L’Andalusia e la crisi non aiutano Mariano Rajoy

– Era tutto pronto, per Mariano Rajoy: la risposta allo sciopero generale del 29 Marzo sarebbe arrivata quattro giorni prima dalle urne andaluse, dove il Pp avrebbe dovuto spazzare via a colpi di maggioranza assoluta trent’anni di egemonia socialista. Lo scalpo andaluso sarebbe servito anche per presentarsi al popolo spagnolo venerdì 30 Marzo, quando il premier renderà noti i nuovi, durissimi tagli (e qualcuno sussurra anche le nuove tasse). Ecco cosa avrebbe detto Rajoy : “Ho vinto persino a Siviglia, sui tagli ho il consenso degli elettori”.

Era tutto pronto, tranne l’imprevedibile, ciò che tutti i sondaggi dicevano non sarebbe potuto succedere: alle “Regionali” andaluse del 25 Marzo i cittadini hanno sì fatto vincere i popolari, ma a cinque seggi dalla maggioranza assoluta e con molte decine di migliaia di voti in meno rispetto alle Politiche di Novembre.

Elezioni perse, dunque: perché i socialisti formeranno la Junta che reggerà Siviglia per altri quattro anni insieme alla sinistra radicale di Izquierda Unida che, in cambio, farà cadere anche il governo popolare di minoranza in Extremadura, che aveva sostenuto con la sua astensione. E anche nelle Asturie, dove si è votato il 25 Marzo come in Andalusia, non è detto che la maggioranza di centrodestra uscita dalle urne riesca a formare una Giunta regionale.

Quindi, Rajoy piange, e Rubalcaba, il nuovo leader socialista uscito vincitore da una durissima battaglia congressuale contro l’ex Ministro della Difesa Chacón, ride? Non esattamente. I popolari continuano a tenere ben saldo il timone della politica spagnola. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che sommano la maggioranza assoluta in Parlamento con un dominio impressionante nelle “Comunidades”, le Regioni: su 17, la sola Andalusia è in mani socialiste. Le restanti sono tutte “azzurre” (il colore dei conservatori spagnoli), tranne la Catalogna, dove comunque danno appoggio esterno ai nazionalisti catalani che governano in minoranza, e il Paese Basco, dove il centrodestra è al governo con il centrosinistra, che comunque ha la presidenza, in virtù di un accordo anti Eta.

Semplicemente, il caso Andalusia ricorda come spesso, tra i disegni dei governanti e la loro realizzazione si interpongano gli elettori, come è giusto che sia, che devono approvare e rifiutare, assumendosi ogni responsabilità. Anche perché l’Andalusia, la Regione spagnola più popolosa e che richiede la maggiore assistenza (un altissimo livello di disoccupazione unito a un altrettanto alto livello di spesa pubblico), si metterà ora di traverso rispetto a qualunque taglio di trasferimenti alle Regioni proposto da Rajoy. E il braccio di ferro Madrid-Siviglia riguarderà anche l’Europa, come scriveva Andrea Nicastro sul Corriere dello scorso 26 Marzo.

La Spagna preoccupa l’Europa, che teme l’effetto contagio, vista la flessibilità richiesta da Rajoy sugli obiettivi dati da Bruxelles. Ma, dopo essere stata un “avamposto” della politica di tagli e austerità imposta dall’Ue nel maggio 2010 all’allora premier Zapatero, pena il molto concreto rischio di default, Madrid potrebbe essere ora l’ “avanguardia” del nuovo corso dell’Ue, soprattutto se a maggio Hollande dovesse vincere a Parigi. Il conservatore Rajoy che dà una mano ai socialisti francesi? Non esattamente, ma vediamo che è successo, per situarci un po’ meglio dentro ciò che sta succedendo.

Il precedente esecutivo socialista si era così accordato con la Commissione Europea: il rapporto deficit-Pil sarebbe dovuto essere, al 31 Dicembre 2011, del 6%, 4,4% entro il 2012. Il governo popolare entra in carica nel Dicembre scorso, mette mano ai conti, e si accorge che il rapporto deficit-Pil non è al 6 ma all’8%: due punti percentuali che significano svariati miliardi di euro di buco da ripianare.

La situazione si fa difficile, lo spread inizia a salire fino a mostrare livelli più alti di quello italiano. Passare dall’8 al 4,4% in un anno significherebbe confezionare una manovra “monstre” di almeno 40 miliardi di euro, dopo avere già alzato le tasse solo tre mesi fa. Rajoy si presenta in tv lo scorso 2 Marzo dicendo che la Spagna ha deciso, unilateralmente, che entro il 2012 farà scendere il rapporto deficit-Pil non al 4,4% ma al 5,8%. Bruxelles, Berlino, Parigi sono nervose.

Qualche giorno dopo, l’accordo: Madrid dovrà rispettare, entro il 31 Dicembre 2012, un rapporto del 5,3%. Un compromesso in piena regola, che serve a tutti, tanto da far pensare che si tratti di gioco delle parti su un accordo in realtà già deciso: alla Commissione, perché ha rimesso in riga uno scolaro potenzialmente discolo (è bravo ma non si applica”); a Rajoy perché ha comunque portato a casa un risultato che gli permetterà di tagliare meno. Ma sempre, e comunque, di tagliare, e per questo gli spagnoli aspettano, con un misto di rassegnazione e ansia, di sapere cosa sarà annunciato il prossimo 30 Marzo.

