di LUCIO SCUDIERO  – Il capo del principale partito della sinistra italiano è un uomo buono e mite, molto simpatico, e con una riconoscibile venatura di pragmatismo, dimostrata quando è stato buon ministro di un governo pessimo, qualche anno fa, prima della grande crisi e del “tutto va bene, madama la marchesa” con cui Berlusconi e i suoi l’hanno (s)governata.

Eppure Pierluigi Bersani – non che non si fosse capito da tempo – non è nè sarà l’uomo che traghetterà il Partito Democratico lontano dalla Stonehenge della socialdemocrazia all’italiana, dove l’articolo 18 sta come un totem e Susanna Camusso come un druido pronto a farsi ammazzare pur di difenderne l’integrità.

«Se devo concludere la vita consentendo la monetizzazione del lavoro, non lo faccio. Per me è una roba inconcepibile», è l’epigrafe con cui il segretario dei democrats probabilmente consegnerà l’esperienza piddina all’archeologia politica, ma è soprattutto la sintesi delle ragioni per cui l’articolo 18 va abolito nonchè un’indicazione chiara di come farlo. Cioè monetizzando il licenziamento, come si ostina a sostenere, da anni, un pezzo importante della sinistra che fa capo a Pietro Ichino, e come dimostra uno studio di Andrea Ichino e Paolo Pinotti che val la pena di citare: “La roulette dell’articolo 18”.

E’, in buona sostanza, la prova scientifica, dati alla mano, che il totale affidamento dei diritti dei lavoratori alla tutela giudiziale non funziona, e anzi è causa di vistose disparità tra luogo e luogo, tra sezione e sezione del medesimo ufficio giudiziario, oltre che fonte di alea ansiogene per le parti deboli in causa, cioè principalmente i neolicenziati.

Se impugni il tuo licenziamento a Torino puoi coltivare la ragionevole aspettativa che il caso venga risolto nella metà del tempo che impiegano, per esempio a Roma. Ma, dal momento che non sai a quale dei giudici di quell’ufficio finirà in mano il tuo fascicolo, le tue chances di vittoria si dilatano o si restringono a seconda del volere della tyche, per dirla coi greci antichi. Nel frattempo, rimani senza stipendio, senza welfare, senza energie per cercarti un nuovo lavoro e hai pure il rischio che, qualora il giudice ti dia torto, da tanta pena non ne cavi il becco di un quattrino e men che meno il reintegro. Non sarà frequente che in un processo di lavoro vincano i “padroni”, ma capita anche questo. Per dire, in una certa sezione del Tribunale di Milano, la statistica rileva una propensione ad accordar la ragione ai datori di lavoro quattro volte maggiore che nelle altre.

E’ di sinistra, dunque, devolvere la protezione dei lavoratori alla discrezionalità del caso e della magistratura piuttosto che ad un sistema di regole piatto, chiaro, stabile, predeterminabile negli effetti da entrambe le parti, considerando che il rapporto di lavoro rimane comunque una relazione contrattuale tra due adulti consenzienti, capaci di intendere e volere?

“Monetizzare” il lavoro, come dice Bersani, è esattamente la soluzione al problema dell’incertezza che attanaglia lavoratori e imprese in un abbraccio mortale che sta trascinando a fondo entrambi. Una forza di sinistra realista e pragmatica chiederebbe esattamente questo in sede di correzione al provvedimento presentato ieri dal Governo, e cioè l’introduzione di un’indennità di licenziamento automatica per tutti i lavoratori. Eventualmente “integrabile” in giudizio con un’ulteriore somma qualora si accertasse l’illegittimità del recesso. Ma intanto fornendo una rete di protezione che nello schema presentato ieri i lavoratori non avrebbero.

Noi speriamo, per l’Italia, che il governo tenga il punto sui licenziamenti, e che la sinistra ragioni da sinistra accettando che il paradigma è mutato e non può essere altrimenti. Il lavoro, caro Bersani, è già monetizzato. Il licenziamento ancora no. Pensaci.

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