Né di destra, né di sinistra, né di centro. Serve una forza riformatrice

– Il cantiere della costruzione in Italia di un nuovo soggetto politico, a partire dalle esperienze dei partiti del Terzo Polo, sembra ormai aperto. Sicuramente i prossimi mesi saranno decisivi per delineare l’identità politica della nuova formazione ed il tipo di contributo che si propone di portare al dibattito.

Per molti versi ha ragione il presidente della Camera Fini quando sostiene che la nuova “cosa” deve andare oltre a tutte le vecche etichette, quelle di destra e di sinistra ma anche – come ha affermato sabato alla convenzione di FLI di Pietrasanta – quella di centro. Si sbaglierebbe tuttavia a pensare che certe denominazioni vadano abbandonate per un sorta di “buonismo”, perché deve prevalere un reciproco “nolite iudicare” o perché ci troviamo in una notte in cui “tutti i gatti son bigi”.

La ragione non sta neppure in una presunta “fine delle ideologie”, in quanto le ideologie sono ancora tutte belle in campo ed il dibattito politico e culturale di questi ultimi anni ci ha mostrato che Marx e Keynes “vivono e lottano con noi” (pardon… contro di noi). La vera ragione per cui certe denominazioni possono essere di intralcio o risultare stucchevoli è il modo in cui esse si sono mappate nello specifico contesto italiano, nel cui ambito si sono caricate di valenze pesantissime, persino “etniche”, dal punto di vista dei rapporti politici, prima che identificare alternative ideali e programmatiche in concorrenza.

Il sistema di bipolarismo che si è delineato in Italia tra il 1994 ed il 2011 è stato caratterizzato da un altissimo livello dello scontro tra le due parti in causa, quasi che il prevalere dell’una o dell’altra rappresentasse il discrimine tra due modelli radicalmente distinti ed in antitesi. Invece nei fatti destra e sinistra si sono alternate più volte alla guida del paese, senza che ciò producesse alcun cambiamento di rilievo nell’impianto politico e culturale italiano.

La contrapposizione tra destra e sinistra non è stata la contrapposizione tra un’opzione liberalconservatrice, liberista e thatcheriana da un lato ed un’opzione modernamente socialdemocratica dall’altro, quanto piuttosto il conflitto di due apparati sindacal-corporativi, uno prevalentemente incentrato sulla difesa degli interessi del lavoro autonomo, l’altro sulla tutela di quelli del lavoro dipendente – entrambi nei fatti interessati alla preservazione del medesimo modello di dirigismo e di interventismo in cui la politica mantiene la suprema responsabilità di mediazione e di sintesi.

Se il fallimento dei concetti di destra e di sinistra viene letto secondo questa chiave, è chiaro che una proposta politica seriamente innovativa non può dirsi nemmeno di centro – per lo meno intendendo il centro come punto mediano tra le due polarità consolidate.

Quello di cui ha bisogno il nostro paese oggi non è certo trovare il “giusto mezzo” tra le ricette del PDL e quelle del PD, tra lo statalismo di destra e lo statalismo di sinistra, ma al contrario di prefigurare qualcosa di assolutamente inedito. Se il futuro “Partito della Nazione” vorrà rappresentare un effettivo valore aggiunto politico, non potrà essere semplicemente qualcosa che “sta in mezzo” tra Alfano e Bersani. E neppure potrà accontentarsi di rappresentare un sincretismo che parta dall’esistente, una media ponderata delle culture politiche che hanno pienamente condiviso la responsabilità del declino dell’Italia nella prima e nella seconda repubblica.

Serve, invece, ricercare soluzioni politiche innovative che aggrediscano in primo luogo le questioni chiave dell’economia – quella spirale di tasse, debito pubblico e bassa crescita che sta strangolando la società italiana. Soluzioni liberali, al tempo stesso radicali e moderate, che guardino alle “success stories” di altri paesi occidentali e che abbiano il coraggio di mettere in discussione ad uno ad uno i tabù ideologici dello Stivale.

Né di destra, né di centro, né di sinistra, ma una forza autenticamente riformatrice, plurale al proprio interno ma “social tolerant” e “fiscal conservative” nella sua anima profonda.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

6 Responses to “Né di destra, né di sinistra, né di centro. Serve una forza riformatrice”

  1. fagiano1974 scrive:

    C’e’ già, e fa paura a tutti! Movimento 5 stelle. INFORMATEVI GENTE…

  2. foscarini scrive:

