– Negli ultimi mesi molto è cambiato nel dibattito sul riscaldamento globale e le energie rinnovabili. Dopo l’insuccesso della conferenza di Durban – incapace di produrre un successore del Protocollo di Kyoto – e gli illustri fallimenti di colossi del fotovoltaico come Solyndra, la Germania ha deciso di praticare tagli alla spesa pubblica riducendo drasticamente i sussidi al solare, definiti dal Ministro Philipp Rösler “una minaccia per l’economia tedesca” (sic) in tempi di crisi. Se non bastasse, a febbraio la George Mason University ha pubblicato una ricercacondotta sui membri dell’American Metereological Society dimostrando che l’89% dei metereologi americani non è affatto preoccupato per il riscaldamento globale, smascherando il luogo comune che vedrebbe d’accordo una larga maggioranza degli scienziati circa l’urgenza di contrastare il global warming.

I fatti riportati hanno in buona parte contribuito a cambiare la percezione degli individui circa la necessità di misure volte ad impedire l’aumento della temperatura terrestre. Uno studio apparso lo scorso mese sulla rivista Global Environmental Change, infatti, dimostra che il cosiddetto scetticismo climatico in esponenziale aumento negli ultimi anni sia principalmente riconducibile alla crisi economica che investe il pianeta. In particolare, l’indagine ha rilevato che al crescere del tasso di disoccupazione aumenta il numero degli scettici. La diretta proporzionalità tra i due dati non è certo una coincidenza e anzi spiegarne le ragioni è piuttosto semplice. La crisi del debito sovrano che investe i paesi occidentali e il senso di instabilità dovuto agli esuberi e al fallimento di molte aziende obbligano gli individui a rivedere alcune convinzioni circa l’infallibilità dello Stato interventista: molto semplicemente, non possiamo più permetterci di investire miliardi in sussidi a tecnologie dallo scarso rendimento in funzione di un riscaldamento che non sappiamo con certezza né se sta accadendo né se è attribuibile ai gas emessi dalle nostre industrie.

In sostanza, nel momento in cui per molti il dramma quotidiano torna ad essere la ricerca di un impiego, certe misure vengono percepite come un lusso inammissibile. Il dato, in fondo, ha una doppia valenza: da un lato dimostra quanto miope e nociva sia l’abitudine di lasciare che lo Stato sperperi preziose risorse nei periodi di vacche grasse – accumulando un debito insostenibile – e dall’altro indica l’importanza della crescita economica per uno Stato che si prefigga uno sviluppo armonico con l’ambiente. Con buona pace di certo ambientalismo ‘decrescista’, è l’ecologismo a dover essere compatibile con la crescita economica, non il contrario. Senza sviluppo non vi possono essere benessere, lavoro e ricerca. Si illudono quanti credono che la tutela dell’ambiente possa essere garantita da stati indebitati, spendaccioni e a rischio recessione con la bacchetta magica dei finanziamenti pubblici. In Occidente come nei paesi in via di sviluppo, il paradigma del vero ambientalismo dovrebbe essere anzitutto la ricerca del continuo miglioramento delle condizioni di vita degli uomini, da cui passa inevitabilmente la cura della terra. Non è certo una coincidenza che nello stesso anno in cui il Brasile è divenuto la sesta potenza economica del mondo si è registrato il record della deforestazione in Amazzonia ai minimi storici, un po’ come la Londra delle bici e dei bus elettrici lontana ormai anni luce dalla fogna descritta da Charles Dickens.

Il verdetto della ricerca condotta da Global Environment Change è inequivocabile: le persone non hanno smesso di credere che il mondo meriti un particolare occhio di riguardo da parte dei proprio abitanti, ma stanno perdendo fiducia in un modello di ambientalismo ideologico, sempre più nuova frontiera del dirigismo economico e dell’anticapitalismo.