– Una democrazia si riconosce soprattutto dalle emergenze. Troppo facile crogiolarsi nelle garanzie quando tutto va bene. È quando tremano i polsi che mantenere la calma e tenere la schiena dritta diventa più difficile. Molto complicato, quasi impossibile. Per dirne una, l’America di Bush jr. rinunciò a molto di ciò che l’ha resa la “città luminosa sulla collina” con il Patriot Act e con l’apertura di Guantanamo. Dopo l’11 Settembre non subì più attentati sul suo suolo, ma a che prezzo? E davvero la politica antiterrorismo non poteva essere portata avanti in altro modo?

Tornando all’Italia di oggi, nella nostra Italia sospesa nella terra di mezzo tra una Seconda Repubblica agonizzante e una Terza  allo stato fetale,  le parole del Garante per la Privacy Pizzetti ci fanno interrogare e discutere. Perché ci riguardano molto  da vicino e ci interrogano sul rapporto tra le tasse che paghiamo e i servizi che riceviamo, tra il diritto alla riservatezza e la trasparenza propria di una società aperta e democratica, tra i diritti del contribuente e le esigenze fiscali di uno Stato onnivoro.

Nel bilancio del suo settennato alla guida dell’Authority, Pizzetti ha usato parole forti. Ha detto che la lotta all’evasione fiscale negli ultimi mesi ha fatto registrare «strappi forti allo Stato di diritto», aggiungendo che è proprio degli Stati non democratici quello di invertire l’onere della prova, pensando che i propri cittadini sono tutti dei potenziali delinquenti. E ancora, ha detto Pizzetti, le nuove tecnologie digitali possono portare a fenomeni di controllo sociale mai sperimentati nella storia. Il procedimento di  imposizione fiscale come moderno Panoptycon, quindi, la nuova frontiera delle democrazie che rischiano di cadere nell’autoritarismo.

Ora, cerchiamo di astrarci dalla contingenza politica attuale e di vedere il tema come una costante della nostra Italia, almeno degli ultimi decenni. E del ruolo che le imposte hanno avuto e hanno nel nostro Paese. La premessa, secondo noi, è che la pressione fiscale, in Italia, è insostenibile. Troppe tasse e troppo alte, in tutti i campi: dal lavoratore dipendente al lavoratore autonomo, dall’artigiano all’imprenditore. Causa ed effetto di ciò: l’evasione fiscale è altissima. Le tasse sono così alte perché in troppi non le pagano; e in troppi non le pagano perché sono così alte.

Ma poi, a cosa dovrebbero servire le tasse? A pagare gli stipendi di chi lavora per il settore pubblico, a mantenere uno Stato che non sia invasivo e non entri nella vita delle persone a gamba tesa ma gli garantisca alcuni servizi essenziali ed efficienti (sanità e scuola sono tra questi). Ora, ci vuole molta fantasia, per pensare alle nostre strutture pubbliche in termini di efficacia e di efficienza. Troppi sono gli sprechi, e troppo alta la spesa sociale improduttiva.  E troppo imprecisato è il luogo dove spesso vanno a finire i nostri soldi di contribuenti.

L’inconcludente bipolarismo muscolare di questi anni ha prodotto rispetto al tema due approcci opposti ma purtroppo speculari: da una parte, i condoni di Tremonti e le strizzatine d’occhio di Berlusconi alla vasta area dell’evasione fiscale, che blandivano il blocco sociale e la constituency  alla base di quel centrodestra con il lassismo e il “volemose bene”; dal’altra la faccia feroce di Visco e le “tasse bellissime” del compianto  Padoa Schioppa: una politica forse più accettabile dal punto di vista etico ma volta più a reprimere in maniera poliziesca il fenomeno dell’evasione che a spiegarne le cause e ad agire su di esse.

E quindi siamo arrivati a oggi, a un governo tecnico chiamato a risolvere l’emergenza economica di quest’Italia arrivata a un passetto dall’abisso, ma sempre senza prendersi troppo sul serio. Sono i mesi della tracciabilità sopra i mille euro di spesa, dei blitz a Cortina e in Corso Como a Milano, del segnale che in una fase di crisi (e di emergenza) tutti devono pagare, nessuno escluso. Soprattutto quelli che non pagano ciò che dovrebbero.

Il vero punto chiave della faccenda è: fin dove uno Stato democratico può spingersi nel reperimento coatto di risorse, quali sono i suoi limiti, che cosa deve fare quello Stato e che cosa devono fare i suoi cittadini?

Uno Stato democratico, va da sé, può e deve agire nei confini, spesso stretti ma obbligati, della legalità. Legalità che significa non solo far rispettare le leggi ai cittadini ma garantirne la libertà: libertà positiva e negativa, libertà di e libertà da. Secondo noi, pur essendo sacrosanta la lotta all’evasione fiscale e dovendosi nutrire, in una situazione oggettivamente complicata come quella attuale, anche di blitz eclatanti, non si deve né impaurire né indottrinare il cittadino. Al massimo, uno Stato serio gli può dare un esempio rispettando per primo le regole e le garanzie che esso pone.

Non sappiamo se il diritto alla riservatezza della singola persona valga di più, o di meno, del diritto della collettività a ricevere servizi degni di questo nome per le imposte pagate, e per quelle non pagate. Ogni cosa, se portata all’estremo, rivela il suo lato oscuro e feroce: e la trasparenza assoluta, quando non riguarda più persone con responsabilità pubbliche ma il vicino di casa, il salumiere del quartiere, il barista che ci serve in pausa pranzo, rischia facilmente di diventare delazione. Fenomeno non esattamente proprio di una società democratica. Ciò che sappiamo bene però è che non è credibile uno Stato che davanti a tutti mostra la faccia feroce e inflessibile, ma di nascosto  distribuisce prebende e favori ai soliti ignoti.

Paghiamo le tasse e paghiamole fino all’ultimo centesimo di euro. Ma pretendiamo, facendo pressione sulla politica, che quelle tasse scendano, perché si possa pagare meno e pagare tutti. E pretendiamo anche, da quello Stato a cui diamo i soldi frutto del nostro lavoro, che le nostre tasse rientrino a noi in servizi fruibili da tutti: ad esempio, in infrastrutture, ospedali, scuole. Altrimenti le operazioni e i blitz di questi mesi saranno come l’ultima sigaretta che si offre al condannato a morte: godibile, ma inutile.