    Sono abbastanza d’accordo.
    PdL e PD sono stati quasi indistinguibili: hanno prodotto più spesa pubblica e tasse.
    In Italia manca un soggetto politico che punti ad aumentare le libertà dei cittadini, riducendo di converso l’oppressione fiscale derivante dalla spesa pubblica.
    E’ impensabile che l’italia possa essere una paese in cui vivere con un livello fiscale così alto su risparmi e sui redditi.
    Il vero confronto politico del futuro sarà fra chi vuole abbattere la spesa pubblica e chi vuole conservarla ed aumentarla.
    Dove non sono d’accordo è nel credere che il terzo polo possa essere un’offerta politica di questo tipo.
    Fini, Casini e Buttiglione hanno le loro clientele, le loro consorterie e i loro plaudenti, tutti affamati di soldi statali.
    UDC e Fini fino all’altro ieri chiedevano più tasse sui risparmiatori italiani, e sono stati accontentati da un pessimo Tremonti.
    Quindi di cosa parliamo?
    A me pare che il terzo polo stia cercando goffamente di attrarre i voti in uscita dal PdL. Aspirazione legittima, ma sinceramente molto velleitaria.
    La proposta politica del “centro” sembra ancora più simile a quella del PD di quanto non fosse quella del PdL.
    E il supporto a un governo delle tasse come quello di Monti, poco aiuta.
    A mio parere da un punto di vista politico il posizionamento del “terzo polo” ha ancora meno chance di quello che rimane del “centro destra” italiano.
    Ci vuole qualcosa di nuovo per dare voce agli orfani di un centro destra che si è rivelato inconsistente. Ma dubito seriamente che le nuove voci verranno da vecchie cariatidi della politica (e tantomeno da pelosi bacucchi come Montezemolo).

  3. Camelot scrive:

    Doveva capitare: per una volta non sono affatto d’accordo.
    Quando dici, giustamente: “Invece nei fatti destra e sinistra si sono alternate più volte alla guida del paese, senza che ciò producesse alcun cambiamento di rilievo nell’impianto politico e culturale italiano“, ometti di aggiungere che quella che comunemente chiamiamo “destra”, tale non è mai stata (nel senso che io e te intendiamo). Il problema sta in questo.
    In secondo luogo, ciò che ha reso nefasto il nostro bipolarismo, non è stato il suo presunto “muscolarismo”, che esiste in qualunque nazione evoluta al mondo, ma il pluripartitismo attraverso il quale si è manifestato.
    Destra, sinistra e centro non sono affatto categorie superate. Non sono categorie politico-culturali astratte, ma riflettono visioni diverse – e talvolta parecchio – della società.
    Ciò che a noi manca è una destra liberale. Per questo la nostra economia arranca e abbiamo un’infinità di problemi.
    Fini, di cui sono stato un supporter per 22 anni e fino a quando non ha proposto la patrimoniale, dice una sciocchezza quando postula che sia necessario superare “l’identità” e fare affidamento unicamente sul “progetto”: perché quest’ultimo dipende dall’identità, i valori, che ci si dà. Non puoi mettere assieme socialisti, fascisti e liberali, perché ciascuno di essi è, naturaliter, avversario degli altri. Ha un’identità e un progetto diversi. E se anche accettasse quel “progetto”, qualunque esso dovesse essere, vorrebbe tradurlo in fatti in modo diverso dagli altri.
    Anche il Pdl ha fascisti, socialisti e liberali che convivono sotto lo stesso tesso: e questo è il suo problema; quello che ne ha frustrato l’attività di governo.
    Non servono nuovi involucri: servono una destra e una sinistra liberali (il che implica il bipartitismo, ovvero l’uninominale à l’anglosassone). Sempreché, naturalmente, si voglia il bene del Paese.

  4. step scrive:

    È incredibile come si sia riusciti a mancare l’ennesima occasione di creare finalmente una forza libertaria. Dopo i governi socialisti di Prodi e di Berlusconi uno penserebbe che la gente ne abbia avuto abbastanza, e invece no! Peccato perché lo spazio politico ci sarebbe stato. Invece il cosiddetto terzo polo si è ormai contrassegnato come partito “socialista-nazionale”, con venature cattoliche (vedi UDC) e critpo-ambientaliste (vedi API).

    Quello che scrive Faraci è giusto, laddove si afferma che in presenza di due statalismi dovremmo andare oltre, o comunque che non dovremmo fare una media ponderata. Però poi non si tiene conto che un “terzo polo” è intrinsecamente centrista, per il solo fatto di essere terzo, anche laddove non lo fosse da un punto di vista valoriale.

    La cosa migliore sarebbe il bipartitismo, con una forza liberista/realista a destra e una più socialistoide/idealista a sinistra. Questo sarebbe l’optimum. Capisco che sia fantapolitica al momento, ma almeno cerchiamo di prefiggerci uno scopo nobile, partendo dalla situazione di fatto attuale. Le “soluzioni liberali” auspicate da Faraci non sono maggioritarie neanche in FLI (dove predomina una cultura post-fascista rautiana riesumata in salsa politically correct, in pratica il peggio del peggio), figuriamoci in un ipotetico “partito della nazione” capitanato da Casini…

  5. Liberalizzare scrive:

    Fini e Montezemolo riformatori?
    Non chiedo tanto ma almeno un po’ di coerenza personale

  6. si, ma questa forza intanto fa alleanza con l’udc e lombardo che non sono esattamente dei riformatori.

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