– Ad oggi i lavoratori a tempo indeterminato si dividono, a seconda delle tutele in materia di licenziamento, in due categorie: i lavoratori delle imprese con un numero di dipendenti fino a 15, oltre un terzo del totale, e i lavoratori delle imprese con più di 15 dipendenti, il 65,5% del totale.

Per entrambi il licenziamento discriminatorio è nullo e inefficace. Per i primi, i licenziamenti non discriminatori, ma non motivati da ragioni economiche o disciplinari, impongono al datore di lavoro il versamento di un indennizzo pari appena ad una cifra compresa tra le 2,5 e le 6 mensilità. Per i secondi, anche il licenziamento non discriminatorio, ma senza giusta causa o giustificato motivo, è sanzionato con il reintegro del lavoratore. Una distinzione sia qualitativa che quantitativa. In entrambi i casi, a giudizio di chi scrive, trattasi di sanzioni sbagliate, per il quantum nel primo caso, per loro natura nel secondo.

Nelle piccole imprese, la sanzione è probabilmente quantitativamente insufficiente a tutelare chi perde il posto di lavoro. Di fatto, la cessazione di rapporto di lavoro voluta da una sola parte contraente, in violazione dell’accordo precedentemente sottoscritto, non dà al lavoratore un indennizzo sufficiente ad affrontare con serenità il periodo di ricerca di nuova occupazione. Se a ciò si aggiungono i tempi della giustizia civile (per fortuna un po’ più clemente in materia di lavoro), e dunque il tempo necessario e vedersi riconosciuto l’indennizzo, le difficoltà del dipendente cacciato dalla piccola impresa si fanno evidenti.

Nelle grandi aziende, il problema è qualitativo. Di per sé la nozione di reintegro, come punizione, come obbligo da parte del datore di lavoro di accettare una prestazione lavorativa per lavare le proprie colpe, ha poco a che fare con la dignità del lavoro e del lavoratore.

Lo so, l’urgenza di correggere l’articolo 18 ha altre radici; in particolare il fatto che le imprese non investono e non assumono in Italia perché non vogliono correre il rischio, dopo aver licenziato un dipendente, di essere trascinate in un lungo processo del lavoro, a conclusione del quale dovranno riassumere il lavoratore e corrispondergli le mensilità nel frattempo maturate.

Ciò non toglie che l’istituto del reintegro abbia degli aspetti antropologici inquietanti. Un rapporto di lavoro, come ogni contratto, si basa su un accordo tra le parti. Chi paga lo stipendio vuole l’opera del lavoratore; il lavoratore vuole lo stipendio in cambio della propria prestazione lavorativa. Quando le parti sono d’accordo sul prezzo e sulla quantità e qualità della prestazione da erogare, si firma il contratto di lavoro. Il consenso reciproco, l’unità dei fini e il rapporto fiduciario sono tanto più importanti in quanto si tratta di uno scambio continuo e finalizzato alla creazione di valore per entrambi.

L’articolo 18 sovverte questa logica e prevede che il dipendente torni a lavorare per il datore che l’ha ingiustamente cacciato e che ha quindi espresso di mal sopportare la sua compagnia.
L’obbligo di continuare il rapporto contrattuale che l’articolo 18 pone in capo al dipendente (che in realtà può, in alternativa, chiedere un indennizzo) e all’imprenditore degrada il valore stesso del lavoro. Risponde ad una logica che fa del lavoro un diritto da vantare, una conquista sociale, qualcosa che l’imprenditore deve dare. Da un valore che la Costituzione considera fondativo della Repubblica, ci si aspetta qualcosa di più.

C’è poco da fare; in molti casi il lavoratore preferisce il reintegro, tornare a lavorare per chi ha manifestato la volontà di estrometterlo dalla propria azienda, all’indennizzo alternativo delle 15 mensilità. Viene da chiedersi se i lavoratori non dovrebbero avere una più alta considerazione della loro capacità di creare ricchezza per sé e per gli altri.
Ma la bassa considerazione che si ha del lavoro dipende in larga misura dal fatto che nemmeno 15 mensilità sono giudicate sufficienti, in molti casi, a traghettare il lavoratore verso un nuovo impiego.

La disoccupazione di lunga durata è quindi ciò che spaventa il lavoratore licenziato e degrada lo stesso valore del lavoro. Peccato che se le imprese non assumono, e quindi se i periodi di disoccupazione si protraggono per lungo tempo, è anche a causa dell’articolo 18. Ad ogni modo, un’indennità più consistente, che, come nei piani del governo, potrebbe esser aumentata fino a 27 mensilità, per tutti i lavoratori delle piccole e grandi imprese, dovrebbe dare maggiori garanzie e tranquillità.

Tanto più se si continuano ad eliminare le barriere all’ingresso del lavoro e delle professioni. Negli Stati Uniti, dove non esiste l’articolo 18, dove non esistono gli ordini professionali come enti di diritto pubblico e dove la laurea non ha valore legale, la durata media della disoccupazione è di circa 3 mesi in tempi normali e ed è arrivata, solo con la crisi attuale, al massimo storico di 10 mesi.

Un indennizzo pari a 20 mensilità, in un mercato aperto, è un lascito sufficiente a voltare pagina, trovare, senza annaspare, una nuova occupazione, o anche avviare una nuova attività d’impresa.

Piuttosto, come già ha proposto Piercamillo Falasca, c’è da chiedersi se non sia preferibile prevedere un indennizzo automatico, da riconoscere anche in caso di giustificato motivo. Il fatto che il lavoratore ingiustamente licenziato debba attendere la sentenza di un giudice per essere risarcito, lo espone ad uno stato di evidente difficoltà economica nei mesi che lo separano dalla sentenza. L’incertezza dell’esito nuoce a entrambe le parti. La previsione di un indennizzo di licenziamento automatico aiuterebbe anche a snellire il contenzioso e alleviare i mali della giustizia civile, uno dei principali fattori che rendono il nostro paese poco attraente per gli investitori.