La guerra di Sarkozy: al terrore o ad Hollande?

di SIMONA BONFANTE – L’attentato di Tolosa è stato rivendicato ieri – appena dopo la rocambolesca operazione di polizia conclusasi con la morte del presunto stragista  – da un gruppo jihadista legato ad Al Qaeda. Nel comunicato – firmato da “Jund al-Khalifah”, i soldati del Califfato, e pubblicato sul sito Shamikh – si ammonisce la Francia a rinunciare alla politica ostile verso i musulmani ché – scrivono – tale politica  “porterà solo dolore e distruzione”.
Il Presidente Sarkozy, da parte sua, ha annunciato l’intenzione di introdurre provvedimenti per lottare contro l’indottrinamento alle ideologie estremiste, sia esso praticato “su Internet, in carcere o in occasione di viaggi” (sic). Il Capo dell’Eliseo ha inoltre precisato di voler adottare misure penali per reprimere l’apologia di terrorismo o l’appello all’odio ed alla violenza.

La domanda è: siamo di nuovo alla guerra al terrore?
Personalmente dubito vi sia un solo paese occidentale che in questi ultimi anni, a cospetto della rarefazione retorica e dell’opportunismo politico sulla minaccia terroristica, abbia in concreto allentato l’allerta. Le forze di polizia e di intelligence lavorano infatti anche a telecamere spente – con ciò non mettendo certo a repentaglio l’efficacia della propria azione. Ne sia prova la recente operazione condotta a Milano contro un potenziale attentatore jihadista. L’opinione pubblica è stata informata ad arresto avvenuto. È stata così stimolata a dare del fatto, ovvero del rischio potenziale da esso rappresentato ed ancora del corollario fenomenico dal medesimo deducibile, una interpretazione fredda, lucida, laica.

Il fenomeno terroristico ideologicamente indotto è, di per sé, materia mediaticamente sensibile. È, anzi, qualcosa di addirittura mediaticamente attivabile, ed è tale proprio perché non indifferente, ma anzi ancillare alla dimensione emotiva – nella fattispecie, la paura – funzionale alla comunicazione di massa. Prendi la minaccia di un folle, mandala in Tv, diverrà psicosi collettiva. Se guerra è, insomma, è una guerra di comunicazione, prima ancora che culturale, prima ancora che militare. Una guerra che ha – a mio avviso – più chance di essere vinta silenziando i cattivi, non dando loro lo status mediatico, quindi emotivo, di antagonista. Al Qaeda era più forte con Bush di quanto non abbia mostrato di essere con Obama, e questo certo non solo per ragioni di capacità militare.

Il fatto è che siamo in campagna elettorale, in Francia. E in campagna elettorale non sempre si ha la forza  (o l’autorità) di fare scelte media-refrattarie. Così Sarkozy ma anche Hollande. Il riaffacciarsi della minaccia terroristica ripropone gli interrogativi sulla complessa e certo non pacificata realtà etnico-sociale francese. Quella che il Presidente uscente definì racaille e che più recentemente ha inteso trivializzare intestandosi la lotta contro la carne halal. La tragedia ha ridefinito l’agenda della sfida – sempre meno politica, sempre più mediatica – al punto da far impennare le quotazioni di Sarko sullo sfidante socialista, sino ad ora, anzi, sino a prima della strage,  dato per favorito. Sarkozy è stato abile: non ha detto rieccoci al noi contro loro, al bene contro il male, ma è stato comunque pronto a riconfinare la sfida al perimetro del noi contro il non-noi, cioé a quello spazio astratto, ma ampio che valica il confine dell’appartenenza ad una religione, ad una nazione, ad una sensibilità politica. Uno spazio, quindi, più ampio di un confine definito in positivo. Uno spazio ideale, insomma, da immaginare di poter occupare quando quello che si ha in mente non è  governare, ma vincere le elezioni.
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Twitter @kuliscioff 

 


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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