimento per colpa di costi di produzione che, a differenza di quelli cinesi, non rendevano il solare competitivo con le energie tradizionali.

Con il mercato del fotovoltaico cinese in pieno boom di esportazioni, Obama vorrebbe presentare a Pechino i “debiti di gioco” del governo americano che per anni ha scommesso su cavalli perdenti in partenza. In verità, la politica dei sussidi cinese non differisce in nulla se non nelle esportazioni da quella obamiana, ed è proprio su un illecito nell’export rilevato dal Dipartimento del Commercio americano che il governo intende fare leva.

Ma perché Obama, da presunto ambientalista, vuole penalizzare chi ha permesso all’energia solare di raggiungere costi di produzione vicini a quelli delle energie tradizionali? Semplicemente perché dietro tanta retorica green non si cela nient’altro che una nuova forma di colbertismo, di patriottismo keynesiano e protezionista. Quando il senatore dell’Illinois sfidava Hillary Clinton per la nomination democratica, l’economia americana aveva un disperato bisogno di nuovi posti di lavoro. Da vero fuoriclasse Obama giocò la carta dei green jobs, impieghi ecocompatibili e sussidiati dal governo federale per creare occupazione e far ripartire l’economia. Tutti mangiarono la foglia, ma le aziende che avrebbero dovuto garantire la ripresa fallirono una dopo l’altra.

Sconfitto dalla tecnologia dei musi gialli, a Obama non resta che tassarli, con buona pace del credo ambientalista che, visti i risultati di Pechino, imporrebbe l’apertura delle frontiere agli asiatici. A questo punto solo agli ingenui non viene da chiedersi se l’interesse che muove Obama – come del resto Al Gore – verso l’ambientalismo sia sincero e disinteressato. Malgrado i fallimenti e le ipocrisie, “il giovane, bello e abbronzato” potrebbe dettare le politiche ambientali di Washington per i prossimi quattro anni.

Il fatto che gli ambientalisti si lascino ancora abbindolare da chi ha cavalcato i temi del riscaldamento globale e delle energie rinnovabili come instrumentum regni per arrivare allo Studio Ovale la dice lunga sulla loro tragica capacità di influenzare in negativo la politica americana.

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Twitter @danielevenanzi