La BEI stringe la cinghia al credito. Brutto problema, ma ci sarebbe un rimedio

– Mentre il fantasma giapponese di una stagnazione prolungata si aggira per l’Europa e numerose voci si alzano per associare alle misure di rigore quelle di rilancio – come il governo Monti sta tentando di fare – si apprende non senza un certo stupore che il nuovo presidente della Banca Europea di Investimenti (BEI), il tedesco Werner Hoyer, ha deciso di “ridurre il volume dei prestiti per proteggere la solidità finanziaria della Banca”.

Benché la BEI abbia “registrato un utile netto di 2,3 miliardi di euro nel 2011, contro 2,1 miliardi nel 2010” ed ha “firmato nel 2011 nuovi prestiti in quasi 70 Paesi, per un ammontare di 61 miliardi di euro”, essa progetta di diminuire progressivamente il suo volume di prestiti, prevedendo un totale di 50 miliardi di euro quest’anno.

Ecco quindi un’istituzione bancaria europea che esiste sin dal 1957, il cui capitale è quasi due volte quello della Banca Mondiale e il cui ruolo è di finanziare investimenti a medio e lungo termine essenzialmente all’interno dell’UE, che decide, proprio nel momento in cui alcuni stati membri dell’Unione entrano in recessione, di ridurre il suo impegno.

Un aumento di capitale della BEI – a differenza degli altri marchingegni che l’Europa ha escogitato per fronteggiare l’emergenza del debito – non necessiterebbe di alcuna revisione dei Trattati. Un accordo dei 27 sarebbe sufficiente.

Inoltre, la BCE ha appena prestato 1000 miliardi di euro alle banche europee. Che si sia trattato di una sorta di partita di giro per finanziare il debito europeo e per spegnere con denaro a buon mercato l’incendio degli spread nell’area euro è fuor di dubbio. Allo stesso modo è certo che favorirà margini di guadagno facili alle banche più esposte e ne favorirà la ricapitalizzazione. Ma servirà a far credito alle imprese? Un grosso prestito a medio termine della BCE alla Banca Europea di Investimenti avrebbe il merito della chiarezza, la ragione sociale della BEI essendo, per l’appunto, di prestare del danaro perché sia investito in progetti industriali e in infrastrutture.

Facciamo un esempio. Pressata dalla questione del cambiamento climatico l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo dei 3×20 per il 2020: 20% di diminuzione di emissioni di gas ad effetto serra, 20% di energia rinnovabile nel consumo finale, 20% di riduzione del consumo finale di energia. Se si aggiunge la questione dell’ineluttabile aumento dei prezzi degli idrocarburi (qualunque sia il futuro dei gas e petroli di scisto) sotto la pressione della accresciuta domanda da parte delle nuove potenze economiche (Cina, India, Brasile, Indonesia, Africa del Sud, …) e degli alea geostrategici (Iran, Russia, …), l’Unione europea non sbaglierebbe a fare una politica centrata sul risparmio energetico, i trasporti pubblici ad energia elettrica e lo sviluppo delle energie rinnovabili e in particolare:

  • La riqualificazione energetica degli edifici pubblici (scuole, università, ospedali, musei, centri sportivi, caserme, amministrazioni e altri edifici pubblici o para-pubblici…): un settore con vere potenzialità occupazionali e con un ritorno sull’investimento rapido;
  • la creazione di nuove linee di trasporto elettrico: tram nelle città medie e metropolitane nelle grandi città europee, spesso troppo poco attrezzate;
  • la costruzione di centrali solari di nuova generazione dette a concentrazione, l’istallazione di nuovi campi eolici offshore, la costruzione di una rete paneuropea di trasporto di elettricità in corrente continua ad alta tensione (CCAT o HVDC) che consentirebbe anche lo sviluppo di progetti di sfruttamento energetico del Sahara (Desertec, MedGrid…)

Lo strumento esiste, e non impedisce né pregiudica iniziative di rilancio più specificamente nazionali. È, inoltre, concepito per finanziare progetti a medio e lungo termine a cui le banche private sembrano generalmente refrattarie. Perché limitarne allora il raggio di azione invece di rafforzarlo?


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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