– Dall’inizio del 2012 a oggi, riporta Lidia Ravera, sono state uccise 37 donne per motivi cosiddetti passionali: un ex fidanzato, uno spasimante respinto, un marito tradito hanno deciso di reagire al fallimento amoroso con la violenza. L’argomento è caldo sui giornali: secondo molti commentatori si tratterebbe dell’ennesima dimostrazione che viviamo in un mondo maschilista, dove le donne sono considerate oggetti di piacere privi di diritti, e non viene loro neppure concessa l’opzione di troncare una relazione nella quale non si trovano bene. Per mettere fine alla serie di omicidi si dovrebbe combattere sul fronte culturale, diffondere messaggi più incisivi di rispetto nei confronti del genere femminile, smettere finalmente di essere il Paese dove fino a ieri il delitto d’onore era tollerato.

Queste argomentazioni hanno alcuni importanti meriti: è vero che in Italia esistono ampie sacche di ignoranza e disvalore, è vero che esiste un gran numero di oranghi convinti che picchiare chi è fisicamente più debole (una donna, un bambino, un adolescente dal corpo efebico soprattutto se ritenuto omosessuale) sia una dimostrazione di virilità, e sarebbe il caso di ripetere un po’ più spesso che questa è una abominevole sciocchezza. È altresì vero che esistono pericolose tendenze a giustificare la brutalità, che si manifesti come stupro, omicidio o rissa in un parcheggio, sulla base di affermazioni inverosimili come “Mi ha provocato” e “Se l’è cercata”, spesso pronunciate con assoluta malafede; anche su questo, tolleranza zero.

La soluzione, però, non è il bombardamento mediatico con messaggi del tipo “Le donne non si toccano neppure con un fiore”: possono servire un po’ nel breve termine, nel lungo però sono inefficaci. Uccidere la propria ex è non solo già del tutto incompatibile con i più diffusi sistemi etici sia religiosi sia laici, è anche illegale: risulta difficile credere che una dose extra di disapprovazione sociale a mezzo stampa sia un dissuasore più forte rispetto alla prospettiva di qualche lustro di carcere.

Se vogliamo davvero scendere dagli alberi occorre abbandonare le categorie dell’ingegneria sociale, che ha sempre lo stesso difetto: privilegia il profilo collettivo rispetto a quello individuale, delegando ad autorità esterne compiti a cui dovrebbe adempiere il singolo nel proprio dialogo interiore. Questo è metodologicamente scorretto già sui banchi di scuola, quando si dimentica che la disciplina è importante ma è un mezzo e non un fine. Diventa rischiosissimo quando ci può scappare il morto.

Il distacco da una persona amata, soprattutto laddove percepito come abbandono, è l’esperienza traumatica per eccellenza. Non a caso molti approcci psicoterapeutici sono centrati sull’acquisire consapevolezza degli abbandoni subiti o immaginati fin dai primi anni di vita, e sul superamento degli effetti avversi. Non a caso la letteratura è piena di storie tragiche costruite intorno a questa ferita essenziale, paragonabile per virulenza a una malattia grave, alle peggiori esperienze nei teatri di guerra, alle torture più abiette. Alcune persone particolarmente equilibrate, interiormente capienti, affettivamente evolute sono in grado di sopportare l’esperienza senza far danni ad altri o a se stesse, uscendone magari più forti e più empatiche. Non è così per la grande maggioranza, e lo zeitgeist non aiuta, poiché anche quello è fissato sull’esternalizzazione, sul non perdere tempo a capire cos’è successo, in definitiva sull’irrilevanza delle dimensioni individuali profonde: chi sono, che valore ho e perché?

Di fronte alla fine di una relazione prevale la superficialità: morto un Papa se ne fa un altro, il mondo è pieno di opportunità, buttati nel lavoro, portati a letto dodici sconosciute, tanto non ti meritava, andiamo a prendere il gelato e insultiamo tutte quante il tuo ex, vieni sabato in discoteca, sii uomo e smettila di frignare, quand’è che traslochi? Il che è, alla fine, semplicemente la faccia più o meno civile della medaglia. Sull’altra, che gronda sangue, c’è scritto: adesso la ammazzo di botte (se sei maschio), adesso mi butto sotto il tram (se sei femmina), sento gran voglia di perdermi, di dimenticare tutto, e pazienza se divento drogata, alcolizzato, dipendente da farmaci. C’è scritto anche: non ho più controllo, sono vissuta dai miei sentimenti, agìto da emozioni che non capisco; la mia identità è così compromessa dal naufragio di questo rapporto che devo esplodere.

Probabilisticamente, gli uomini scoppiano in faccia agli altri, le donne a se stesse. In questi casi, dal punto di vista sociale i primi sono peggio delle seconde, perché fanno più danni; da quello giuridico è corretto sanzionare la violazione dei diritti altrui più che i comportamenti autodistruttivi, per quanto diversi ordinamenti puniscano il tentativo di suicidio, e siano ancora moltissimi i nodi morali irrisolti in fatto di disponibilità della propria vita biologica. Il dramma personale, però, potrebbe non essere così diverso. Per rispondere in modo utile si deve andare alla radice dell’incapacità di reagire alle avversità senza trascinare sottoterra nessuno, piuttosto che avviare campagne di sensibilizzazione.

E qui sì che c’è un problema culturale. Siamo immersi in una società che spesso non è fondata affatto sul riconoscimento della inviolabile dignità e della assoluta unicità dell’individuo. L’identità corale è più importante di quella personale: siamo prima di tutto membri di una famiglia, di un partito, di una corporazione. Tifosi di una squadra, fedeli di una chiesa, iscritti a un sindacato. Non sappiamo perché siamo importanti in quanto singoli, non distinguiamo i nostri progetti di vita sentiti da quelli suggeriti o imposti da altri, preferiamo spesso l’adesione all’autonomia, la sicurezza del noto e sperimentato dalle generazioni precedenti alla scoperta di cos’abbiamo dentro. Viviamo persino la spiritualità, che pure almeno nelle tradizioni occidentali dovrebbe essere questione intensamente personale (ciascuno deve salvare la propria anima), prima di tutto come un fatto di bandiere da sventolare. A compensazione di questo talvolta sbattiamo i pugni sul tavolo facendo i capricci, strilliamo “Io! Io! Io!”, ma è solo un rigurgito infantile, il bisogno primario che ci passa attraverso. Ci manca la nozione delle nostre forze e dei nostri limiti, un’idea del motivo per cui siamo al mondo in quanto singoli; nel peggiore dei casi ci specchiamo esclusivamente negli sguardi altrui, che non è una forma virtuosa di umiltà, ma un’esperienza di continua destrutturazione. Non è sorprendente che, quando uno specchio più significativo degli altri si rompe, finiamo per rompere tutto.