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“Effetto San Matteo” anche per l’Italia. I nodi stanno venendo al pettine

– Quando nel 1968 il grande sociologo Robert K. Merton teorizza l’”effetto San Matteo” si ispira a una celebre metafora evangelica sulla necessità di elevare le proprie qualità morali (“A chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza; ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha”) per conferirle una solida concretezza letterale. Ne perimetra l’azione solo alla comunità scientifica, nella quale accanto ai benefici prodotti dalle leadership dei grandi scienziati trovavano spazio alcune disfunzioni.

Un tema che la Grande crisi ha contributo prepotentemente a rilanciare. Un problema con il quale tanti Governi si trovano nella necessità di confrontarsi. Con l’ottica di contrastare la tendenza all’accumulo di vantaggi e svantaggi, e con essa la crescita delle disparità economiche, sociali e culturali.

Recentemente l’economista-sociologo Daniel Rigney, nel saggio Sempre più ricchi, sempre più poveri (Etas, pp. 202, Euro 17,50), individua, nelle cadenze del Monopoli, nella “forbice” che si apre via via tra i giocatori dell’immortale gioco di società, un esempio da manuale di “effetto San Matteo”. Cioè di quella forza che rende, come recita l’adagio, “i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”, generando da un vantaggio iniziale, anche piccolo, un “vantaggio cumulativo” e da uno svantaggio un’impasse o addirittura una regressione. Ma soprattutto Rigney mostra come l’effetto San Matteo sia qualcosa di molto più complesso e articolato. Cioè, nella sostanza, la dinamica profonda nel generarsi delle disparità in ogni ambito.

La sua analisi prende in considerazione la galassia americana, la suddivide e quindi investiga settore per settore. Partendo dalla politica, per poi passsare all’istruzione e, connessa a questa, l’economia. Quanto emerge è uno “schema di divaricazione”, di auto-amplificazione, spesso slegato da meriti o talenti, che agisce anche in altre sfere. Nello sport, ma anche nel confronto di genere, dove il vantaggio cumulativo degli uomini sulle donne prende il nome di “effetto Matilda”, oppure in quello razziale.

Gli Stati Uniti non sono l’Italia, la storia di quel Paese non è la nostra, così come i problemi, le dinamiche che ne provocano le dimensioni. E’ evidente come la disamina di Rigney non possa essere in tutto e per tutto valida per noi. Ma è indubbio che il fenomeno sia in preoccupante allargamento anche in Italia. Al punto da allontanarci sempre più dall’Europa, fatta eccezione per Portogallo ed Inghilterra nei quali il welfare è molto ridotto o manca del tutto, ed avvicinarci all’America centrale e settentrionale dove le differenze economiche sono state sempre più marcate. Da una parte la schiera dei poveri, in crescita. Dall’altra, quella dei ricchi, senza grandi oscillazioni. Ma soprattutto, ed è questo il problema dei problemi, mentre i poveri diventano ancora più poveri, i ricchi aumentano le loro ricchezze. Così le distanze diventano quasi incolmabili.

Lo dimostrano rapporti e statistiche, lo indiziano tante storie che le cronache cittadine, quotidianamente, restituiscono da un’estremità all’altra del Paese. Soffermarsi sul Rapporto 2011 della Caritas (“Poveri di diritti”, Edizioni Il Mulino), su I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2010 di Banca d’Italia, oppure sul Rapporto Ocse “Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising“ (Siamo divisi: perchè l’ineguaglianza continua ad aumentare), permette di penetrare nell’Inferno moderno di un’infinità di italiani e italiane. In numero sempre crescente. Per la Caritas 8,3 milioni di persone, pari al 13, 8% della popolazione, mentre nel 2009 erano 7,8 milioni, pari al 13,1%. Nella gran parte dei casi le famiglie numerose, quelle con un solo genitore e i nuclei meridionali. Ma soprattutto gli under 35, il 20% del numero complessivo.

Il rapporto della Banca d’Italia delinea ancora meglio la situazione, rivelando, nei numeri, come la disuguaglianza tra ricchi e poveri sia in costante aumento da almeno trent’anni, e come la ricchezza si concentri sempre più nelle mani di pochi. A risaltare sugli altri sono due dati. La quota della ricchezza netta del Paese (45,9%, nel 2008 era del 44,3%) posseduta dal 10% delle famiglie più ricche. La quota dei poveri (14,4%, un punto percentuale in più rispetto al 2008), considerati come chi vive con meno della metà del reddito medio (più precisamente “mediano”).

Considerare il coefficiente di Gini, cioè l’indice che misura la distribuzione della ricchezza (composta da redditi e patrimoni) all’interno della popolazione, fornisce il termometro della disuguaglianza. Attualmente in Italia questo indice è allo 0,62, in crescita rispetto alle precedenti rilevazioni. Ma esso scende allo 0,33 se ci si limita ai soltanto ai redditi, indicando così come la differenza tra redditi alti e bassi sia molto meno accentuata. Il che significa, e questo dovrebbe essere un dato da non sottovalutare, che la forbice tra ricchi e poveri è data dai grandi patrimoni molto più che dal lavoro.

