L’accordo non c’è, la riforma quasi. Tocca al PD capire se migliorarla o sfasciarla

di CARMELO PALMA – Che la montagna della trattativa non abbia partorito il topolino di un accordo qualunque, ma un disaccordo vero e serio, è già un risultato apprezzabile. L’accordo senza riforma dell’art. 18, o la riforma senza accordo sull’art.18. Era questa l’alternativa e va dato atto all’esecutivo di avere scelto la strada più dritta e più “tosta”, come scrive oggi il Foglio. Abbiamo buone ragioni per dirci soddisfatti ed altrettante per dichiararci perplessi. Partiamo dalle seconde.

Il governo ha scelto di non procedere come sulle pensioni e il risultato si vede. Il cosiddetto dialogo sociale non ha reso un buon servizio al dossier della riforma. L’ha “sporzionata” in modo disordinato, ha sganciato la partita dei contratti – che si gioca subito – da quella degli ammortizzatori sociali che ha tempi più lunghi (cinque anni, un’eternità politica) e termini più vaghi. In entrambi i casi il governo sembra avere rinunciato al sogno di un mercato del lavoro “uno, libero ed uguale”, in cui a tutti i dipendenti di diritto e di fatto, a prescindere dalla dimensione dell’impresa da cui dipendono, fosse data una piattaforma comune, se non proprio uguale, di regole e di tutele.

Si è sfondato il fortino dell’articolo 18, non si è del tutto divelto – come sarebbe stato necessario e utile – il confine tra i “bianchi” e i “neri”, tra chi lavora con un contratto e chi con un altro, chi in un’impresa “grossa”, chi in un’impresa “piccola”, tra chi gode delle generose tutele, rabboccate da una spesa pubblica copiosa, della Cigs e della mobilità, chi si deve accontentare della disoccupazione ordinaria e chi – gli atipici in generale – neppure di quella.

Il modello di flexsecurity che emerge dalla riforma – daquel che se ne sa, almeno, mancando una bozza pubblica del documento presentatoieri dalla Fornero alle parti sociali – è meno “flessibile” e meno “sicuro” diquanto sarebbe stato possibile, se l’esecutivo avesse deciso di sfidare la sciura Marcegaglia con lo stesso pigliosfoderato contro la sciura Camusso. Seil Pd scegliesse di non rincorrere in modo suicida la resistenza della CGIL, maprovasse a migliorare la riforma “da sinistra”, questa sarebbe la partita dariaprire in Parlamento.

Infine – e non è proprio un dettaglio – la riforma mette mano alla tutela reale, ma non ne rimodella il presupposto, quello del licenziamento illegittimo, né il corollario, quello della tutela giudiziale.  Un sistema più automatico, come quello delineato nella proposta Ichino – il licenziamento per ragioni economico-organizzative è libero, ma il prezzo è prefissato – si sarebbe rivelato più giusto e oggettivo. Non bisogna dimenticare, infatti, che l’attuale articolo 18 è innanzitutto un “prodotto giurisprudenziale”.

Guardiamo ora al bicchiere mezzo pieno. Il governo ha deciso di estendere la nuova disciplina contrattuale e sociale all’intero mercato del lavoro, quindi anche ai contratti in essere. Il mercato del lavoro rimane relativamente duale in quanto a figli e figliastri, ma non lo sarà più tra giovani e vecchi, tra l’aristocrazia e la plebe contrattuale. Cade un’immunità feudale che anche la proposta Ichino conservava. Ed è una vera rivoluzione. Per cavalcarla senza esserne disarcionati occorrerà accelerare la modernizzazionedei servizi professionali per l’impiego, per portarli all’onore del mondo. I“vecchi” che perderanno il lavoro non potranno semplicemente tornarsene a casa, in attesa della pensione.

La riforma Fornero sul mercato del lavoro non è definitiva come quella sulle pensioni. E’ parziale nei suoi esiti, ma coerente nella sua impostazione. In linea generale avrebbe bisogno di una “fase due” in tempi ravvicinati, in particolare sugli ammortizzatori sociali. Le riforme non si possono fare in cinque anni. In cinque anni si possono solo smontare (scalone Maroni docet).

Tutto ora sta a vedere se il Parlamento – cioè nella sostanza il Pd– non pretenderà di riportare il dossier alla “fase zero”. Cosa che ormai, come Bersani sa, si può fare solo contro il governo. E che non darebbe maggiore e migliore occupazione, ma scatenerebbe una guerra di poveri e tra poveri, per cui i “padroni” scapperebbero a gambe levate. Ma senza i “padroni”, il lavoro non c’è.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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