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Intellettuali, gli schiavi del XXI secolo

– “Intellettualoide”.
Spesso questa parola la sentiamo dire, con disprezzo, da chi, per un motivo o per l’altro, si sta scagliando contro gli intellettuali. La maggior parte delle volte questa parola è in bocca a chi non ne conosce neanche il significato. Puffi ignoranti che confondono il significato dei termini intellettuale, intellettualistico e intellettualoide. O che ancor più banalmente pensano che queste parole siano sinonimi, non sapendo, dall’alto della loro incultura elementare, che linguisticamente i sinonimi (nel senso in cui intendono loro) non esistono.

Questa gente fuoriuscita dalle sabbie di un paese che detiene, ormai, la sensibilità culturale di un’orata, pretende di spandere cacca su tutto ciò che gli puzza di intellettualismo. Perché lo fanno? Al primo esame di psicologia dinamica vi spiegherebbero che lo fanno come urgente tentativo di rimuovere il propri complessi di inferiorità culturale, ma la spiegazione non ci basta. Lo fanno perché sono stronzi.

La stronzaggine consiste nell’ essere inconsapevoli, e nel fare della propria incapacità di consapevolezza un’arma atta alla lesione dell’identità e della ragione altrui. Questa gente non vuole e non può, quindi, rendersi conto che la ricchezza di un paese è sì economica, ma prima di tutto culturale. Ogni frazione della trasformazione sociale ed economica (e quindi tecnologica) di un paese è prima di tutto il frutto di una dialettica – speculazione, riflessione, teorizzazione – culturale. Se non c’è ricchezza culturale trasformatrice e dinamica non ci sarà, quindi, implementazione né economica, né altro.

In una società tutto è in relazione. L’immaginario sociale è il punto di fusione dei pensieri eterogenei e sperimentali che riesce a mettere in campo una cultura. Se non c’è pensiero… libero pensiero… quindi vigore culturale… non verrà fuori nulla d’altro. Anzi, sì, una cosa verrà fuori, una società in crisi.

Allora. Guardiamoci intorno. Cosa si fa in Italia per creare e far sopravvivere quella che una volta si sarebbe definita la “classe intellettuale”?
Qualche giorno fa ho letto una bellissima pagina di critica letteraria pubblicata su di un grande quotidiano. L’ha scritta Fernando Acitelli. E’ un noto intellettuale e un bravo poeta. Un suo libro pubblicato da Einaudi qualche anno fa (La solitudine dell’ala destra) è il libro di poesia italiana più venduto degli ultimi decenni. Mi sono informato. Per i suoi articoli ad Acitelli viene corrisposta la corposa cifra di 60 euro lordi, al netto gliene arriveranno in tasca 33. Cioè zero.

Oggi leggo questo annuncio: “la nota azienda XXX cerca un Ricercatore media laureato in Scienze della Comunicazione/Economia dei media/Marketing, con conoscenze del mercato audiovisivo e pubblicitario e basi di marketing, preferibilmente con esperienza di ricerca mediale (semio-sociologica o economica), con buona conoscenza della lingua inglese e del pacchetto Office. Richieste doti di accuratezza e creatività.” Adesso mi spiegate perché un ragazzo così ben preparato ed edotto debba andare a Milano per offrire compiute competenze intellettuali in cambio di un rimborso da stage? Perché? Perché da grande vuol fare un lavoro intellettuale… e quindi adesso deve morì di fame. E perché la fighissima società di Milano preferisce pagare (cioè non pagare) uno stagista piuttosto che pagare sul serio un professionista. E’ una questione complessa.

Ho partecipato ad una riunione di una grande azienda durante la quale ho sentito questa frase: “prendiamo l’appalto, forniamo ottimi curriculum ai fini del bando, ma bluffiamo, e poi a lavorare ci mettiamo a lavorare neo laureati o esperti di comunicazione a paga da tozzo di pane. Tutto il risparmiato diventa ricavo (!)”. Se scrivessi il nome dell’azienda (ci abbiamo tutti a che fare, tutti i giorni) mi beccherei querela.

