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Manning, il diritto si è fermato a Quantico

– C’era un ragazzo di ventitre anni.
Come tutti i ragazzi, aveva dei sogni e dei desideri. Odiava la guerra, ma nonostante ciò voleva servire il proprio paese e tale desiderio lo portarò ad arruolarsi – nell’ottobre 2009 – nell’esercito di uno stato che si faceva (e si fa) baluardo dei diritti individuali e della libertà. Più precisamente, si arruolò nella 10th Mountain Division dell’esercito americano, stanziata a est di Baghdad per “portare la pace”.

Ma si sa: i sogni vacillano sempre di fronte all’incommensurabile durezza della realtà. Le convinzioni di Bradley Manning crollarono impietosamente mentre – servendo il suo paese in veste di analista informatico – apriva gli occhi davanti alle atrocità gratuite, sadiche e banalmente malvagie commesse dai suoi commilitoni (ben protetti dietro a una divisa), al chiaroscuro di operazioni militari che i superiori non solo tolleravano, ma incentivavano, e al tragico orrore di un paese perduto e impaurito, che sembrava aver smarrito il senso della sua esistenza piegandosi a una politica di aggressione sprezzante dei più elementari diritti della persona.

Cominciò a farsi delle domande e a chiedersi se tutto questo fosse così giusto; forse agì d’impulso, forse agì in modo erroneo, forse fece una stupidaggine, o forse fece un atto eroico, o forse ancora non era pienamente cosciente delle sue azioni. O forse fece tutto insieme.

Sfruttando le sue credenziali d’accesso di analista informatico, scaricò e trasmise un’innumerevole mole di documenti confidenziali riguardanti l’Iraq e l’Afghanistan (tra cui il video Collateral Murder) e decine di migliaia di cablogrammi diplomatici statunitensi a un “crazy blonde guy” australiano. Un istrionico giornalista di formazione libertaria e che si era fatto le ossa nel sottobosco degli hacker con il nickname “Splendide Mendax“.

A quei tempi, costui stava cercando di lanciare una certa “Wikileaks” in primo piano sulla scena internazionale; e grazie all’aiuto di Manning (si suppone: non vi sono comunque prove che questa sia la versione definitiva dei fatti) pare che ce l’abbia fatta. Assalito da sensi di colpa, attacchi depressivi, e disturbi di varia natura, Manning cercò qualcuno con cui confidarsi per l’atto compiuto, da lui personalmente sentito come un tradimento, o un’indelebile macchia sulla propria già provata coscienza. Lo trovò. E il confidente non perse tempo: lo denunciò subito alle autorità americane, riportando fedelmente il log della conversazione privata in cui Manning dichiara apertamente di aver trasmesso quei documenti a Julian Assange, ma anche di aver agito di sua – e solo sua – iniziativa, preso da sensi di colpa e attanagliato dai dubbi.

E qui comincia l’inferno e il buio. Senza troppi fronzoli e gentilezze, le autorità americane lo arrestano e lo tengono in custodia per due mesi, in Kuwait. Poi, viene sbattuto nella durissima prigione militare di Quantico, in Virginia. Viene tenuto in isolamento per 23 ore al giorno; può dormire solo con le luci accese e le guardie hanno l’obbligo di svegliarlo se non è in una posizione completamente visibile, in quanto è sottoposto a un continuo e ininterrotto controllo visivo (non più di cinque minuti di privacy). Nessuna ora d’aria e nessuna attività lavorativa; tutt’al più, ha la possibilità di camminare in circolo per la stanza. Rarissime volte ha la possibilità di ricevere visite; rigorosamente in catene.

Le autorità lo sottopongono a questo massacro psichico e fisico cercando di estorcergli una confessione. Il patto è chiaro: afferma che eri in combutta con Assange, così noi possiamo incriminare lui e vediamo di alleggerirti questo trattamento. Lui resiste, ma la sua salute psico-mentale comincia a deteriorarsi e a perdere pezzi. Nessuna assistenza legale, nessun volto amico.

Ovviamente, ai “garantisti” di casa nostra poco importa che tali trattamenti siano pienamente classificabili come “tortura” e che siano contrari in qualunque modo alla dignità umana. E ancor meno sembra importare il fatto che Manning – per lunghissima parte di questa carneficina – non sia stato imputato di nessun crimine, né sottoposto ad alcun provvedimento di natura giurisdizionale.

