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L’ACTA, uno strumento obsoleto ancor prima di entrare in vigore

L’ACTA, il trattato commerciale internazionale per il contrasto alla contraffazione firmato a Tokyo il 26 gennaio scorso, tra gli altri, dagli Stati Uniti, promotori dell’iniziativa, dal Giappone, dal Canada, dall’Unione Europea, dalla maggior parte dei suoi paesi membri, sarà oggetto di un esame da parte della Corte di giustizia dell’UE.

Sono cinque i paesi europei che non hanno firmato l’accordo, ma alcuni stati membri che hanno approvato in prima battuta il trattato non sembrano intenzionati a ratificarlo: Germania, Paesi Bassi, Bulgaria, Cipro, Estonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania… il fronte degli scettici è ben nutrito e i dubbi da dipanare meritano un esame più approfondito. La corte di giustizia sarà quindi chiamata a giudicare la compatibilità dell’ACTA con le libertà d’espressione e di informazione sancite dalla Carta dei diritti fondamentali.

Il processo di ratifica del trattato è stato travolto anche dall’ondata di proteste e mobilitazioni on e off line che ha già portato all’arresto delle iniziative legislative del Congresso americano in materia, il SOPA (Stop Online Piracy Act) e il PIPA (Protect Intellectual Property Act).

Da un punto di vista procedurale, l’iniziativa non ha brillato per trasparenza e partecipazione. Le organizzazioni internazionali istituite per la stipula di accordi simili, la WTO e la WIPO, sono state bypassate. L’amministrazione americana ha scelto un approccio ambiguo, non considerandolo un trattato commerciale, che dovrebbe per questo essere approvato dal Senato, bensì un accordo esecutivo, vincolante solo secondo la Convenzione di Vienna sui trattati del 1969, che gli Stati Uniti non hanno ratificato.

In questo modo l’America potrebbe far passare senza troppo rumore un accordo che vincola gli altri firmatari, ma da cui potrebbe rimanere fuori, qualora vi intravedesse possibili danni per la propria economia.
Sia chiaro, ad una prima lettura del trattato non si ravvedono le gravissime e palesi minacce alle libertà fondamentali che alcuni gruppi e associazioni denunciano, orientamento che deriva dalla loro pregiudiziale avversità allo stesso istituto del diritto della proprietà intellettuale.

Ciò non toglie, però, che nel trattato in questione sussistano parecchi passaggi ambigui. L’articolo 27, paragrafo 4 contiene una norma che solleva dubbi in relazione alla sua compatibilità con il diritto alla privacy:

“Le parti possono disporre, conformemente alle proprie normative e regolamentazioni, che le proprie autorità competenti abbiano la facoltà di ordinare a un fornitore di servizi on-line di comunicare rapidamente a un titolare di diritti informazioni sufficienti per identificare un utente il cui conto sarebbe stato utilizzato per una presunta violazione, purché tale titolare di diritti abbia già presentato una denuncia, sufficiente a livello giuridico, di violazione di un marchio, di diritti d’autore o di diritti simili e tali informazioni siano ricercate ai fini della tutela o dell’applicazione di tali diritti”.

Si prevede quindi che gli Internet Service Provider debbano, su richiesta delle autorità, dare ai titolari dei diritti violati

“informazioni sufficienti per identificare un utente il cui conto sarebbe stato utilizzato per una presunta violazione”.

Gli stati, ai sensi del successivo paragrafo 6, devono adottare misure per contrastare

“la fabbricazione, importazione o distribuzione di un dispositivo o prodotto, inclusi i programmi per computer, o l’offerta di un servizio che:
i) è prevalentemente progettato o prodotto ai fini dell’elusione di una misura tecnologica efficace; oppure
ii) ha un limitato fine commerciale significativo oltre l’elusione di una misura tecnologica efficace”.

L’ambito oggettivo su cui si chiede di intervenire con un’azione di censura è un po’ troppo vago. Chi stabilisce quali siano i dispositivi che potrebbero servire a eludere misure di protezione del diritto d’autore? Quando il fine commerciale lecito è considerabile poco “significativo” rispetto all’idoneità del mezzo a eludere misure tecnologiche efficaci?

L’area di intervento comprenderebbe anche piattaforme dove vengono scambiati contenuti non protetti da diritti d’autore. Verrebbe quindi condannata l’intenzione e l’idoneità di un sito o una piattaforma ad essere strumento per commettere un illecito, prima ancora che la materiale e singola violazione di diritti di proprietà intellettuale.

Infine, il comma 3:

“Le parti si adoperano per promuovere gli sforzi di cooperazione tre le imprese per affrontare in modo appropriato la violazione di marchi, diritti d’autore o diritti simili”.

Nella sostanza, il pericolo è che gli internet service provider vengano trascinati in una cooperazione forzata che preveda una loro più estesa responsabilità oggettiva per le violazioni del copyright da parte degli utenti. In tal caso, per evitare “grane” gli ISP sarebbero indotti ad adottare misure troppo restrittive delle libertà di espressione dei propri user.

Chiaramente, le prime a dover affrontare il problema sarebbero proprio le società ISP. Portata agli estremi, la logica sottesa è un po’ come quella che giudicasse civilmente responsabili le fabbriche di coltelli da cucina per gli omicidi commessi con armi da taglio; o come se le industrie automobilistiche o i produttori di navigatori satellitari fossero ritenuti in parte responsabili per la violazione dei limiti di velocità sulle nostre strade.

Ribadiamo un concetto: l’ACTA non introduce nell’immediato, sic et simpliciter, una censura di internet; molto dipende, una volta ratificato l’accordo, da come gli stati intenderanno declinare gli impegni assunti in forza del trattato, calibrando e meglio specificando le misure che il trattato li autorizza ad adottare.

Eletti a gendarmi della rete (questo il loro timore), gli ISP si troverebbero di fronte a un enigma non da poco: adottare misure per vigilare più attentamente i propri utenti (a spese della privacy di questi ultimi) o per tagliare i propri servizi, e in particolare la possibilità per gli utenti di comunicare e scambiare contenuti in rete, oppure accettare il rischio di venir citati in giudizio per le violazioni al diritto d’autore commesse dai consumatori.

C’è un equivoco di fondo. Se è vero che le nuove tecnologie dell’informazione creano nuove opportunità, anche per violare i sacrosanti diritti di proprietà intellettuale, è altrettanto vero che le stesse tecnologie sviluppano e offrono al mercato gli strumenti per meglio vigilare sul rispetto dei diritti d’autore. Anzi, le violazioni commesse in rete lasciano spesso più tracce della masterizzazione di un CD-Rom. Tutelare il diritto d’autore senza creare uno stato di polizia deve essere ed è possibile.

Ma a chi spetta il compito di difendere i diritti d’autore? In primo luogo, agli stessi titolari. Per questo serve probabilmente un mutamento culturale. L’industria musicale e dell’editoria dovrebbe diffidare dei mezzi messi a disposizione dalla politica per combattere il copyright infringement, ossia leggi e trattati internazionali volti a imporre obblighi e restrizioni alla libertà della rete, e sfidare la pirateria on line sul suo stesso piano, attraverso lo sviluppo di innovazioni tecnologiche capaci di contrastarla e di trarre maggior profitto dalle opportunità di business create dalla rete.

I mezzi ci sono e non hanno nemmeno costi esorbitanti. In più, puntare sulla tecnologia servirebbe anche ai “vecchi” media e ai content provider per guadagnare competitività e spazi nei mercati aperti dal digitale.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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