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Università/1. Signori, si cambia!

– L’Università italiana da sempre è per certi versi un palazzo sterminato del quale non si riconoscono i limiti orizzontali e verticali. Ma con molti accessi chiusi. Una cattedrale del sapere chiusa in se stessa. L’“enorme Cerbero” a guardia dell’ingresso dell’Ade, il cane a tre teste, che simboleggiano la distruzione del passato, del presente e del futuro.

La lunga stagione dell’anarchia finanziaria, a dispetto dei risultati conseguiti, della riduplicazione delle sedi, senza nessun’altra ratio se non quella della creazione di nuovi posti di lavoro per amici di amici e allievi da piazzare, è finalmente terminata. Così come quella di tanti concorsi per ricercatori e professori, dall’esito finale quasi sempre senza sorprese.
L’introduzione di nuovi criteri di valutazione degli Atenei, per i quali sono stati utilizzati due insiemi di parametri, che intendono focalizzare rispettivamente la ricerca e la didattica, ha dato il via ad un ripensamento anche delle modalità concorsuali e, quindi, della valutazione dei titoli scientifici ad esse connessi.

Lo sforzo di uscire da una lunga impasse che ha contribuito a non assicurare il necessario ricambio generazionale all’interno dei numerosi istituti e dipartimenti universitari è degno della più sincera ammirazione. E’ un tentativo di liberare l’Università italiana dallo snobistico, un po’ altezzoso, isolamento nel quale una parte, quella più potente, del suo corpo docente l’aveva coscientemente relegata. Un tentativo di costringere anche la nostra fabbrica di cervelli a confrontarsi con le omologhe istituzioni straniere, europee e non solo.

Non solo nobile, ma anche funzionale ad un suo miglioramento reale, l’intento di passare la produzione scientifica ad un vaglio più oggettivo e a maggiore ricezione internazionale. Ma reso il dovuto omaggio al nuovo sistema di valutazione dei titoli scientifici nei concorsi universitari contenuti nei Criteri e parametri di valutazione dei candidati e dei commissari dell’abilitazione scientifica nazionale, approvato dal Consiglio direttivo dell’Anvur il 22 giugno 2011, è lecito soffermarsi sulle vie scelte per arrivare a tale fine.

Già molti ne hanno parlato, muovendo critiche di merito. Sottolineando come i criteri che misurano la scientificità si riferiscano a parametri ormai largamente discussi e contestati nei Paesi che per primi li hanno adottati. Sul banco degli imputati sono i criteri scelti per l’accesso all’abilitazione:

  1. Il numero degli articoli su riviste e di monografie censite su ISI o Scopus negli ultimi 10 anni;
  2. Il numero totale di citazioni;
  3. L’indice h (eventualmente integrato o sostituito in futuro con nuovi parametri che sono in corso di elaborazione, come l’indice h-IF).

Tuttavia, considerando la difficoltà a definire la pubblicazione scientifica, “allo scopo di migliorare la capacità rappresentativa dell’indicatore e sulla base delle informazioni disponibilil’Anvur suggerisce uno schema di ponderazione nel quale l’”editore internazionale” assicura un consenso maggiore.

Le perplessità sono numericamente e qualitativamente di rilievo. Investono le sedi di pubblicazione e poi gli editori. Ma non solo. L’adozione degli stessi criteri per settori e discipline molto lontane fra loro. Oppure la convinzione che il numero delle citazioni conseguite da un lavoro sia garanzia della sua bontà. Oppure, ancora, che i comitati o i garanti ora richiesti diano più garanzie delle direzioni e redazioni attuali. In particolare per quel che riguarda le discipline storiche e sociali, esse appaiono neglette, malgrado in ambito internazionale si insista sempre più sull’importanza degli studi umanistici per la costruzione di comunità realmente globalizzate.

Così relativamente agli editori, ad esempio, nel campo degli studi storici la piazza d’onore spetta a tre case di riconosciuto appeal, cioè Einaudi, Laterza e Il Mulino. Editori che hanno illustrato la cultura italiana, in ogni senso. Ineccepibile. Ma al contempo sono state escluse da un giudizio positivo la gran parte delle riviste e pubblicazioni delle società storiche regionali, sedi nel passato come nel presente di studi apprezzabilissimi. La conseguenza di questa architettura che dovrà sovraintendere alla valutazione dei titoli è che i piccoli editori e le piccole riviste che non siano in grado di conformarsi alle nuove norme, anche per i costi di un’organizzazione un po’ più complessa, avranno a soffrire maggiormente.

Perché gli autori, naturalmente, saranno spinti, nella scelta di editori e riviste, a prediligere quelli che danno maggior punteggio, e così pure gli studiosi per dirigere collane o riviste. Gli stessi finanziatori sapranno dove indirizzarsi.
In sintesi le piccole case editrici, già in difficoltà, rischiano di vedere assottigliarsi ancora di più lo spazio a loro disposizione. E con esso le chances per gli autori giovani di farsi notare.

Gli aliti di novità, le culture locali, gli studiosi e gli intellettuali più isolati incontreranno maggiori difficoltà rispetto al passato ad uscire dall’anonimato. La piccola editoria, se troverà le risorse per sopravvivere, correrà il rischio di tramutarsi in fenomeno sempre più di nicchia.

La domanda che ci si pone analizzando la griglia di requisiti richiesti è se sia possibile (e maggiormamente funzionale) provare a ridurli. E soprattutto se, davvero, nel modo preordinato dall’Anvur si assicuri da un lato il valore assoluto e dall’altro si garantisca l’autonomia e spontaneità dell’iniziativa culturale scientifica. La quale, come ben sa ciascuno studioso – profilo del quale sembra sfortunatamente sprovvista la Commissione dell’Anvur – non sempre si può formare in rispondenza a una certa modulistica di requisiti e non sempre può dirsi garantita da certificazioni particolari.

Sono piuttosto il libero dibattito e il confronto quotidiano ad aver finora costituito, talvolta, ostacolo al proliferare delle baronie e delle meschinità intellettuali. Al naturale sviluppo di logiche perverse che hanno fatto delle Università italiane, nello stato attuale, epigoni spesso non all’altezza della fama e del prestigio guadagnato nel tempo. Le straordinarie macchine di cervelli a lungo riferimento nel settore in campo internazionale pian piano si sono trasformate in luoghi nei quali continuare ad alimentare sogni di gloria futura.

Alle nostre Università non servono principi di management nè tanto meno l’acritica adozione di dispositivi digitali. Forse basterebbe che ritrovassero la serietà perduta.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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