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Beni culturali, è tempo di fare una scelta

– “E’ dal 2007 che abbiamo una nuova politica sistematica di protezione dei luoghi della nostra storia. Non abbiamo una storia di migliaia di anni come la Cina. Ma una storia l’abbiamo anche noi”. Con queste parole Laura Aron, sovrintendente al Patrimonio di Hong Kong che fa capo direttamente al chief executive, il capo del governo, qualche mese fa spiegava una scelta epocale, fatta qualche anno prima.

Era il 2008 quando il governo, sollecitato dall’indignazione popolare, obbligò il costruttore che aveva messo gli occhi su una casa in cima a Stubb road, costruita nel 1937 in stile rinascimentale cinese, affacciata sulla baia di Hong Kong, a cedergliela in cambio di un’altra proprietà da sviluppare. La casa dichiarata “monumento protetto” fu restaurata e aperta al pubblico la scorsa primavera.

E subito altre 1.400 fra case, moli, luoghi da preservare, 98 dei quali già dichiarati monumenti, si sono trasformati in simboli della storia. Liberando così la ex colonia della Cina Popolare dalla sindrome del “luogo preso in prestito in un tempo preso in prestito”, secondo la definizione del 1976 di Richard Hughes.

Il primo step di questa operazione finalizzata a creare un solido senso di appartenenza è stato il Queen’s Pier, il molo a Central dal quale partono i ferries per Tsim Sha Tsui. Nel 2007 il molo doveva essere distrutto per drenare la baia e conquistare nuova terra edificabile, ma l’occupazione prolungata da parte di migliaia di cittadini ha spinto il governo a fermare il progetto.

Analoghe sollevazioni popolari hanno “salvato” la drogheria di Wing Woo, la vecchia stazione di polizia di Central, la casa della famiglia Ho diventata il museo di Sun Yat-sen, l’edificio Lui Seng Chun trasformato nel Centro di medicina cinese. Sorte analoga è toccata a due vecchie case popolari di Hollywood road, la via più “in” di Hong Kong. Anzi, per esse si è pensato ad un riutilizzo nobile, un grande centro di arte e architettura. In questo modo Hong Kong, per i suoi 7 milioni di abitanti, si è trasformata da luogo in patria.
Conservare, tutelandolo e valorizzandolo, il proprio passato non è un vuoto esercizio di recupero ma un consapevole atto di rispetto.
Radici, così si chiamano. Perché esse innervano la pianta, consentono di crescere. Tanto gli edifici novecenteschi che la Cina ha deciso di proteggere, quanto il santuario di Diana Nemorense nelle vicinanze del lago di Nemi, ad una ventina di chilometri da Roma, che versa in uno stato di conservazione assai precario, oppure come la necropoli di Paestum utilizzata come discarica.

Ecco la vera differenza tra un Paese che progetta il futuro, e non avendo un passato nobile da esibire ricorre a quel che ha, ed uno che, invece, pensa al presente, decidendo di cancellare la sua Storia. Non perdendo occasione per ribadire che il suo passato, così glorioso, così ancora pieno di materia, così denso di fasi piene di luce, debba essere quotidianamente dimenticato. Di più, umiliato. Forse perché troppo ingombrante.

Fra spread, bond, la Grande crisi finanziaria che in Europa miete vittime tra i più piccoli e preoccupa anche i più grandi, liberalizzazioni fatte e da fare, i partiti alla ricerca di nuovi idee per tornare protagonisti, non c’è spazio per monumenti, musei, arte, archeologia.

Anzi, lo spazio c’è. Ma è solo per i soliti proclami, per le consuete affermazioni di maniera sul Paese “dallo straordinario patrimonio culturale”, “dalla vera ricchezza”, “dall’unicità dei nostri monumenti”, “sulla necessità di investire su quanto possediamo”. Parole in libertà. Parole alle quali non segue nulla.

Il motore del Paese è altrove, non tra ruderi sempre più malridotti, in biblioteche con orari di accesso al pubblico inadeguati alle esigenze e sprovviste spesso anche dei servizi essenziali, in archivi costretti a sopravvivere alla meno peggio, finché possibile. Lo sviluppo del Paese, il suo rilancio, è ovunque, ma non lì. Come indiziano tante piccole e grandi cose. Decisioni prese o rimandate. Così nel campo dell’Istruzione, giustamente si insegue una conoscenza più capillare della lingua inglese nelle scuole. Ma contemporaneamente si ghettizza il latino, riducendo ulteriormente le ore scolastiche.

