Sul mercato del lavoro Monti chiami l’all-in, rischiando tutto

di PIERCAMILLO FALASCA – E’ presumibile che alla fine un accordo sul mercato del lavoro sarà trovato: non è però scontato che l’esito sia una buona riforma e non un inutile papocchio. E allora – se fossimo Mario Monti – sulla modernizzazione del diritto italiano del lavoro e del sistema di tutele dei disoccupati ci giocheremmo tutto, fino alla stessa prosecuzione del governo tecnico, tanto la riforma è necessaria e improcrastinabile.

Tra il decreto Salva-Italia di fine 2011 e i provvedimenti successivi c’è stato un cambio di passo evidente nell’approccio dell’esecutivo alle richieste e alle ritrosie dei partiti della maggioranza, in primis il Popolo della libertà e il Partito democratico. Con la prima manovra economico-finanziaria sono stati approvati una riforma delle pensioni, alcuni tagli di spesa ed un salato riordino fiscale che, in altri tempi, avrebbero necessitato di mesi di trattative, scioperi e strappi, riconciliazioni e limature. Successivamente, approvata la manovra d’emergenza e iniziato a calare lo spread, le maggiori forze politiche hanno invece svestito i panni di attori responsabili, illudendosi di poter lucrare consenso sui malcontenti e sulle resistenze alle riforme che Monti realizzava o provava a realizzare. E’ accaduto con le tentate liberalizzazioni del servizio taxi o della vendita di farmaci – vicende che hanno guadagnato le pagine dei giornali – ed è successo in tanti altri casi meno noti, ma altrettanto significativi.

Il premier ha lasciato fare, concedendo lo stralcio o l’ammorbidimento di questa o quella misura dai provvedimenti del governo: una scelta che ha lasciato a molti di noi l’amaro in bocca, ma che è stata in fondo comprensibile e strategicamente inevitabile.

Sul mercato del lavoro, tuttavia, il governo si gioca la sua stessa ragion d’essere: non avremo molte chance, nell’immediato dopo-Monti, di aprire o riaprire un file tanto delicato, pieno di virus ed insidie. Non c’è “sopravvivenza” senza una riforma seria e profonda del mercato del lavoro, la cui arretratezza oggi rendono la società italiana iniqua e asfittica, crudele con i deboli e magnanima con i forti.

Insomma, come un giocatore di Texas Hold’em serve che Monti dichiari l’all-in, rischiando tutto. Abbatta l’articolo 18, lasciando l’obbligo di reintegra sul posto di lavoro solo ai casi di discriminazione. Bonifichi la giungla dei contratti atipici, affinché le formule contrattuali non distorcano le scelte degli imprenditori e non creino lavoratori di prima, seconda e terza classe. Renda più efficiente il sistema degli ammortizzatori sociali, facendone uno strumento autenticamente assicurativo (che col tempo, magari, potrebbe essere ibridato con sane logiche di mercato).

Una rivoluzione copernicana delle regole secondo cui gli italiani lavorano, cioè realizzano se stessi e il proprio futuro, val bene il futuro del governo: ascolti tutti, Monti, ma poi decida lui, con il supporto tecnico del ministro Elsa Fornero, quale testo non negoziabile presentare al Parlamento e al Paese. A quel punto, PDL, Terzo Polo e PD sarebbero chiamati ad esprimere (o meno) la fiducia più politica che c’è.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

One Response to “Sul mercato del lavoro Monti chiami l’all-in, rischiando tutto”

  1. marcello scrive:

    Si può parlare di discriminazione se il lavoratore è ricattato dal datore (se non fa le cose non previste dal contratto c’è il licenziamento)? Se sì allora va bene anche cambiare l’art. 18 in questo senso, se poi fra i motivi economici non ci sono le fusioni oligopolistiche.

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