Sulle cause di questo fenomeno un contributo è fornito proprio dall’Ocse secondo il quale “l’aumento dei redditi da lavoro autonomo ha contribuito in maniera importante all’aumento della disuguaglianza dei redditi da lavoro: la loro quota sul totale dei redditi è aumentata del 10 per cento dalla metà degli anni Ottanta”. Ma non solo. L’Ocse mette in rilievo come “sempre più persone si sposano con persone con redditi da lavoro simili ai loro”. Questo, spiega l’organizzazione, “ha contribuito ad un terzo dell’aumento della disuguaglianza di reddito da lavoro tra le famiglie”, in quanto fa lievitare proporzionalmente la differenza di reddito tra coppie ricche e coppie povere.

Un campanello d’allarme è costituito dalla ridotta capacità di servizi quali sanità, istruzione e altri servizi pubblici a ridurre la disuguaglianza di reddito. Nel 2000 questo avveniva per circa un quarto dei casi, oggi per solo un quinto. Occupazione, istruzione, incentivi alla formazione professionale, riforma delle politiche fiscali e previdenziali e offerta di servizi pubblici gratuiti sono tra le ricette suggerite dall’Ocse all’Italia per invertire il trend attuale. Rimane il fatto che in Italia l’istruzione, che altrove determina generalmente anche il guadagno, non sembra costituire al proposito un discrimen. Probabilmente anche perché, a dispetto di tanti proclami, il merito continua a costituire solo raramente un parametro di giudizio. Molto più di frequente è l’appartenenza a lobby piccole e grandi, a potentati di ogni genere, ad assicurare “posti” di prestigio.

Siamo lontani dai correttivi strutturali e culturali suggeriti da Rigney. Da quelle forze matematiche che oltre ad alimentarlo, lo controbilanciano. L’effetto tetto, cioè il limite intrinseco a ogni accumulazione individuale e collettiva, e l’effetto pavimento cioè i margini di crescita dei Paesi sottosviluppati, oltre a certi meccanismi del mercato come l’aumento di domanda e il calo dei prezzi, che estendono molti beni dalle élite alle masse. Ma anche da quei mezzi che possono contrastarlo, come welfare e tutele sindacali. Mentre l’Italia è a tutti gli effetti un Paese senza mobilità sociale, nel quale anche soltanto poter accedere all’Università diviene un privilegio per tanti ma non per tutti, dall’altra parte dell’oceano, il presidente Obama, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, reclama una maggiore uguaglianza sociale. Soprattutto, dichiara “potete anche chiamarla lotta di classe, se credete, ma chiedere a un miliardario di pagare in tasse come minimo lo stesso della sua segretaria è semplicemente una misura di buon senso”.

L’effetto San Matteo è prepotentemente tra noi. Nonostante tutto, ancora. Continuiamo ad essere il Paese delle persone in vacanza con potenti Suv e di quelle che in tante città ricorrono alla Caritas per sfamarsi. Di abitazioni lussuose nei luoghi storici dei centri urbani e di condomini brulicanti di diverse etnie nelle periferie di quelle stesse città. Paese di contraddizioni finora insanate. Proprio per questo giunte ad un livello di guardia.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to ““Effetto San Matteo” anche per l’Italia. I nodi stanno venendo al pettine”

  1. Betta scrive:

    Le società più disuguali presentano maggiori problemi sociali e di salute per tutti (non solo per i ceti più poveri) e la correlazione tra equità e benessere è stata ben analizzata nelle ricerche di due epidemiologi inglesi (Wilkinson e Pickett).
    Come evidenzia il suo articolo, l’italia non si piazza bene da questo punto di vista. E nella grande recessione le disparità crescono. Diventa sempre più importante cercare di frenare ed invertire la divaricazione della forbice, non solo per contenere il problema della povertà, ma anche per stare meglio tutti.
    Abbiamo costituito un gruppo italiano, affiliato alla britannica “The Equality Trust”, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla disparità economica e nel nostro sito http://www.i-qualitygroup.org potrete trovare traduzioni in italiano delle pagine sulle prove riportate nello studio di Wilkinson e Pickett.

  2. l scrive:

    … Verissimo l’analisi della Banca d’Italia sul effetto san Matteo è arrivata troppo tardi non solo per i nuclei familiari 4 persone con figli handicappati ma pure per i single più giovani degli under 35 che hanno soloil reddito da lavoro ciò dimostra l’insufficienza la negligenza ecc,dei nostri economisti e politici su tutti gli studi di settore.
    QUINDI O VANNO a lavorare da 500.600.700.800 euro al mese sino alla soglia di povertà stabilita dal 2003 al 20016 a 900 euro o che vadano a lavorare in Grecia sulla media 29.000 euro superiore alla nostra 24.500 euro. Soprattutto per imparare sulla povertà reale a stimolar l’ingegno che, i redditi da lavoro sulla costituzione europa devono essere sostenuti da ciascun governo degli stati membri e risponde al proprio elettorato
    E di personale aggiungo da semplice cittadino italiano Poetalc dopo tanti anni a chiederlo su ogni cambiamento di governo finalmente andrà esaminato in europa il mio progetto finanziario esclusivo ,per finanziare i salari

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