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Università/2. Atenei off ranking, lavoro off market

–  Nella classifica dei primi 100 atenei del mondo non figura nessuna università italiana.  Non è una novità. Ma è un problema. Ed è un problema attuale. È lo stesso problema al quale il governo si è impegnato a trovare soluzione: quello di dare valore al lavoro. La questione, insomma, è la improduttività dei fattori – alti costi, bassa generazione di profitti – di cui i sistemi accademico e laburistico nazionale, sostanzialmente condividono la pena.

Le Università (nel ranking qui citato) vengono valutate in base al ‘peso’ della produzione scientifica realizzata. Un criterio, in fondo, affatto diverso da quello adottato per stimare il valore del lavoro: nello stabilire il compenso giusto per una prestazione professionale si valuta la ricchezza che la medesima è capace di generare, al netto dei costi. Quei costi sono in parte espliciti – così è per le tasse e i contributi previdenziali;  in (gran) parte occulti. Tra questi costi occulti, la voce prevalente è il fattore ‘avversione culturale al rischio’. Il tema è complesso. E pretende attenzione (e conseguente azione) né dogmaticamente indotta né pregiudizialmente sollecitata. Stiamo ai fatti, dunque. Le Università che non si vogliono ‘concorrenziali’ sono le stesse che producono lavoratori potenziali già svalutati rispetto ai colleghi educati negli atenei orientati al profitto. E il mercato del lavoro che si ha l’orrore di vedere aperto alla contrattualizzazione libera è lo stesso che produce occupazione sincopata, squalificata, mortificata nella possibilità di generare valore.

Perdere il lavoro è un rischio, certo. Lo è per tutti. Solo in Italia, tuttavia, si ritiene che il venir licenziati o il non esser ritenuti appetibili da alcun datore di lavoro sia un’opzione culturalmente, prima ancora che socialmente, insostenibile. E per questo si pretende – e con la mediazione dei sindacati, si ottiene – che quella insostenibilità venga istituzionalizzata attraverso meccanismi di ‘tutela’ che, nella sostanza, ottengono il risultato di generare inefficienze e disfunzioni, quindi costi che riducono – non aumentano –  il valore reale che si ritiene invece di dover tutelare. Eterogenesi dei fini.

Università e lavoro, in Italia, depauperizzano le risorse umane, intellettuali, economiche investite. E lo fanno, sovente, con la compiacenza dei depauperizzati.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

One Response to “Università/2. Atenei off ranking, lavoro off market”

  1. Marco Antoniotti scrive:

    Mah. Il mio amico di Brooklyn avrebbe fatto molto a meno del rischio di non avere il lavoro. E sta ringraziando il cielo di averne ritrovato uno dopo due anni e rotti di disoccupazione ed aver quasi fatto fuori i risparmi di famiglia. Ma negli USA il mercato del lavoro è “dinamico”. Forse che siano altre le cause profonde del marasma in cui ci troviamo? Io ad occhio, direi che i grafici di Piketty e Saez forse spiegano un po’ meglio quel che sta succedendo… O no?!?

    A presto

    Marco Antoniotti

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