di SIMONA BONFANTE – L’ultimo è Romano La Russa, assessore regionale della Lombardia, nonché fratello del più celebre Ignazio, finito in una delle inchieste in corso a Milano, quella sull’Aler, il gestore comunale delle case popolari, per presunto finanziamento illecito ai partiti. La rassegna di variegata corruzione che sta venendo fuori da un paio di mesi – più o meno da quando, risolta con le dimissioni politiche del titolare, l’emergenza pluri-corruttiva berlusconiana, i magistrati hanno potuto dedicarsi a quel tanto di marciume che non hai smesso di girare loro intorno – è però più articolata, complessa e culturalmente insidiosa di quanto non possa lasciar pensare, ed a taluni sperare, la pratica mai abbandonata della dazione indebita (in valuta o in natura che sia) al mediatore pubblico di turno.

Politici di destra e di sinistra, politici politici e politici ex anti-politici; responsabili di associazioni partitiche sé assolventesi come irresponsabili, e responsabili di carica amministrativa sé assolventesi come impermeabili alla irresponsabilità. Le responsabilità del compagno Penati (Pd) e del secessionista Boni (Lega), della new entry La Russa (Pdl) e del traumatizzato Papa (Pdl), della buona forchetta Emiliano (Pd) o del meglio-scemo-che-ladro Rutelli (Api, ex Pd ex Margherita. A proposito: per gli appassionati del genere, una wikipedia dei guai piddini con la giustizia può essere consultata qui)- sono tutte ancora da dimostrare.

Il prof Galli Della Loggia vi osserva un tratto comune: l’inelegante passione dei depositari del potere politico per il lusso – smodato e sgraziato. Ma fosse solo questo il problema, potremmo qualificare costoro, al massimo, come un trivio di parvenu. Nell’ambizione alla ricchezza poi non c’è invero nulla di male. Fare soldi comporta talento, dedizione, impegno e non è un caso che riuscirci non sia un obiettivo alla portata di tutti. Il problema non è far soldi, ma il ritenersi legittimati – una volta assurti al ruolo di amministratori di denaro pubblico, cioè di denaro altrui – a poterli stornare dalle pubbliche finalità – quelle democraticamente legittime – e dirottare verso privatissimi lidi – occulti, illegali.

Potrà mai bastare una legislazione severa – più severa dell’attuale – a scoraggiare, perseguire e reprimere un fenomeno di abuso della funzione (più o meno morigerato ed esteticamente tollerabile) così macroscopicamente diffuso? Perché il dato è la pervasività del fenomeno: dal primario di ospedale all’assessore, il denominatore comune della mutua distorsività è la dimensione pubblica all’interno della quale viene esercitato il rispettivo potere.

L’ex Ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, aveva istituito una commissione, la Civit, perché si attivasse anche nel nostro paese lo strumento più efficacemente adottato nei paesi civili per contrastare, e ridurre a fattore fisiologico, le pratiche corruttive: la trasparenza dei dati. Quella commissione non ha prodotto nulla. Avrebbe, addirittura, avuto l’impossibilità di farlo (per mancanza di dati, sic) se non addirittura la volontà di non farlo (per opportunità – diciamo – politica).

In un paese in cui la ricchezza privata si immagina ricavabile dalla capitalizzazione del denaro pubblico, l’antidoto alla corruzione è la riduzione di quel capitale. Il Presidente Monti, il Ministro della Funzione Pubblica, Patroni Griffi hanno nelle loro mani un’arma ancor più potente di quella (potenziale) a disposizione del Ministro della Giustizia: abolire la sterminata pletora di enti pubblici. Ed in fondo, basta andare sul sito di un qualunque ministero, alla sezione link, per avvedersi della loro pericolosa quantità.