Ad una mia amica ricercatrice universitaria, preparatissima, hanno offerto di tradurre un saggio alla paga di 8 euro a pagina. Per tradurre una pagina, bene, ci vogliono ore, molte. Altra amica lavora come traduttrice a venti euro a pagina, ed è felice così. Migliaia di architetti lavorano sottopagati con contratti da ridere e firmano tutto e il contrario di tutto, assumendosi pure bei rischi, perché il mercato va così. I corsi universitari a contratto in alcune università sono a cachet zero, cioè: voi fate il corso, formate gli studenti, e l’università non vi paga. Tanto qualcuno disposto a mettersi la dicitura “prof.” sul biglietto da visita da distributore automatico lo si trova sempre. L’unico lavoro che riesce a trovare un valentissimo storico dell’arte di Cattolica è da imbianchino.

Attori con vent’anni di esperienza lavorano con compensi da “allievo attore” perché i produttori non pagano. Sui set decine di persone lavorano a gratis. Grandi nomi del giornalismo firmano libri che vendono milioni di copie e che in verità sono scritti da ghost writer pagati una miseria – e questi devono pure ringraziare perché così almeno qualcosa guadagnano. Poi i falsi autori fanno le loro grandi presentazioni, in pompa magna, con tanto di politici a discuterne, imbrattando pubblico in sala e pareti con il loro narciso gonfio ed esplosivo. E sui giornali? Accade la stessa cosa. Articoli e articoli scritti da negri (termine affettuoso e dispregiativo insieme per intendere i ghost writer a bassa paga). E quanti film sono scritti da negri… e quanti programmi televisivi… e quante fiction tv da 28 % di share. E quanti giovani studiosi, sperando di arruffianarseli, son costretti a lavorare, a costo zero, per i loro docenti, facendogli da assistenti, scrivendogli gli articoli, facendo lezioni al posto loro, e perepè perepè. Poi. Una infinita moltitudine di autori (appartenenti alle più varie categorie professionali) in Italia guadagnano meno di uno stiracamicie e non otterranno mai un euro di diritti dalle loro opere d’ingegno.

Gente che lo fa sperando, anzi per sperare, anzi per continuare a sperare, che in futuro le cose possano migliorare. Ma quando la speranza è un puro sentimento, il futuro è un masso. Per tutti questi intellettuali le possibilità che le cose possano cambiare sono ben poche. Faranno i morti di fame a vita (tocchiamoci e facciamo le corna).
La cultura italiana è negra, ma né in senso multietnico, né in senso multiculturale – nel senso, invece, di presa per il culo di chi lavora nella cultura. I negri per l’appunto.
E qui, l’italiano medio che odia gli intellettuali per le ragioni di cui sopra penserà: “ma tutta questa gente, questi scioperati del pensiero, perché non si trova un altro lavoro? Un lavoro vero?”.

Perché ognuno ha la sua sacrosanta identità, e per fortuna le identità son diverse. E anche i talenti. E anche le esigenze interiori. E anche perché se tutti questi signori professionisti della testa andassero a fare altri lavori il loro paese, l’Italia, che è pure il nostro, diventerebbe ancor meno avanzato e più arretrato di quanto lo sia già adesso. Un paese che non produce cultura trasformatrice, e che si abbatte sulla sclerosi intellettuale, finisce per diventare preda, tonno in rete, delle ideologie regressive. Vedi il berlusconismo degli ultimi anni – incentrato sul presupposto ideologico della cultura della non cultura.

Non c’è solo il PIL materiale, ma c’è anche quello immateriale. E’ socialmente invisibile, ma è fondamentale per una società sana e florida. E’ la cultura.
Di chi sono vittime gli aspiranti intellettuali, i negri? Il loro schiavista è il solito noto, è quello che vuole sempre più ricarico economico e sempre più a discapito degli altri, è quello che oggi ha trovato la più meravigliosissima di tutte le scuse! Ossia: c’è la crisi! E non ti pago.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

5 Responses to “Intellettuali, gli schiavi del XXI secolo”

  1. andbene72 scrive:

    Francesco, il problema vero è che in Italia i “Lumpen Intellettuali” sono il 95% del totale degli intellettuali. Quindi è vero quel che dici, c’è una certa parte della popolazione che tenta di rimuovere i propri complessi di inferiorità. Ma al gradino sopra ci sono persone consapevoli della realtà. Chi sono i Lumpen Intellettuali ? Ti riporto un passo di un ottimo articolo di cui dò il link in fondo.
    “I lumpenintellettuali sono tutti coloro che, operando nell’ambito di quello che è genericamente definito lo spazio della cultura, dell’informazione e dell’istruzione (artisti, giornalisti, direttori di giornali e di istituzioni culturali, scrittori, opinionisti, rettori, docenti e insegnanti, ecc.) hanno posto il loro cervello a servizio di una entità nota come stato nazionale territoriale che essi vedono come la forma di organizzazione definitiva, eterna ed insostituibile della vita sociale degli individui. Alcuni di essi, come avvocati, psicologi, sociologi, partecipano addirittura attivamente, in alcuni paesi, al sistema di delazione, di repressione poliziesca e di tortura messo in atto dagli apparati dello stato contro gli oppositori.

