– Giorni fa una mia amica mi ha detto: “io non vedo niente di così difficile da spiegare del liberalismo: ‘le persone adulte hanno diritto di fare ciò che meglio credono nel rispetto delle libertà essenziali altrui’. che c’è di così difficile?

Se davvero è così facile, perché negli ultimi cento anni il liberalismo non ha giocato alcun ruolo? Perché le rare eccezioni, come la Thatcher, hanno avuto solo un effetto temporaneo*? perché la cultura liberale è sempre minoritaria? Vediamo dove si celano i problemi. 

Le élite non hanno interesse al liberalismo, perché da una limitazione del potere non hanno nulla da guadagnare: avendo elevate probabilità di vincere, non hanno interesse a ridurre la posta in gioco. Quando un’élite trova la strada per il potere, le strutture di potere esistenti la inglobano, come è successo per la Lega.

Gli intellettuali odiano la libertà: tutte le follie del XX secolo erano state già scritte nel XIX. Gli intellettuali vogliono sentirsi superiori alla massa, e mentre in una società libera al più potrebbero fare i correttori di bozze, in una società interventista fanno i consiglieri del principe.

Se volete capire perché il liberalismo perde, dovete studiare la sua nemesi, i “liberal”: dai Fabiani a Krugman. I liberal giustificano l’intervento statale in ogni ambito, cercano consensi con la retorica dei diritti, purché aiuti ad estendere il potere statale, usano i sensi di colpa (“il colonialismo”), la stigmatizzazione (“far west”) per far perdere autostima alla società, indeboliscono le istituzioni sociali (moneta, famiglia, corpi intermedi) per atomizzare la società di fronte al potere politico. Se fosse una strategia consapevole sarebbe geniale…

Le masse sono come le élite: facili da comprare. Le prime perché costano poco, le seconde perché sono poco numerose. Mille porzioni di caviale bastano per rappacificarsi con una nuova élite: per rappacificarsi con la massa servono milioni di piatti di lenticchie.

Lo scopo fondamentale della politica è creare dipendenza: se le persone possono vivere senza chiedere favori alla politica, i politici hanno meno controllo sociale. È dunque utile distruggere il mercato del lavoro, perché così si crea un esercito di disoccupati da far vivere di prebende. È utile creare instabilità finanziaria: il più grande trionfo dello statalismo USA, il decennio Hoover-Roosevelt, derivò da errori dei due presidenti, così come oggi l’ “Europa politica” sta nascendo dalla crisi.

E poi c’è il “divide et impera”. Oggi gli interessi di ognuno sono contrari agli interessi di tutti gli altri: tutti ottengono privilegi a danno dei consumatori, finanziamenti a danno dei contribuenti, credito a danno dei risparmiatori. I “diritti positivi” sono la giustificazione morale dell’uso degli altri come mezzi per i propri fini. Stessa storia per la ricerca di capri espiatori: gli ebrei per Ahmadinejad, gli speculatori per Sarkozy, gli evasori per tutti.

Le classe medie hanno altri problemi: non hanno un’ideologia di riferimento, sono numerose e disunite, e tendono ad illudersi di poter entrare a far parte delle élite, come i giovani che pagano gli esosi ed iniqui contributi previdenziali nella speranza che una nuova generazione verrà costretta ai lavori forzati per finanziare le loro pensioni. Inoltre come tutti gli elettori non hanno interesse a capire qualcosa di politica. Difficile per loro fare resistenza al potere.

E la battaglia delle idee? La società democratica è superficiale: all’elettore medio frega nulla di votare razionalmente, essendo il suo voto ininfluente, e non si impegna a capire i problemi, anche quando è nel suo interesse.

La politica diventa dunque un parco-giochi per persone che vogliono comprarsi una coscienza pulita a prezzi modici: il tanto parlare di giustizia nella filosofia politica non può avere altra spiegazione, perché un tempo i pensatori politici si occupavano anche della realtà. Come chi va al potere per fare del bene vi rimane per stare bene, chi giustifica il potere affinché faccia del bene lo fa perché ciò fa star bene.

La politica fa un uso strumentale della cultura, distruggendola. Un argomento efficace non deve essere vero, una menzogna utile è preferibile ad una verità dannosa, la verità nasce dalla reiterazione del falso, le energie intellettuali sono spese per giustificare i propri interessi… Da Hume siamo scesi fino a Rawls, dai pensatori politici che cercavano di capire la realtà siamo arrivati a quelli che cercano di giustificarla senza nemmeno interrogarsi su come funziona.

I cittadini divengono dei beneficiari di privilegi a spese altrui, e si trasformano in “accattoni che di mestiere fanno gli elettori”. La politica insegna a dipendere dai politici, distrugge l’autonomia sociale che sola può insegnare gli uomini a vivere vite libere e autonome, e produce la cultura del servilismo, che non è che la razionalizzazione della propria eteronomia, o dei propri privilegi.

Una società che non sa autogovernarsi perché atrofizzata e anestetizzata dalla politica non può liberarsi dai politici senza subirne pesanti conseguenze. D’altra parte un politico liberale andrebbe contro i propri interessi e la propria posizione sociale, e penerebbe a trovare collaboratori tra i suoi colleghi per perseguire un obiettivo per loro così irrazionale.

Infine c’è il diritto, o quel poco che ne rimane: gran parte dell’attività legislativa e regolativa consiste nel vendere privilegi legali. Si parla tanto di giustizia, ma la giustizia non esiste quando l’interesse particolare usa la coercizione pubblica a suo beneficio. Il diritto diventa uno strumento di iniquità e ingiustizia, la “guerra legale di tutti contro tutti”, la “legge della giungla”. Il potere non è mai stato così potente.

I liberali giocano su un campo in salita: per fare un gol devono sfiatarsi, per subirne uno basta che la gravità porti il pallone a valle. La natura del gioco impone che perdano, con rare e temporanee eccezioni: bisogna trovare un modo per spianare il campo di gioco.

Il problema è fondamentalmente questo: che esistono ragioni liberali, ma non interessi liberali. E in politica le ragioni contano veramente poco, mentre gli interessi invece fanno la parte del leone. A osservare la politica sembrerebbe che l’asservimento dei molti al potere dei pochi sia lo stato naturale della società. Le soluzioni ovvie e semplici sono tutte errate: bisogna pensare fuori dagli schemi, e forse una strategia vincente si troverà.

* La spesa pubblica britannica, scesa sotto la Thatcher, risalì ai livelli degli anni ’70 subito dopo. Però almeno una cosa la si potrebbe imparare da questa ennesima sconfitta: la vittoria può venire soltanto da convinzioni rigide, una retorica forte, un carattere ferreo, un’ideologia robusta.