I primi mesi di governo Rajoy sono passati in una Spagna stanca e fatalista, quasi che i portoghesi abbiano contagiato ai cugini iberici l’atteggiamento di disincanto e passività. Nei giornali, in tv, per le strade, è tutto un parlare di “crisi”. Si sente nominare questa parola talmente tante volte al giorno che non può non trasmettersi anche sullo stato d’animo personale dei cittadini. Come uscire dalla crisi, come far girare di nuovo l’economia, come sciogliere il nodo scorsoio del tasso di disoccupazione che sta soffocando il Paese: queste, sono le grandi preoccupazioni della gente di qua.

I furori ideologici che accompagnarono le grandi innovazioni del primo Zapatero sembrano ormai essere passati. Prima delle elezioni andaluse la sinistra spagnola era in stato confusionale, afasica e consumata dall’ultima esperienza di governo, quella che la crisi ha buttato giù. L’editoria progressista perde i pezzi, senza che questo provochi grandi motti di opinione: già “Cuatro”, l’anno scorso, proprietà del gruppo editoriale vicino alle istanze socialiste (che tra le sue testate ha anche “El País”) era passata a Mediaset España, nello stesso gruppo di Telecinco. Ora è in bilico anche “La Sexta”, altro canale di area centrosinistra, partito in pompa magna solo sei anni fa, di cui si dice che sarà presto fagocitato da Antena3, altra emittente televisiva, ma vicina al centrodestra. “Público”, il quotidiano più a sinistra tra quelli mainstream, ha chiuso da un giorno all’altro le sue pubblicazioni cartacee e rimane solo online: non vendeva più.

Sui diritti civili, la vera eredità della Spagna zapaterista, i popolari si stanno muovendo in senso restrittivo. Lo fanno, però, senza strappi e quasi sottotraccia. D’altronde, quattro anni di maggioranza assoluta al Congreso sono tanti, e i popolari non hanno fretta. Sui matrimoni gay pende un ricorso di fronte al Tribunale Costituzionale che se accolto potrebbe sostanzialmente abolirli. Il Ministro della Giustizia Gallardón ha già annunciato una legge che modificherà la disciplina sull’aborto, e non in senso estensivo. Ed è già stata annunciata la fine nelle scuole della materia dell’ “Educazione per la Cittadinanza” voluta da Zapatero, sostituita dalla nuova “Educazione Civica e Costituzionale” di stampo popolare.
I due partiti si rinfacciano la natura ideologica di un insegnamento contro l’altro.

Su tutto questo incombe anche l’approvazione della riforma del mercato del lavoro, che rende più facili i licenziamenti, confidando in un periodo di prossima ripresa in cui, a fronte della flessibilità in uscita si dovrebbe produrre, secondo le intenzioni del governo popolare, flessibilità in entrata che inizierebbe un circolo virtuoso tale da porre un freno all’emorragia di posti di lavoro che non accenna a fermarsi. Lo sciopero generale del prossimo 29 Marzo, indetto dai sindacati, è proprio contro questa riforma, che secondo l’opposizione servirà solo a far perdere il lavoro ad ancora più persone rispetto a ora.

L’Andalusia dimostra che la luna di miele dell’elettorato con Rajoy si è ormai conclusa. E che in una democrazia, soprattutto in tempi di crisi, l’opinione pubblica è volubile e proiettata verso il presente e il futuro, molto più che verso il passato. Il credito quasi illimitato concesso solo qualche mese fa a Rajoy più per disperazione che per reale fiducia nelle sue capacità sta iniziando a erodersi. Se tra qualche tempo le cose non inizieranno a cambiare, la disoccupazione a scendere, l’economia a crescere, per il premier spagnolo si preannunciano tempi duri.

Molto più di quanto furono duri per Zapatero, che ora è considerato un reietto ma che per almeno cinque dei suoi otto anni al governo visse in una condizione di consenso intorno alle sue politiche.
Ma quando la casa crolla non c’è maggioranza assoluta che tenga: questo, Rajoy lo sa bene. E per questo sa che l’Andalusia non è per lui solo un’elezione persa. È anche un presagio funesto.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

3 Responses to “L’Andalusia e la crisi non aiutano Mariano Rajoy”

  1. Alessandro scrive:

    bell’articolo.

  2. Simone Callisto Manca scrive:

    grazie

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  1. […] Marzo è stato per la Spagna, infatti, il banco di prova di ciò che verrà, sperando che ciò che verrà non sia drammatico e inquietante come alcuni segni sembrano presagire. Prima la revisione del rapporto deficit-Pil rivista al rialzo (dal 6 all’8%), con conseguente braccio di ferro tra Rajoy e Commissione Europea per rivedere al rialzo anche gli obiettivi di rientro dal deficit imposti da Bruxelles. Braccio di ferro parzialmente vinto, o parzialmente perso (dipende dai punti di vista), da Rajoy, come abbiamo spiegato su Libertiamo qualche giorno fa. […]