– Ieri si è celebrata la giornata mondiale dell’acqua, annuale appuntamento volto a sensibilizzare gli individui a un consumo più responsabile delle risorse idriche. Tra i temi più twittati con l’hashtag #worldwaterday si sono registrati l’accesso all’acqua potabile nel terzo mondo, la siccità, la scarsità delle falde acquifere e gli sprechi domestici. In Italia il perno online dell’evento è stato il sito chiudilrubinetto.it, con le sue guide ai comportamenti virtuosi e sostenibili nel consumo domestico d’acqua. Ridurre gli sprechi di casa è certamente importante, tuttavia il dibattito di ieri è sembrato trascurare la sciagurata gestione delle risorse da parte della rete idrica pubblica.

Ogni anno ettolitri d’acqua potabile vanno sprecati per colpa delle perdite di acquedotti pubblici in condizioni disastrose, la cui ristrutturazione ha un costo insostenibile per l’amministrazione pubblica priva del sostegno di capitali privati. Secondo il dato Istat dello scorso anno il 47% dell’acqua immessa nella rete idrica si perde lungo il tragitto per giungere ai nostri rubinetti. Si tratta di un dato tra i più sconfortanti a livello europeo, secondo solo a quello greco. Nel mezzogiorno, dove i fenomeni di corruzione politica e di infiltrazioni della malavita hanno un’incidenza maggiore, la quantità di acqua che fuoriesce dagli acquedotti prima di arrivare a destinazione può superare gli 80 punti percentuali, come nel caso della rete pugliese.

In confronto al proverbiale schiaffo alla miseria di uno Stato che getta acqua nel deserto come in Chinatown di Roman Polanski, una doccia troppo lunga e un rubinetto aperto durante una spazzolata ai denti sono bazzecole. Rincresce notare che proprio coloro che fanno del risparmio idrico una priorità sembrano non accorgersi del danno perpetrato ogni giorno dal colabrodo della rete idrica pubblica, presi come sono dal rimproverare chi lascia correre l’acqua tra uno shampoo e un bagnoschiuma.

Il decreto Ronchi, abrogato lo scorso giugno da un referendum tanto ideologico quanto miope, intendeva porre fine allo sperpero indiscriminato di una risorsa preziosa come l’acqua potabile permettendo l’ingresso di capitali privati nella gestione delle reti idriche locali; capitali che avrebbero permesso la ristrutturazione di quelle groviere chiamate acquedotti che la pubblica amministrazione non può permettersi di rattoppare.

Pur di rifilare una meritata sconfitta al governo Berlusconi immobile e tenuto in vita da pochi voltagabbana, la sinistra fece demagogia sui due quesiti referendari che riguardavano i servizi idrici, sostenendo che il decreto Ronchi avrebbe privatizzato il bene pubblico dell’acqua per trarne profitti. Pur di non aprire il settore idrico alla concorrenza, il referendum riconsegnò l’acqua ai signorotti della politica locale, di nuovo liberi di sguazzare nell’acquedotto comunale: la loro piscina preferita, come raffigurato da un’azzeccata vignetta di Vincino.

Gli ambientalisti, partiti come sempre da buoni presupposti, si sono lasciati ingannare da una mentalità che in fondo appartiene loro e che tardano ad abbandonare: quella del pregiudizio contro il mercato e la concorrenza, anche quando questi vengono loro incontro, e del perenne ricorso all’intervento statale, persino quando è soggetto attivo nell’ostacolare la sostenibilità ambientale.

Di recente i Comitati per l’Acqua Pubblica sono tornati sul piede di guerra contro la liberalizzazione dei servizi pubblici locali riformulata nel pacchetto Monti, in nome della sovranità popolare esercitata tramite il referendum. Certe prese di posizione della sinistra somigliano agli acquedotti pugliesi: fanno acqua da tutte le parti.