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L’Argentina dà lezioni allo studente greco sul fallimento sovrano

– Sono passati più di 10 anni dal più grande crac sovrano mai avvenuto, quello dell’Argentina. Ad oggi, nonostante lo Stato di Messi e Maradona abbia 46 miliardi di dollari di riserve, non ha ancora ripagato interamente i suoi creditori. Eppure, la Banca Mondiale continua nell’opera, caritatevole a questo punto, di finanziamento di una pletora di progetti infrastrutturali e non. Da quello che emerge da un documento dell’EFF (European Financial Forum), la Banca Mondiale sta finanziando la ricostruzione dell’Argentina. La sua esposizione verso il Paese sudamericano ammonta a più di 7,5 miliardi dollari, allocati su 49 diversi progetti.

Eppure, nonostante la generosità da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, l’Argentina non vuole saperne di onorare i suoi debiti, come testimonia il mancato rispetto della sentenza emessa dal braccio arbitrale della Banca Mondiale, cui il Paese sarebbe vincolato per effetto di un preciso obbligo assunto in sede internazionale. Questo atteggiamento del governo argentino ha provocato il risentimento da parte dell’amministrazione statunitense, la quale, per bocca dell’ assistente al Tesoro Marisa Lago, ha dichiarato la sua ferma opposizione a qualsiasi ulteriore programma di finanziamento a beneficio dell’Argentina, eccetto alcune particolari circostanze, rappresentate da programmi di assistenza verso la popolazione più povera.

A tutto ciò si aggiunge il rapporto burrascoso che intercorre tra lo Stato sudamericano e il Fondo Monetario Internazionale, a causa del rifiuto argentino di permettere un controllo indipendente sullo stato dell’arte delle finanze pubbliche. Infine, l’Argentina figura nella lista grigia del Paesi riguardo le misure in atto per la prevenzione di riciclaggio e finanziamento a gruppi terroristi.

Il quadro fornito evidenzia le enormi mancanze argentine, riguardanti sia il sistema dei controlli finanziari, sia le politiche economiche, basate sull’assistenzialismo internazionale, una sorta di super aiuto di Stato.

Il vero problema europeo, al di là della parte di debito che non le è stata ripagata, è però che l’Argentina sta fornendo alla Grecia una “consulenza” per definire la strategia con cui andare in bancarotta. La “reputazione” di un simile consigliere dovrebbe destare qualche preoccupazione alle istituzioni europee, ormai coinvolte a pieno titolo nella vicenda ellenica, visto il significativo ammontare finanziario impegnato nell’operazione di salvataggio.

E’ evidente che non potrà essere tollerato un atteggiamento emulativo da parte della Grecia, pena la formazione di un pericoloso precedente che sdoganerebbe definitivamente l’“azzardo morale” dei debitori sovrani, che si sentirebbero liberi e sicuri a ritenere che saldare i debiti si può, ma in fondo non si deve se non si vuole, ché tanto lo fa qualcun altro. Infatti, qualunque Stato in difficoltà adotterebbe la medesima strategia argentina, contando sull’intervento successivo di un qualche “cavaliere bianco” (leggi Banca Mondiale, Fondo Monetario, ecc.). Purtroppo, tutto ciò era ampiamente prevedibile sin dai tempi della fondazione della moneta unica, quando le autorità deputate al controllo diedero luce verde, con troppa leggerezza e senza un efficace controllo delle finanze pubbliche, all’entrata nel club Euro a Paesi fragili dal punto di vista finanziario (come la Grecia).

E’ necessario che le regole decise ed approvate a livello comunitario vengano applicate in modo rigoroso, pena il ripetersi di situazioni di tipo “argentino”.

Eppure, uno spettro comincia ad affacciarsi: il rimborso dei CDS greci non è stato pari al 100%, ma inferiore all’80% del loro valore. I mercati hanno iniziato a porsi seri dubbi sulla validità di tali strumenti di copertura dal rischio insolvenza della controparte. Il rischio è che gli investitori, in assenza di regole certe e rispettate, inizino a disinvestire dai Paesi più in difficoltà, creando una spirale micidiale che potrebbe condurre a default a cascata.

Le autorità europee devono perciò impegnarsi a far rispettare le regole, unica condizione per mantenere un equilibrio sul mercato e per indurre gli Stati ad essere efficienti nell’allocazione delle risorse a disposizione. Il tempo della spesa allegra è finito; essa va razionalizzata secondo un ordine di priorità definito dall’agenda di governo.

Dura lex (del mercato) sed lex.


Autore: Davide Burani

Nato a Saronno nel 1983, liberaldemocratico di formazione, laureato in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, ha sempre lavorato nel mondo della finanza, di cui è appassionato cultore. Oggi è in fase di "riconversione professionale".

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