Continuiamo a guardare fuori, mentre gli altri, quelli che vorremmo emulare, osservano con venerazione quel che siamo stati. Continuiamo a perdere occasioni. A guardare dalla parte sbagliata. Ad inseguire modelli che sono nati per emulazione dal nostro. Ma intanto il patrimonio si assottiglia, se ne perdono parti. Non soltanto a Pompei, dove l’attenzione è costante. Oppure su quei monumenti sui quali i media accendono la luce. C’è moltissimo altro che va in frantumi oppure che è lasciato quasi al suo destino. Una lista lunghissima di problemi irrisolti, nei quali la geografia, questa volta sì, non costituisce discrimen, non segna differenze. Dall’acquedotto romano di Termini Imerese alla reggia settecentesca di Carditello, nella piana casertana. Dalla Sicilia alla Campania, ma anche, dal Piemonte alla Sardegna.

Quanto il disinteresse da parte di molti sia reale, a differenza dei proclami gridati alle folle oppure sussurrati in qualche intervista, lo dimostrano alcune scelte scellerate. Delle quali hanno l’onore di fregiarsi, quasi indifferentemente, tanti partiti. Così senza andare troppo indietro nel tempo, per rimanere alla stringente attualità, come non ricordare la querelle sui rifiuti nel Lazio e la scelta di due siti per il post Malagrotta. Uno dei quali nelle immediate vicinanze, addirittura, di Villa Adriana.

L’impressione che i Beni Culturali siano una zavorra per il Paese, un peso quasi insopportabile da portare, piuttosto che un qualcosa da esibire con orgoglio, sembra suffragata dall’inerzia con la quale si affrontano tante questioni. Questioni per le quali la scarsità di risorse economiche disponibili, anche se reale, sembra più un pretesto che uno sprone a cercare strade alternative. Un lusso che forse non siamo più in grado di permetterci, cosa che, forse, egoisticamente, ottusamente, snobisticamente, non sappiamo ammettere.

Assistiamo, quasi immobili, alla distruzione di parti vitali del nostro passato, della nostra storia, con molta noncuranza ed una buona dose di scarsa considerazione. Sapendo che arte, storia e archeologia sono ambiti non prioritari, per qualsiasi governo si sia succeduto negli ultimi decenni. I tanti problemi del comparto vengono sistematicamente lasciati in fondo all’agenda della politica.

Forse è arrivato davvero il momento di scegliere cosa fare. Se, avendone realmente le capacità, garantire un futuro al passato materiale che, oltre ad essere nostro, del Paese, è di tutta l’umanità. Oppure se privarcene, almeno in parte, studiando formule, più semplicemente e responsabilmente, trovando il modo. Una sorta di dismissione pilotata.

Non avere il coraggio di farlo, ma, nel frattempo, non riuscire a fare del patrimonio culturale il tema centrale del Paese è colpevolmente irresponsabile. Servono scelte coraggiose, svincolate da piccoli interessi.

Il consenso che il governo Monti continua ad avere, nonostante le misure adottate, dimostra più che mai che gli italiani hanno un gran bisogno di persone che sappiano prendere decisioni importanti, anche se difficili. Procrastinare ancora significa ritardare decisioni fondanti. Ma anche umiliare quel che siamo stati e non siamo, forse, più.

Così mentre la Cina si costruisce un passato, recente, con quel che ha, l’Italia continua a demolire le sue origini millenarie. Lasciandole al loro destino.

Nel 1874 Ruggiero Bonghi, come Ministro dell’Istruzione Pubblica, pubblicò una sorta di manifesto di programma nel quale evidenziava la necessità di “introdurre in quella materia (scil. Lo studio delle antichità e belle arti) ordini tali da mettere il Governo italiano almeno in grado di conservare per la scienza e la coltura del paese ciò che gli sembri doverle tornare utile e necessario”. Sembra che, ormai da tempo, i Governi in questo campo non ritengano quasi nulla “utile e necessario”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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