Tre ragioni per la riforma del lavoro, senza fronzoli sindacal-ideologici

di PIERCAMILLO FALASCA – A cosa serve la riforma del mercato del lavoro e del welfare? Sono almeno tre le ragioni più profonde per le quali oggi l’Italia ha bisogno di una revisione delle norme che regolano i rapporti tra imprenditori e lavoratori e le tutele pubbliche riconosciute a questi ultimi.

La prima: ridurre le distorsioni indotte dalle attuali regole sulle scelte aziendali e sui lavoratori. Le incertezze sui costi e sui tempi di licenziamento, insieme allo sconto fiscale assicurato dai contratti atipici, rendono le assunzioni a tempo indeterminato poco convenienti. La conseguenza più evidente è l’intrappolamento di una fascia sempre più cospicua di lavoratori, soprattutto i più giovani, nel recinto del lavoro precario, quasi illegale (i co.co.pro adoperati ben oltre i limiti della disciplina che li ha istituiti, le finte partite Iva, l’abuso degli stage formativi) e privo di tutele. Negli anni di espansione economica, la pluralità di formule contrattuali istituite negli anni Novanta ha certamente permesso l’ampliamento del numero degli occupati; tuttavia, non appena l’economia ha mostrato segni di cedimento, con l’inevitabile esigenza delle imprese di tagliare posti di lavoro, sono stati proprio i lavoratori atipici a subire i pesanti costi dell’aggiustamento, con il mancato rinnovo di centinaia di migliaia di contratti. Un sistema di ammortizzatori sociali anacronistico – i cui benefici sono polarizzati proprio sui lavoratori stabili e “illicenziabili” e non sui veri e nuovi deboli – ha poi mostrato tutta la sua inefficienza ed iniquità.

La seconda: rendere il mercato del lavoro italiano meno oscuro e ostile per le imprese estere che volessero investire nel Belpaese. Quanto costa assumere e far lavorare? Quanto costa licenziare, in termini di risorse e di tempo? Da questo punto di vista, l’Italia è una realtà indecifrabile. Nel corso del 2010 gli investimenti diretti esteri in Italia sono stati appena lo 0,46 per cento del Pil, nei paesi dell’area euro la media è stato quattro volte superiore (l’1,8 per cento, ma era il 5 per cento nel 2008, prima della crisi). Incidono l’instabilità del quadro regolatorio, la percezione di ostilità delle amministrazioni locali per i grandi complessi industriali, il fisco elevato e complicato, ma anche le troppe incertezze connesse ai rapporti di lavoro.

La terza: favorire una rivoluzione culturale nell’approccio degli italiani al lavoro e nella loro domanda di protezione pubblica. Il lavoro, lo dice oggi Pietro Ichino intervistato da Il Mattino, non è una proprietà del lavoratore, ma un contratto liberamente stipulato tra due parti. Il rischio di disoccupazione che incombe sulla testa del lavoratore – legato alla performance dell’azienda presso cui opera, alle mutevoli condizioni del mercato, alle sue personali capacità, finanche al caso – può essere oggetto di copertura pubblica, ma senza coinvolgere il datore di lavoro in questa partita, rendendogli magari difficile le scelte di assunzione e licenziamento e, quindi, di organizzazione aziendale. La gestione del rischio di disoccupazione va invece affrontata secondo un modello assicurativo, che veda lo Stato (o, perché no, assicurazione private, magari controllate da associazioni di lavoratori sotto l’egida statale) raccogliere il premio – la quota contributiva imposta per legge a tutti i lavoratori, basata sul reddito percepito ma non per tipologia contrattuale – e dispensare risorse economiche e servizi formativi a quanti incappano nell’evento infausto, la disoccupazione appunto.

Se fosse questo il piano della discussione politica, sarebbe davvero complicato dirsi contrari alla riforma. Ma si sa: il buon senso c’è, ma se ne sta nascosto per paura del senso comune.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

5 Responses to “Tre ragioni per la riforma del lavoro, senza fronzoli sindacal-ideologici”

  1. foscarini scrive:

    Se la riforma del lavoro viene fatta per attrarre investimenti dall’estero, allora è una cosa completamente inutile.
    A scoraggiare investimenti dall’estero sono ben altri fattori molto più gravi: l’assenza di uno stato di diritto.
    In Italia la magistratura italiana e l’agenzia delle entrate hanno inventato la figura dell’abuso di diritto per combattere l’elusione fiscale. Peccato che questa figura renda carta straccia la certezza del diritto che si trasforma in un processo alle intenzioni.
    Chi credete venga ad investire in Italia? Attendetevi piuttosto un crescente flusso di espatri di imprenditori e non imprenditori.
    Tanto per offrire un riferimento negli Stati Uniti, terra non certo tenera con l’evasione, l’elusione fiscale viene sancita come un diritto del cittadino dalla corte suprema statunitense.
    In Italia si fa invece l’opposto creando un vulnus nelle libertà del cittadino nei confronti di uno stato sempre più totalitario ed espansivo.
    L’Italia viaggia su una strada di non ritorno per colpa dello statalismo e della spesa pubblica. La riforma del mercato del lavoro è inutile.

