di PIERCAMILLO FALASCA – Se Monti fa saltare il tappo dell’Articolo 18, con una riforma migliorabile ma coraggiosa, sarà più facile in futuro discutere di modernizzazione del mercato del lavoro e del welfare. Il mondo non finisce domani, né con la fine dell’esecutivo tecnico. Ancora, se si rompe l’antidemocratico schema della concertazione, che ha affidato un potere di veto ingiustificato ad organizzazioni sempre meno rappresentative degli interessi di imprese e lavoratori, il sistema politico italiano ritroverà un po’ di legittimità e responsabilità nella conduzione delle scelte di politica economica.

Si poteva fare di più e meglio: per i licenziamenti economici, sarebbe stata preferibile una soluzione à la Ichino, con un indennità di licenziamento automatica, legata agli anni di servizio e non condizionata alla discrezionalità del giudice del lavoro; è un errore escludere da una riforma comunque molto ampia (che va dalla disciplina dei licenziamenti agli ammortizzatori sociali, passando per i congedi di paternità) la vexata quaestio dei licenziamenti dei pubblici dipendenti, troppi e troppo poco produttivi; come ricorda Oscar Giannino su Chicago Blog e Il Foglio in un editoriale odierno, le grandi riforme del lavoro nei paesi europei sono sempre state accompagnate da una riduzione della pressione fiscale sul lavoro.

Nonostante queste ed altre criticità, la bozza di riforma va salutata con favore, proprio perché offre un cambio di paradigma culturale: viene sancito il principio secondo il quale la protezione assicurata dallo Stato è indirizzata al lavoratore, al suo reddito e alla sua occupabilità futura, non più alla conservazione statica del “posto di lavoro”, in nome di un superato diritto alla stabilità che la realtà ha ormai da tempo superato. Ancora, si pongono le basi perché anche in Italia sia possibile per le aziende stabilire a priori e con minore variabilità il severance cost, il costo totale dei licenziamenti individuali, informazione particolarmente importante affinché un’impresa estera valuti con favore un possibile investimento diretto nel nostro paese.

Da qui alla trasformazione in legge del provvedimento (o dei provvedimenti) scorrerà molta acqua sotto i ponti, e molto “sangue” tra le fila del Partito democratico. Per irrobustire la sua posizione, nei confronti dell’opinione pubblica e delle forze parlamentari che lo sostengono, il governo Monti farebbe bene a seguire proprio la via indicata da Giannino: mettere sul tavolo del confronto politico una “paccata” di tagli alle imposte sul lavoro, concentrati magari sui redditi più bassi, finanziando gli sgravi con una corrispondente riduzione di spesa pubblica e condizionati all’approvazione dell’intera riforma. Se si chiede ai lavoratori di sostenere il peso dell’aumentata flessibilità e alle imprese quello degli ammortizzatori sociali, lo Stato può e deve fare la sua parte. Il No alla riforma va reso molto, troppo costoso.