    Quasi tutti i lumpenintellettuali ricavano dal potere statale (direttamente o indirettamente) i mezzi per vivere (stipendi, sovvenzioni statali ai giornali, sovvenzioni statali alla cultura, inquadramento in albi professionali statali, ecc.) ma non è questo il punto principale. Gli intellettuali diventano lumpenintellettuali quando tradiscono il loro compito che è quello di non asservirsi ad alcun potere ma di essere, ancor più di altri, in qualsiasi situazione e in qualsiasi contesto sociale, l’elemento di critica, lucida e razionale.

    I lumpenintellettuali sono invece i compiaciuti servi del potere, sotto qualsiasi idea (liberaldemocrazia, socialdemocrazia, marxismo, nazionalismo, fascismo, stalinismo, maoismo, castrismo, ecc. ecc.) e sul carro di qualsiasi gruppo purché esso sia popolare e controlli i posti di comando e di distribuzione delle prebende. Di queste idee essi diventano gli acritici ripetitori (pappagalli) e diffusori (propagandisti) anche quando le loro conoscenze sono del tutto superficiali e di seconda mano. Per questo abbondano nei loro scritti fraintendimenti, manipolazioni, falsificazioni, contraddizioni, autocensure, e così via.

    Il lumpenproletariat si muoveva al grido di “Francia o Spagna purché se magna!”. Il lumpenintellektuariat ha come formula guida: “Destra o Sinistra purché io esista!” Perché questo è l’unico scopo nella vita del lumpenintellettuale: esistere come zecca, come sanguisuga, come piovra, come parassita a spese dei produttori, intruppandosi in uno delle due fazioni, la setta dei Sinistri e la setta dei Dritti, opposte a parole ma identiche nei fatti.”

    http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&view=article&id=690:i-lumpen-intellettuali-&catid=23:economia-narrata&Itemid=178

  2. TuttaFuffa scrive:

    @ andbene72: ma posso fare il lumpengrammatico e chiedere se il “do” accentato è un vezzo alla bacchelli, o se invece è proprio l’intima natura del categorizzare per forza ed evitare (im)possibili fraintendimenti con la nota musicale?

  3. ottimo articolo. l’italia si regge anche sul lavoro intellettuale sottopagato, se si pagasse veramente falliremmo in un mese altro che spread!

  4. Patrizia Tosini scrive:

    Tutto ineccepibile, ma si tralascia un aspetto: che nella società mediatica (definizione troglodita, ma non me ne viene un’altra) spesso quelli che guadagnano di più sono i sedicenti intellettuali, privi di curriculum studiorum di riferimento: sedicenti storici dell’arte, sedicenti storici, sedicenti esperti di qualcosa, senza effettivamente esserlo. Con la differenza che se io mi improvviso dottore, psicologo, architetto, avvocato, cioè esercito una professione senza averne il titolo, sono perseguibile dalla legge (so che la campagna è impopolare per i “Libertiami”, ma non importa…).
    Insomma, in Italia, se hai il papillon e l’erre moscia puoi fare l’esperto d’arte, se hai la montatura degli occhiali spessa sei di sicuro uno specialista di problemi del cervello, se sai dov’è la Papuasia (a proposito, io non lo so !) puoi fare l’etnologo, e via discorrendo.
    Esempio, tra migliaia: l’Istituto dell’Enciclopedia Treccani paga per preparare (che non significa solo scrivere, ma fare la ricerca, anche d’archivio, relativa) una biografia del (fu) prestigioso Dizionario Biografico degli Italiani 35 euro lordi a cartella, quindi, in sostanza, circa 280 euro per una voce biografica media di dieci cartelle, che può comportare (tra ricerche e redazione del testo e della bibliografia) una media di 10 giorni di lavoro. Il risultato è che queste voci le scrivono solo o quasi persone disposte a percepire un compenso così basso, con le conseguenze che si possono immaginare.

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  1. […] settimana scorsa ho scritto un articolo per Libertiamo. Lo svolgimento era inerente all’improvvida e sterile delegittimazione del lavoro intellettuale […]