di PIERCAMILLO FALASCA – Il diritto al lavoro, al di là dei richiami costituzionali, non può che essere il riconoscimento ad ognuno della libertà di lavorare, d’intraprendere, di commerciare, di stare sul mercato, di cambiare lavoro e persino d’inventarselo. Non si puó, invece, rivendicare il diritto a essere remunerati per un contratto di lavoro che sostanzialmente non si rispetta, né pretendere che una legge o un sistema di potere impongano a un datore di lavoro ostacoli troppi alti, quasi insuperabili, per poter risolvere un rapporto di lavoro non più utile all’azienda. Se quest’azienda è pubblica, cioè finanziata con le tasse raccolte fra i lavoratori, la pretesa di illicenziabilità diviene oltremodo intollerabile.

Si può mai accampare il diritto a una rendita dai contribuenti? Chi puó credere accettabile, per i tanti dipendenti onesti delle pubbliche amministrazioni, che il loro lavoro sia ricompensato quanto la nullafacenza o la sciatteria di un loro collega? Come tollerare – in un’epoca di crisi drammatica delle finanze pubbliche – che, accanto a tanti impiegati civili onesti e capaci, lo Stato e le sue diramazioni continuino a retribuire senza un motivo oggettivo centinaia di migliaia di persone improduttive?

L’elargizione allegra di posti pubblici nell’epoca delle vacche grasse, vere o supposte che fossero, come strumento di welfare indiretto (e spesso come contropartita di una vendita simoniaca di consenso elettorale) ha finito per condizionare a tal punto la cultura italiana da trasformare per troppo tempo un sopruso in un diritto rivendicato dai diretti interessati e tollerato dall’opinione pubblica.

Ora che il vento è cambiato, che dopo decenni d’ipocrisia e rassegnazione è ampiamente diffusa la convinzione che il licenziamento nel pubblico impiego è non solo possibile, ma in alcuni casi addirittura necessario a tutelare la buona funzionalità degli uffici pubblici e il lavoro dei dipendenti migliori, l’eventuale esclusione dei pubblici dipendenti dalla riforma dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori apparirebbe quanto mai iniqua e offensiva. Non solo, sarebbe miope: se non favoriamo una ristrutturazione “fisiologica” degli enti pubblici, con la riduzione del numero dei dipendenti verso standard continentali (soprattutto al Sud), finiremo tra non molti anni a dover assumere scelte traumatiche, di tipo ellenico insomma.

E ora proviamo tutti a fare un gioco: troviamo una ragione di merito, difendibile politicamente, per la quale i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici dovrebbero essere considerati “più uguali” degli altri. Scusatemi, ma io non la trovo.