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Cina, si spacca persino il PCC

– Volano gli stracci anche nel granitico partito comunista cinese (PCC) e le tensioni del mondo globalizzato si fanno sentire anche nel Paese che forse meglio di tutti ha approfittato delle opportunità di questo nuovo ordine mondiale. In prima battuta, la notizia della cacciata di Bo Xilai, leader del PCC a Chongquing, è stata ricevuta positivamente, ma una riflessione più attenta ha aggiunto numerosi punti interrogativi alla vicenda. Quello che è stato interpretato come un segnale di dibattito interno al PCC potrebbe nascondere una situazione più allarmante.

Bo Xilai è parte dell’establishment cinese da sempre. Suo padre, Bo Yibo, fu uno degli Otto immortali della Rivoluzione. Xilai ha subito, come il padre (finito ai lavori forzati per il suo “riformismo”), le conseguenze della Rivoluzione Culturale di Mao. Dall’apertura della Cina, datata fine anni settanta, Bo Xilai ha iniziato la sua ascesa politica segnata da revanchismo, legalità e populismo. Chongqing è diventata una città conosciuta per le retate anti-prostituzione, contro il gioco d’azzardo e corruzione, ma anche quella nella quale alcuni imprenditori hanno lamentato ingerenze dello stato nei loro affari, espropri e racket governativo esercitato da Bo Xilai in persona.

Questa particolare pratica nell’esercizio del potere potrebbe essere costata il posto a Bo Xilai. I giornali concordano sulla data dell’inizio della fine per Xilai, lo scorso febbraio, quando Wang Lijun, capo della polizia di Chongqing e nominato dallo stesso Xilai, si è rifugiato all’interno del consolato americano per un’intera giornata. Le ragioni della sua visita (o fuga) non sono note, ma si parla di una confessione/denuncia delle azioni di Xilai. Giovedì scorso Wang, che era anche vice-sindaco, è stato sollevato dal suo incarico e, poco più tardi, anche Bo Xilai è stato sostituito da Zhang Dejiang, classe 1946, membro del Politburo del PCC dal 2002 e vice-premier dal 2008.

Il silenzio sul futuro di Xilai complica ulteriormente l’interpretazione di quella che, a prima vista, sembra una vera e propria resa dei conti interna al PCC. Il giorno prima della destituzione di Xilai, Wen Jiabao ha fornito un’ulteriore elemento di analisi dicendo che il partito avrebbe dovuto riflettere sul caso Wang Lijun. Lo scorso venerdi, Xi Jinping , il probabile successore di Hu Jintao alla guida del partito, ha auspicato un ritorno al metodo decisionale consensuale applicato dal PCC sin dalla scomparsa di Mao nel 1976 in modo da ridurre le lacerazioni e pericolosi scontri e divisioni nel paese.

Questi interventi ‘pesanti’ sulla vicenda di Bo Xilai aprono a diverse interpretazioni. La prima è che il partito, diviso fra neomaoisti e riformisti, abbia scelto la seconda strada. Bo Xilai, con il simbolismo nostalgico del partito comunista e la campagna di sensibilizzazione al senso civico attraverso le vecchie canzoni del regime che venivano fatte cantare ai cittadini di Chongqing, rappresentava l’esponente di spicco dei sostenitori dell’intervento dello stato nell’economia. La sua rimozione segna un punto a favore dell’ala riformista del partito, fautrice di un cambiamento graduale con un ruolo crescente della società civile e dei privati nella vita economica del paese.

Un’altra interpretazione è che per evitare un processo di disintegrazione come quello subito dall’Unione Sovietica, il PCC preferisca gestire dall’alto ed in modo centralizzato le linee politiche alternative a quella decisa dal partito. In tale scenario, Bo Xilai sarebbe stato silurato in quanto elemento di disturbo e di novità nel panorama politico cinese, non per una divergenza programmatica, ma in quanto portatore di un elemento democratico che potrebbe fare da detonatore in un paese grandissimo e caratterizzato da profonde divisioni e contrasti.

La Cina potrebbe dunque essere ad un bivio. Da un lato, scelte che porterebbero ad un’apertura democratica più rapida di quella prevista con il rischio che un’anima populista e nostalgica possa emergere ambendo a far riconsiderare alla Cina alcune delle decisioni fondanti in materia economica. Dall’altro lato, la via sarebbe quella del conservatorismo e del dirigismo di una classe dirigente che preferisce mantenere saldo il timone del Paese con il rischio di finire contro gli scogli di una frammentazione crescente, prodotta anche da un’era in cui il controllo delle società sta diventando sempre più difficile per via della diffusione delle nuove tecnologie. In entrambi i casi, l’Occidente dovrebbe fare uno sforzo per comprendere il Paese che potrebbe, più di ogni altro, segnare le sorti del ventunesimo secolo.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

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