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Differenze tra moralismo e moralità al tramonto della II Repubblica

-Non ci piace il moralismo. Ci inorridisce il moralismo. Siamo contro qualsivoglia forma di moralismo. Ci fa schifo.

Il moralismo è una cortina fumogena retorica, una simulazione infinita, un pensiero automatico, che non ci avvicina alla ragion d’essere dei princìpi, di quei princìpi di cui il moralismo si fa custode, ma ce ne allontana. Ci allontana dalla loro verità (pur se presunta). Una società moralista è una società che s’imbullona su logiche inerziali, su rendite di posizione ideologiche, e che rifiuta la riflessione profonda proprio su quegli stessi valori ai quali si richiama.
Ma la moralità è un’altra cosa.

Moralità vuol dire avere dei princìpi ed attenersi ad essi, ma senza la paura di discuterli quotidianamente, di sviscerarli in ogni atto della propria vita, di farsene carico in termini critici. La moralità è serietà. Il moralismo è propaganda.

I giorni politici che l’Italia sta vivendo ci possono offrire un nuovo orizzonte, una nuova logica.
La logica del superamento delle rendite moralistiche per il raggiungimento di una morale sociale.

Veniamo da anni di sotterfugi e di truffe culturali. Divorziati, separati, orgiasti e puttanieri tutti a braccetto a farneticare sull’inalienabilità morale, sociale, culturale e politica della famiglia, di quel modello di famiglia, proprio di quello, di quello che nessuno di loro ha mai praticato ma che per legge vorrebbero far praticare agli altri.

Testate di fede cattolica che hanno chiuso un occhio, anzi due, davanti a gang bang da basso impero e davanti ad Animal House come paradigma di riferimento culturale dell’Imperatore e dei suoi sudditi. E altre testate, sempre cattoliche, che hanno provato ad opporsi a questo letamaio e che, quindi, sono state tacciate di “moralismo da parrocchia”.

Poi. Un giorno mi hanno impedito di entrare in Rai perché avevo i calzoncini corti, e di fianco a me sono entrate due stanghe rifatte in nude look, perizoma e tacco 12, che poi ho visto diventare giornaliste conduttrici sulle reti pubbliche. Poi. La capitale morale del paese che improvvisamente scopriamo essere diventata la capitale immorale dello stesso. Poi. Ho cosciuto personalmente lo spacciatore di cocaina di almeno tre deputati. Poi. Il capo dei vigili di Roma che parcheggia l’auto dov’è riservato per gli invalidi. Poi. “ciao Francesco, la mia azienda partecipa ad un appalto da tre milioni di euro, sicuramente vinceremo, abbiamo i contatti”.

Lo schifo che riguarda l’Italia ci tocca tutti quotidianamente. Siamo abituati ad esso. Forse anche noi, visto che lo guardiamo in faccia tutti i giorni, ne siamo compartecipanti estetici.
E adesso, forse forse, ci troviamo davanti un bivio. La seconda repubblica è finita, male. Non ha mantenuto le promesse, ha fatto coming out della sua millanteria, arroganza, mitomania. La seconda repubblica è partita strombazzante e si è chiusa da par suo, da ciofeca.

Vediamo quotidianamente nani che inveiscono contro il mondo. Gasparri che taccia Pippo Baudo di essere un settantacinquenne rincoglionito. Un giornalista che per Il Foglio dichiara che il fallimento della Rai è iniziato perché Fini ha raccomandato sua suocera (ma che significa?). Calderoli che afferma che il prossimo discorso Monti lo farà da Palazzo Venezia. Bossi che dice che se non sta attento muore. Un fesso (non mi querelasse, mi sto rifacendo alla radice etimologica del lemma, tiè) che da assessore alla sicurezza, non certo di quella mentale, della Regione Lombardia afferma che: “i gay sono malati, ma possono curarsi”.