  2. Massimo74 scrive:

    @Foscarini

    Hai perfettamente ragione.Nota che questo governo pienamente e incondizionatamente appoggiato dai sedicenti liberali di FLI sta facendo ogni cosa possibile per aggravare ulteriormente la situazione.
    Non solo ha portato la pressione fiscale al record storico del 45%, ma ha introdotto tutta una serie di norme nella legislazione tributaria (già di per sè una delle più vessatorie e caotiche in assoluto) che andranno a ledere ulteriormente quei principi che stanno alla base dello stato di diritto.Ricordiamo l’inasprimento degli studi di settore (un vero colpo mortale per tutte le PMI già sull’orlo del baratro), la violazione della privacy con l’accesso diretto ai conti correnti (per cui anche un cittadino che presta del denaro ad un amico o un parente potrebbe rischiare di essere dichiarato evasore dal fisco), la reintroduzione degli elenchi clienti/fornitori (ulteriore burocrazia alle imprese) e la limitazione assurda ai pagamenti in contanti a 1.000 euro che sta già creando non pochi problemi ai pensionati che devono dotarsi di conto corrente e a molte attività commerciali che basano buona parte del proprio business sul turismo da parte degli stranieri (sopratutto dell’est) che sono abituati a pagare in contanti anche grosse cifre e non ci pensano proprio a utilizzare bancomat o carte di credito.
    Concordo pienalmente con te quando affermi che siamo sulla strada del non ritorno e che in questo quadro desolante anche la riforma del mercato del lavoro (che poi da quel che si può intuire sarà l’ennesimo provvedimento di pianificazione socialista dell’economia e non una vera liberalizzazione come servirebbe all’italia) non servirà assolutamente a nulla.

  3. foscarini scrive:

    @massimo
    @Massimo
    Sì però ti faccio presente però che l’aumento della pressione fiscale era già stato in buona parte messo in cantiere da Tremonti. Poi Monti ci ha sguazzato e ha fatto del suo.
    Ma l’aumento della tassazione sul risparmio al 20% scattata a inizio gennaio è opera di Tremonti. Le imposte di bollo sui conti correnti sono opera di Tremonti. Il comportamento vessatorio dell’agenzia delle entrate è stato messo in opera da Tremonti.
    Il problema è che il centro destra berlusconiano e il centro di Casini,Fini, Rutelli sono delle formazioni elettorali con un unico scopo: vincere le elezioni per motivi clientelari.
    E’ proprio per questo che alla fine tutti costoro non fanno altro che essere l’immagine speculare l’uno dell’altro: non si fa altro che aumentare le tasse per sostenere la spesa pubblica sia che governi la “destra” che la sinistra.
    Oggi Monti è sostenuto dal PD, dal PdL e dal terzo polo per salvare la macchina della spesa pubblica in cui si ritorvano tutti a magnare.
    Quindi prendersela solo con il fli è un po’ di parte, imho.

  4. Massimo74 scrive:

    @foscarini
    Mai difeso il PDL, nè tantomeno Tremonti che considero una della più grandi sciagure mai capitate all’italia dal 1948 ad oggi.
    Però rimane il fatto che questo governo, pur essendo un esecutivo tecnico e quindi sulla carta non soggetto alle pressioni provenienti da determinate lobby politico/clientelari (che hanno tutto l’interesse a difendere lo status quo), ha continuato sulla falsariga dei predecessori,non solo aumentando ulteriormente la tassazione (quest’anno raggiungeremo il record storico della pressione fiscale al 45%),ma anche calpestando sempre più le regole dello stato di diritto fino ad arrivare a conferire all’amministrazione tributaria dei poteri sconfinati che le permettono di sostituirsi direttamente ai tribunali ed emettere sentenze di colpevolezza sulla base della semplice presunzione di una violazione della normativa fiscale.La presunzione di innocenza è diventata un dettaglio per il fisco.Ormai allo stato di diritto si è sostituito il diritto dello stato di fare cassa sempre e comunque utilizzando qualsiasi metodo a lui congeniale per cercare di riscuotere il pizzo (perchè questa è la definizione più appropriata per definire certi metodi che ricordano tanto il modus operandi dei picciotti) dai contribuenti taglieggiati.Se ci aggiungi poi che tutto questo non viene certo fatto per garantire servizi migliori al cittadino (tra l’altro non si capisce come mai avremmo bisogno di più soldi per migliorare i servizi visto che siamo già oggi lo stato che in europa incassa più di tutti gli altri ma abbiamo servizi certamente non altezza di quelli di cui godono i cittadini tedeschi o francesi), ma solo per mantenere
    inalterata una spesa pubblica clientelare fatta di corruzione,malversazioni,sprechi,dipendenti pubblici fannulloni,privilegi della casta,ecc.,capisci perchè questo paese non ha alcuna possibilità di risollevarsi e riprendere la via dello sviluppo, ma può solo avvitarsi sempre di più su stesso fino a sprofondare e toccare un punto di non ritorno.

    Comunque non c’è l’ho solo con quelli di FLI (che in ogni caso dovrebbero vergognarsi perchè proprio come forza italia e Berlusconi hanno tradito clamorosamente quei valori liberali propri del pensiero di Einaudi a cui dicevano di ispirarsi),ma con tutta la classe politica attuale che necessiterebbe un reset completo per poter dare spazio ad un rinnovamento radicale e all’ingresso di nuove leve.

  5. foscarini scrive:

    @massimo
    Sì, concordo.

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