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Il PDL non sia l’ MSI del berlusconismo

– La fase politica che stiamo attraversando è difficile per tutte le forze politiche ed è inevitabile che lo sia in modo particolare per quel centro-destra che per tanti anni si è immedesimato con la biografia personale oltre che politica di Silvio Berlusconi.
Il tramonto dell’era berlusconiana e l’inizio di una nuova stagione dai contorni ancora in parte indefiniti pone oggi il PDL di fronte ad un bivio importante sul tipo di contributo che vuole portare alla politica dei prossimi anni.

Non sono in pochi, in quel partito, a considerare con fastidio il governo Monti, non tanto perché rubi spazio alla destra più tradizionale, ma perché rende la politica più complicata, in quanto obbliga a confrontarsi con questioni reali dell’economia e della società – in quanto obbliga a dismettere l’utilizzo facile e parassitario dello scontro politico frontale come alibi per l’inazione.
Il sogno di parecchi sarebbe poter tornare indietro ma, essendo ciò impossibile, una tentazione forte, dalle parti di Via dell’Umiltà, diventa quella di affrontare il presente vivendo di rendita sul passato. E’ la tentazione di fare del PDL una sorta di MSI del “berlusconismo”, di conferirgli una primaria missione di testimonianza, di difesa morale e storica del “ventennio” del Cavaliere.

Intendiamoci, non sarebbe una scelta totalmente irrazionale dal punto di vista elettoralistico. Di fronte ad una stagione così intensa come quella della contrapposizione tra Silvio Berlusconi ed i suoi avversari, il richiamo “etnico” durerà a lungo e con esso per molte persone il senso storico di affermare di essere state da una certa parte.
Come l’MSI è potuto sopravvivere nel tempo con i voti costanti di un elettore su venti, un PDL che si crogioli sul ricordo dell’ex-premier potrà tranquillamente aspirare a restare per anni sopra il 10-15%. In fondo i governi di Silvio hanno fatto molti meno danni del fascismo.

Il Popolo della Libertà potrebbe sopravvivere sulla retorica del “quando c’era lui”, intercettando il fisiologico malcontento per quelli che ci sono e ci saranno al suo posto. Tuttavia racchiudersi nel fortino sarebbe una scelta miope – sarebbe la scelta di un partito destinato sì a durare, ma allo stesso tempo ad essere “inservibile” per la politica che conta.
Il PDL dispone oggi ancora dello spazio di agibilità necessario per rappresentare uno degli attori principali della prossima stagione politica, basta che sia effettivamente interessato a partecipare alla nuova fase che si è aperta con spirito costruttivo e pragmatico.
Non conviene a nessuno che per i prossimi anni i voti del PDL restino “in frigorifero”, perché ciò inevitabilmente renderebbe il sistema politico più asfittico e regalerebbe anche alla sinistra un relativo vantaggio competitivo.

Da questo punto di vista, la stagione dell’attuale governo è un’opportunità perché rende il PDL pienamente partecipe della fase “costituente” postberlusconiana ed è stata saggia la scelta di Berlusconi di non dar retta a chi tra i suoi voleva un “aventino” che consegnasse Monti ad una dimensione puramente ribaltonista – per poi giocarsi tutto sulle parole d’ordine del “golpe bianco” e della “democrazia tradita”.
Certo, ora servirebbe elaborare una piattaforma lucida e coerente, in quanto troppe volte le posizioni del PDL rispetto alle iniziative del governo appaiono estemporanee e motivate in primo luogo da considerazioni tattiche di brevissimo respiro (via libera sull’art.18, barricate su taxi ed ordini professionali, etc.).

Servirebbe una ripartenza fatta di programmi e di idealità, in grado di misurarsi con gli scenari di un’economia e di una società che cambiano più velocemente di quanto la politica finora sia stata in grado di comprendere – magari provando a tradurre in termini concreti alcune delle parole d’ordine liberali che hanno fatto parte dell’armamentario retorico del centro-destra nella Seconda Repubblica.

Poi, naturalmente, ci vorrebbe una leadership in grado di smarcarsi dall’esperienza che si è conclusa.
Angelino Alfano, quello che “si mangia a colazione, pranzo e cena tutti gli altri segretari”, in realtà al momento non ha ancora dimostrato la statura adeguata, probabilmente non tanto per limiti personali quanto per gli inevitabili freni inibitori indotti dall’ingombrante presenza del suo “predecessore” e sponsor. L’ex guardasigilli ha bisogno di una legittimazione politica e forse potrà trovarla solamente nel bagno democratico di un’elezione primaria – vera e con avversari veri – nella quale possa dimostrare di essere lui l’uomo più in grado di portare avanti il partito.

Ma il segretario del PDL potrà davvero costruire il proprio primato solamente se farà sì che la gente lo voti per quello che lui stesso rappresenta e non per quello che Berlusconi ha rappresentato.
Non è mai facile entrare in gioco alla fine di un ciclo politico caratterizzato da una leadership forte e carismatica. In generale, però, il nuovo arrivato – si chiami Major, Sarkozy, Brown o McCain – sente sempre forte la responsabilità di definire di fronte agli elettori la propria individualità, valorizzando nel caso gli elementi di rinnovamento e di discontinuità rispetto alla gestione uscente, anche se questa è del proprio stesso “colore”.
Non appare saggio per un nuovo leader impiccarsi alla difesa di ufficio di quanto ha fatto il vecchio ed Alfano dovrebbe tenere questa cosa ben presente se vuol davvero provare a vincere.

Insomma, di qui al 2013 il PDL dovrà decidere quale ruolo vuole interpretare.
Quello di un “partito di reduci”, “missino” non nell’ideologia ma nella vocazione, o quello di un moderno partito moderato e conservatore che si proponga per il governo del paese?”


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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