I nani nei grandi trapassi storici, di solito, simboleggiano la sopravvivenza delle ultime scorie di una società malata, che si incattivisce quando vede che la sua ora è finita, che emette le ultime scorregge, e che si prepara alla dipartita. I nani di Salò son stati messi a testa in giù.

Quindi. Se il ciel ci aiuta, se i suoi segni sono attendibili, forse forse, la seconda repubblica ce la stiamo levando di mezzo.
Come in tutti i trapassi storici ci si affida ad un sacerdote. Monti. Il suo mood ci rimanda ad antichi sapori. Di quando moralismo e moralità non s’impicciavano l’uno nell’altro. Monti è un protestante. E’ molto ironico e non è comico – quindi gli stupidi non ridono perché non capiscono.

E’ morigerato, pare un pastore del nord Europa. E’ rigoroso, non te la manda a dire. Non è un benefattore, non fa finta di esserlo. Non fa il paladino del popolo, manco ci pensa. Non fa sconti, non vuole essere simpatico. E’ sotto ricatto, e non lo nasconde. Viene da dove viene, capitalismo potentissimo e avanzato – ma mai una volta una prova a nasconderlo.

Cosa ci piace di Monti? Non bluffa. Fa un lavoro sporco, sa di farlo, pensa di doverlo fare, convinto che sia per il bene del paese, e mai una volta prova a spacciare il fracassamento che deve fare con menate tipo “non mi avete capito, non è ciò che pensate”. Monti è serio e rigoroso perché fa ciò che fa dicendo chiaramente ciò che sta facendo. E se siamo d’accordo, bene, se no lo fa lo stesso. Ma senza truffare, senza pensare al proprio conto in banca, alle sue aziende, troie, coca, squadre, ville, bacini elettorali, vecchi compagni, vecchi camerati, vecchi colleghi, da dove veniamo, suo figlio e suo nipote, e così via.

Io non ho una lira, non avrò la pensione perché sono a partita IVA, forse Monti mi sta fregando, forse mi sta infilando l’ombrello di Altan. Non saprei. Ma una cosa mi piace, lo fa con moralità, evviva!
Però. Quando mi giro in torno e vedo molte altre persone, molti altri italiani, che la pensano come me – la cosa un po’ mi fa piacere, un po’ mi puzza. Ma come? Noi? Il paese del razzoliamo malissimo predicando benissimo! Siamo contenti di questa moralità? Abbiamo una improvvisa voglia di quaresima?

La cosa mi puzza. Molti di quelli che gli battono le mani, gli stanno tendendo il trappolone. Come dice il mio amico Enzo A. Cicchino “finito il prosciutto rimane la cotica”.
Finito il bengodi della seconda repubblica molti connazionali adesso si accontentano di Monti. Al momento va bene così. Poi cercheranno un nuovo prosciutto. Cosa fare?


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Differenze tra moralismo e moralità al tramonto della II Repubblica”

  1. Trovo una sintonia sostanziale con quanto scrive coloritamente Francesco Linguiti. Non se ne poteva più dell’ipocrisia malsana del precedente governo i cui ministri erano sistematicamente inviati alle trasmissioni televisive per falsificare la realtà e fare tutti la difesa d’ufficio del padrone anche quando, probabilmente, non richiesti. Goffe comparse che nella realtà non contavano nulla e nulla sembravano saper fare tanto che non hanno portato a casa neppure il risultato di tenere in piedi la loro confusa maggioranza salvo riempirsi la bocca della sovranità popolare umiliata ai loro livelli di rappresentanza. Monti rappresenta l’opposto sia pure con tutti i possibili difetti che le parti sociali gli contestano. Tuttavia ristabilisce le istituzioni che sono lo strumento per l’esercizio della vera sovranità popolare, regolato dalle leggi. Emerge con evidenza, solo ora, l’inadeguatezza di questo parlamento e di tutta la classe dirigente. E s’impone una operazione radicale di rinnovamento sulla scia delle recenti espressioni di partecipazione del dettame della Costituzione. I partiti attuali hanno infatti tralignato e non sono più in linea con la Costituzione e con il sentire comune.

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