La natura strabica degli USA, il cui processo accusatorio puro fornisce tutte le (civilissime, sacrosante e doverose) garanzie del right of confrontation e tutto il resto ai cittadini americani, rivela uno spaventoso e terrificante abisso. Un lato oscuro che permette un trattamento dei detenuti sospettati di terrorismo o di connivenza del nemico tale da sembrare quello usato nei paesi che essi combattono, nel nome delle libertà e dei diritti individuali.

Libertà e diritti che tuttavia gli USA sembrano non farsi remore nel calpestare, in siffatte situazioni. Le associazioni umanitarie protestano, alcuni avvocati denunciano palesi violazioni dei diritti umani e numerosi giornali dedicano ampi articoli al disumane trattamento in essere. Ma gli USA non arretrano e tirano dritto; innanzi a un cittadino, Barack Obama risponde con arrogante sicurezza che “he broke the law“. Ci sarebbe da chiedersi quale legge abbia violato, in assenza di un provvedimento giurisdizionale che ne accerti un’eventuale responsabilità penale.

Tra sbuffi e un clima di generale disinteresse, viene trasferito in un carcere meno rigoroso; Fort Meade, Maryland. Ovviamente ancora senza capi di imputazione d’alcun genere. Le lusinghe mischiate alle minacce continuano; qualche settimana fa, dopo due anni, viene formalmente incriminato innanzi alla Corte Marziale degli Stati Uniti d’America di 22 capi d’imputazione; il più grave, “collusione con il nemico” , potrebbe costargli il carcere a vita. E no, il “nemico” con cui è accusato di “collusione” non sarebbe Assange, ma Al-Qaeda, che avrebbe (dice l’imputazione) tratto enormi benefici dalla diffusione dei cables.

Mentre la difesa d’ufficio (a lui assegnata solo dopo l’imputazione) fa leva su presenti disturbi di personalità del soldato che lo renderebbero non imputabile, e si vocifera la data dell’udienza preliminare, sembra essersi consumato il primo atto di una tragica storia che si sta lentamente spegnendo nella notte dell’oblio e della vergogna. E il tutto si consuma in un silenzio inesprimibile, un silenzio che ha il sapore della sconfitta; un silenzio che sembra ammettere la possibilità di schiacciare i deboli sotto il tallone della ragion di stato, legittimando pratiche disumanizzanti e degradanti.

Un granitico silenzio che quasi nessuno sembra voler scalfire; perché comporterebbe guardarsi allo specchio e prendere atto di un livello di civiltà che, a dirla tutta, non è così alto come ci piacerebbe credere. E quindi si preferisce stare zitti, sacrificando all’altare dell’oblio un soldato semplice, privato dei più elementari di difesa. Privato della dignità umana stessa. Abbassare gli occhi è, d’altronde, sempre facile.

Pare che questo Settembre (2011) Manning sia stato candidato Nobel per la Pace. Chissà perché, nessuno lo sa.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

3 Responses to “Manning, il diritto si è fermato a Quantico”

  1. Andrea B. scrive:

    Purtroppo è quanto accade quando ci si dimentica che alla nostra parte spetta pure la gravosa condizione di stare in guerra “asimmetricamente” contro gli altri.
    Oddio un po’ di asimmetria rimane sempre… si ha una stima di quanti contatti americani “bruciati” da Manning siano finiti non in isolamento, ma direttamente con degli elettrodi attaccati ai testicoli, che so, in qualche segreta iraniana ?

  2. hendrix scrive:

    quindi? non ho capito scusami !!!

  3. Andrea B. scrive:

    Scusa il ritardo.
    Quindi si, noi dovremo continuare nella nostra “asimmetria”, rispettando i principi cardine della nostra civiltà, anche giuridica, facendo finta che non stiamo parlando di guerra, ma di un furto di galline (con tutti gli annessi e comnessi: giuria “terza”, diritti della difesa, habeas corpus, presunzione d’innocenza…).

    Però, ogni tanto, dobbiamo pure far capire agli eventuali futuri Manning che, a fare certe furbate donchisciottesche, la si paga cara ed amara… giusto per evitare ai “nostri” di finire con gli elettrodi di cui sopra o peggio ( si, fanno anche cose peggiori)

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