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Arabia, 2012: twitta a Maometto, lo condannano a morte

- Si chiama Hamza Kashgari, ha 23 anni ed è un ex-columnist di un quotidiano di Jeddah, la sua città natale e seconda dell’Arabia Saudita per grandezza dopo la capitale Riyadh. E’ agli arresti e rischia la pena di morte. Quale crimine ha commesso? Si è permesso la licenza di indirizzarsi via Twitter direttamente al Profeta, e per di più con le seguenti parole: “Ci sono delle cose di te che mi piacciono, ma anche delle cose che detesto e altre che non riesco più a capire. Non pregherò più per te”.

Un ragionamento davvero troppo ardito per l’ultrareligiosa Arabia Saudita, che gli è costato l’accusa per i reati di blasfemia e apostasia, entrambi puniti con la pena di morte. Kashgari si trova in un non ben identificato luogo di detenzione, rimpatriato dallo scalo in Malesia dopo una tentata fuga verso la Nuova Zelanda, e le sue sorti sono incerte.

Non sono servite le pubbliche scuse e la cancellazione dei post. Pressanti appelli sono stati diramati dalle organizzazioni a tutela dei diritti umani, ma le prospettive non sembrano buone: infatti è stato lo stesso ministro dell’interno, su iniziativa del re, ad ordinare l’arresto, e i giudici competenti si sono già attivati nell’avviare il procedimento. Per di più le norme e le garanzie processuali saudite sono ben al di sotto degli standard internazionali, ad esempio sono rari i casi in cui l’imputato è assistito da un proprio avvocato.

L’Arabia Saudita è uno dei paesi più reazionari al mondo, la legge vigente si basa sulla Sharia, non esiste una costituzione scritta. Lo stato è retto dalla monarchia assoluta (il re è capo di stato e primo ministro, nomina i ministri, non c’è un parlamento eletto) della dinastia Al-Saud, in cui i diritti civili e politici scarseggiano, la comunità degli ecclesiastici (gli ulema) ha un potere rilevante, paragonabile a quello della famiglia reale stessa, a cui è unita da un patto di mutuo supporto e di reciproca influenza. Non vi sono partiti politici. Un nascente attivismo civile e le minoranze sciite rappresentano le uniche forme di opposizione al regime.

Questo episodio mostra in tutta la sua durezza l’altro volto del paese, quello meno rispettabile. Infatti l’Arabia Saudita è conosciuta per essere l’alleato più fedele e rilevante dell’Occidente nel Golfo Persico, e gioca un ruolo di primo piano per la stabilizzazione di tutto il Medio Oriente. Cosa per nulla trascurabile, come primo produttore rifornisce il mondo di petrolio. Proprio come USA e Israele, ha come preoccupazione principale i risvolti nucleari iraniani.
Prezioso amico, oltre che per la lotta ad Al-Qaeda, anche per la questione siriana, infatti è stato il primo paese a sostenere apertamente i ribelli, a condannare Bashar Al-Assad, a portare l’argomento sul tavolo della Lega Araba.

Dato lo status di rentier state può permettersi di non far pagare le tasse ai cittadini, anche se sta intraprendendo iniziative per diversificare l’economia. Sta inoltre investendo nel lusso e nell’hi-tech. Insomma, si tratta di un paese vicino al mondo occidentale e per molti aspetti proiettato verso la modernità, ma per altri ancora incastrato in un medioevo senza prospettive di cambiamento.

Il vento della primavera araba ha lambito solo in modo fugace le coste saudite, le proteste che chiedevano democrazia, maggior uguaglianza sociale, crescita dell’occupazione, sono state domate dall’efficiente apparato repressivo e non hanno portato gli auspicati cambiamenti.

La Rete ha svolto, nelle proteste del 2011 e nella diffusione di un movimentismo della società civile, un ruolo di primo piano. Chissà che non si continui su questa strada. Il paese è il terzo utilizzatore di Twitter nel mondo arabo. Ma dai social network non provengono solo segnali positivi. Ad esempio la pagina Facebook “The Saudi people demand the execution of Hamza Kashgari” (“Il popolo saudita chiede l’esecuzione di Hamza Kashgari”) ha raccolto più di 13.000 sostenitori.

C’è anche il risvolto internazionale riguardante la Malesia che ha consegnato il giornalista nelle mani saudite, pur in assenza di un trattato bilaterale di estradizione. Il paese, anch’esso a maggioranza musulmana, sembra così aver dimenticato le promesse di maggior attenzione ai diritti umani fatte quando occupava un seggio nel Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Evitare di estradare un cittadino straniero verso luoghi dove sarà, con molta probabilità, accolto con la pena di morte rientrerebbe in questa sensibilità.

Le esternazioni dell’imprudente Kashgari in un altro paese avrebbero provocato dibattiti sulla loro opportunità o meno, ma non certo incitamenti alla sua morte. Nel frattempo solo alcune ONG si stanno mobilitando per il suo rilascio; per chiari motivi non stanno agendo i governi occidentali.

L’Arabia Saudita deve ora scegliere se aprirsi alla via delle riforme, in cui il riconoscimento dei diritti umani sarà un passo fondamentale, o rimanere ferma a secoli di arretratezza culturale. Non sarà facile continuare a guardare davanti e all’indietro contemporaneamente. Nel valutare il da farsi, il paese è indisturbato da pressioni della comunità internazionale occidentale che, ancora una volta, nella delicata materia dei diritti individuali conferma il metodo dei due pesi e delle due misure.


Autore: Alessandra Pallottelli

Neolaureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università di Roma La Sapienza, durante il suo percorso formativo ha approfondito l'analisi delle forme di governo. Ha alle spalle diverse esperienze di studio in Francia e Gran Bretagna. Attualmente si occupa di relazioni istituzionali.

One Response to “Arabia, 2012: twitta a Maometto, lo condannano a morte”

  1. Vincenzo P. scrive:

    Grazie per aver posto in modo così chiaro l’attenzione sulla tutela della libertà religiosa e sui problemi che essa solleva in alcuni ordinamenti giuridici.

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