di LUCIO SCUDIERO – Ho caricato le pile della torcia e imbracciato un bastone per farmi largo, nel buio, tra la selva di dichiarazioni pubbliche, documenti ufficiali e indiscrezioni giornalistiche, alla ricerca di un appiglio che placasse quella che mi sta montando come una vera ossessione. Di tutto si discute, in questa particolare, per certi versi stranissima fase della vita pubblica italiana, fuorché di come tagliare la spesa pubblica.

Fa un effetto straniante ascoltare i proponimenti più o meno seri e risoluti su mercato del lavoro, liberalizzazioni, fisco, crescita; le analisi fighe sul modello di sviluppo che vorremmo (ma anche no); gli altisonanti lai di disoccupati e sindacati per il lavoro che vola altrove; perfino le sussiegose lezioncine di ex ministri intellettualmente corrotti, pessimi con l’esempio ma prontissimi coi consigli minacciosi al governo dei professori, e non trovare, in mezzo a tutto ciò, menzione della più ineludibile riforma di struttura di cui il Paese necessita, cioè l’abbattimento di almeno dieci punti percentuali della spesa pubblica corrente.

E’ vero che Piero Giarda starebbe lavorando a una spending review, ma tale impegno non ha prodotto altro, finora, che un rapporto sulla struttura e dimensione della variabile in considerazione, invero utilissimo  in fase di analisi, ma senza seguito sul piano di policy e di narrazione (© Vendola) politica.

Dicevo che è straniante – all’indomani dello scatto delle addizionali regionali Irpef (che vale 2 miliardi di euro), nonché alla vigilia del debutto dell’ Imu (da giugno, 11 miliardi di euro per il solo 2012) e dell’Iva “evoluta” al 23 per cento (altra vagonata di miliardi in meno nelle tasche dei legittimi proprietari di quei soldi, cioè i cittadini/contribuenti) – ritenere che non si possa o non si debba affondare la lama nel ventre molle dei quasi 800 miliardi di spesa intermediata dal settore pubblico italiano ogni anno.

La mole di risorse su cui incidere è tale che il mestiere di chi deve rimettere a posto i conti dello Stato ne sarebbe agevolato: è senza dubbio più semplice individuare lo spreco e l’inefficienza in tanta abbondanza di quanto non lo sia lambiccarsi il cervello a studiare l’ennesima imposta su basi imponibili già depauperate e allo stremo della capacità contributiva.

Per esempio, in quegli 800 miliardi il 41 per cento è il costo di produzione di beni e servizi della Pubblica Amministrazione, e vi alloggiano comodamente tanto le spese sanitarie (che fine hanno fatto i costi standard?) quanto le retribuzioni dei pubblici dipendenti, che oltre ad essere troppi sono anche troppo pagati, se comparati alle dinamiche del settore privato. Qui serve un inciso: è proprio il caso di escluderli perfino dalla riforma del regime di licenziamenti? Quale ragione di opportunità, pertinenza, buon senso e consenso spinge il governo a una scelta tanto suicida, che parrebbe non condivisa perfino dagli statali? Guardate sotto.

Credo di avere la risposta: la ragione di questo è il Parlamento, come al solito. E quindi non è abbastanza seria per non provarci.

E poi ci sarebbero i 44 miliardi di trasferimenti alle imprese, i costi spropositati di funzionamento delle istituzioni regionali, il costo della politica inteso in senso ampio come prezzo della pessima intermediazione di quest’ultima nella vita economica del Paese (non gli stipendi dei parlamentari, per intenderci), che va dalla corruzione vera e propria al mantenimento di sacche di inefficienza funzionali al clientelismo.

Falcidiare la spesa pubblica non è un’opzione. E’ un obbligo. Quanto sia impopolare non rileva, perché aumentare le tasse lo è di più eppure nessuno ha mai remore a farlo. Un cittadino italiano, ieri, si è dato fuoco proprio per questo.

Avete visto che lampo? Maledizione.

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