Aspettando Monti/Godot per la riduzione delle tasse

- Il disegno di legge delega sulla riforma del sistema fiscale si pone obiettivi impegnativi ed ambiziosi. Considerando la storia del capitolo fisco degli ultimi 30 anni, una profonda riforma del rapporto fra macchina dello Stato e cittadino/contribuente è urgente se non addirittura indispensabile.

All’articolo 1, quello che enuncia gli obiettivi, si fa riferimento a equità, sviluppo, evasione, elusione, competitività e, infine, a “instaurare con i contribuenti un rapporto basato sulla reciproca fiducia e collaborazione”.
Rinfrancati dall’ultimo punto, iniziamo con trepidazione a sfogliare le sei scarne pagine.

Dei 14 articoli, esclusi dunque le disposizioni finali e i principi (artt. 1,16,17), 6 affrontano il tema dell’evasione-elusione e delle relative sanzioni, 2 quello della razionalizzazione di macchina tributaria e semplificazione degli adempimenti, 4 introducono un riordino del sistema impositivo.
In tutto il disegno di legge manca qualsiasi accenno ad una riduzione seppur minima della pressione fiscale. Dal 2008 ad oggi tale livello è cresciuto di 3 punti, il total tax rate si avvicina al 70%, famiglie e imprese sono strette nella morsa di un fisco violento ed onnivoro.

Monti aveva annunciato uno spostamento della tassazione dalle imposte dirette a quelle indirette, invece le aliquote IRPEF restano invariate rigettando il progetto del governo precedente di ridurle a 3, mentre per i redditi delle persone giuridiche la nuova IRI viene assimilata all’IRPEF.
Le esigenze di pareggio di bilancio rafforzate dal recente fiscal compact renderebbero difficile operare subito sul livello di tassazione, tuttavia un segnale che in questo governo c’è la percezione di livelli non più sostenibili sarebbe stato un importante passo verso quella pax con il contribuente annunciata in premessa.

Dai giorni del decreto Salva Italia stiamo aspettando che Monti mostri quell’anima liberale che gli si continua a riconoscere. Raffreddata la temperatura degli interessi sul debito, dopo aste dei titoli di Stato andate più che bene, dopo le ripetute e cospicue iniezioni di denaro operate dalla BCE, sarebbe servita una conferma della consapevolezza che ora la partita si deve giocare sulla crescita e sulla riduzione della spesa pubblica.

Il modello social-democratico europeo, il cosiddetto liberalismo sociale, che distribuisce stipendi e favori fino a coprire il 52% del PIL, non può più funzionare. Per rimettere in moto l’economia occorre un passo indietro sostanziale dello Stato; occorre stimolare i consumi aumentando la disponibilità di denaro nelle tasche di cittadini e imprese. Come intende il governo ristabilire fiducia e spirito di collaborazione nei cittadini se tutto ciò che è stato fatto finora e tutto ciò che sarà fatto nei prossimi mesi va nella direzione di un ulteriore inasprimento del prelievo?

In 60 anni l’Italia è stata solo 3 volte in recessione tecnica. Due negli ultimi 5 anni. Il costo della recessione può vanificare gli sforzi chiesti ai contribuenti annullando gli effetti di un avanzo primario, tanto vantato, impostato tutto sulla tassazione e poco o nulla sul contenimento della spesa. Le resistenze ai tagli, come abbiamo visto, sono forti, ma un governo d’emergenza, sganciato dalle logiche elettorali, sarebbe forse l’unico in grado di incidere sul futuro del Paese con riforme profonde e strutturali.

Oggi Monti ha incassato la fiducia sul decreto liberalizzazioni; la dodicesima. Attendiamo ancora, da lui, un segnale forte di discontinuità dalle politiche fiscali degli ultimi decenni.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

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