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ICT, l’Italia è indietro (e non cresce). Non solo per colpa della politica

Con questo articolo ricomincia “Cronache di Webia, libera rete in libero mondo”, la rubrica di Libertiamo dedicata al rapporto, sempre più stretto, tra politica e Rete. Ci vogliamo chiedere – come Luca Martinelli in questo articolo – quanto l’opinione pubblica occidentale, e quella italiana in particolare, sia consapevole del fatto che solo un ambiente normativo sufficientemente aperto e libero può consentire agli operatori di Internet di sfruttare le enormi potenzialità della rete, a vantaggio degli utenti e del sistema economico. Racconteremo i tentativi dei governi autoritari del mondo (e non solo loro, purtroppo) di ridurre gli spazi di libertà d’informazione in Rete e come proprio Internet sia un importante grimaldello per diffondere libertà, benessere e diritti.
Webia, un po’ come Narnia, la terra promessa delle menti libere di tutto il mondo.

La Redazione

Una delle tante ragioni del declino dell’economia italiana è stata l’assenza di una politica coerente riguardante lo sviluppo delle infrastrutture digitali. Da anni, esistono studi e analisi che dimostrano che quanto più un Paese investe nella cosiddetta “economia digitale”, tanto più esso cresce.

La beffa nel nostro caso è addirittura doppia: agli inizi del XXI secolo, secondo il Rapporto Caio,* l’Italia era all’avanguardia negli investimenti sulla banda larga. Dopodiché, abbiamo perso il treno, facendoci superare da quasi tutti i Paesi dell’Est Europa e precipitando sempre più in tutte le classifiche su penetrazione della banda larga e utilizzo delle funzionalità a essa connesse.

Un nuovo studio dell’ottobre 2011, a cura del Digital Advisory Group, denuncia cinque ostacoli alla crescita del digitale:

  1. scarsa velocità e affidabilità della banda larga (“ogni giorno, in media, più di 200 uffici postali non sono in grado di operare a causa di problemi di connessione“);
  2. scarsa propensione all’e-commerce da parte di consumatori e aziende (il commercio via web è solo lo 0,7% del PIL e meno del 5% delle PMI vende tramite canali online, in Germania i dati sono rispettivamente 1% e 20%);
  3. insufficiente comunicazione riguardo i servizi online della Pubblica Amministrazione (il Piano E-Gov 2012 ha ampliato notevolmente l’offerta di servizi, che però non vengono usati perché la gente non sa che esistano);
  4. limiti nel quadro normativo (legislazioni troppo restrittive, interpretazioni troppo differenti fra loro in sede giudiziaria e in generale un approccio troppo rigido, specie sul diritto d’autore, volto più alla tutela della forma che non del risultato);
  5. carenza di competenze digitali (la formazione di “imprenditori digitali” è snobbata da larga parte delle università italiane e quei pochi che vengono formati, ovviamente, scappano all’estero).

Solo colpa della politica, dunque? Stavolta no. Questi cinque problemi, se letti con attenzione, portano all’individuazione di tanti responsabili.

È vero che la classe politica non manca mai di mostrare la propria paura verso la Rete, ciclicamente riproponendo sempre le stesse misure punitive (emendamento D’Alia, emendamento Fava, “comma ammazza-blog”…). È vero che, dal 2001 a oggi, per circa 8 anni ha governato un signore che vedeva in Internet uno strumento di crescita, ma solo delle proprie aziende (vedi la primissima stesura della delibera AGCom sul diritto d’autore o la “norma anti-Amazon” sugli sconti sui libri).

Tuttavia, esiste anche una forte – e ingiustificata – refrattarietà della popolazione italiana a utilizzare canali diversi dalla coda alla posta o dal negozio sotto casa per fare le operazioni di tutti i giorni, come pagare una bolletta o acquistare un vestito.

Non parliamo del cyber-attivismo: mentre in tutta Europa ai primi di febbraio si protestava violentemente contro l’ACTA, con tanto di dimissioni del relatore al Parlamento Europeo sull’accordo e addirittura le scuse pubbliche dell’Ambasciatrice di Slovenia in Giappone che aveva materialmente firmato l’accordo per il suo Paese, le piazze italiane sono andate deserte. “C’era la neve” s’è detto. Come se in Germania o in Polonia, dove si sono avute le contestazioni più dure, non avesse contestualmente nevicato in abbondanza.

Non è una questione di resistenza o abitudine al freddo, ma di disinteresse per qualcosa di cui non si capisce l’importanza. Le vicende sul copyright o sulla banda larga continuano ad apparire lontane al “Paese profondo”, interessato di più ai nuovi smartphone e alle nuove app da scaricare – che, però, hanno bisogno sempre più di banda larga per poter gestire il traffico di dati.

È, dunque, questo che va spiegato in maniera chiara, una volta e per tutte: questi non sono argomenti da smanettoni e sciroccati assimilabili, ma riguardano anche le nostre vite. Senza contare che Internet è anche uno strumento con cui far sentire la propria voce, ancor più prezioso in un momento come questo, in cui l’Italia ha necessità di ripensare se stessa, dopo anni passati a guardarsi l’ombelico.

[*] Il “Rapporto Caio” era un rapporto steso da Francesco Caio, ex dirigente di Olivetti e Omnitel (oggi Vodafone), e consegnato al Governo Berlusconi IV nel marzo 2009. Originariamente inteso come riservato, fu pubblicato due mesi dopo da Wikileaks, che iniziò a farsi conoscere in Italia proprio con questa pubblicazione.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

One Response to “ICT, l’Italia è indietro (e non cresce). Non solo per colpa della politica”

  1. Paolo scrive:

    ???

    Questo è il Paese dove nell’immaginario collettivo un informatico è colui che “sa andare sul compiuter”…

    Dove molti imprenditori non sanno la differenza tra un database administrator e uno spippolatore da garage…

    Dove nelle scuole superiori l’informatica non è matematica applicata e scienza del trattamento dell’informazione, ma imparare a usare Office…

    Dove i migliori progetti di e-goverment sono tanto banali e inutili quanto costosi (vedere, che so io, il progetto CiTel)…

    Dove si distribuiscono fior di quattrini ai soliti noti per http://www.italia.it (vedere scandaloitaliano.wordpress.com)…

    Dove è quasi impossibile pagare una multa via web con carta di credito…

    Dove per iscrivere i figli a scuola puoi scaricare il modulo dal sito web, salvo poi constatare che “il richiedente deve provvedere a stampare il presente modulo, compilarlo interamente e presentarlo presso questa Segreteria in orario di apertura al pubblico, onde sottoscriverlo in presenza del Funzionario che procederà all’identificazione del richiedente su esibizione di un documento d’identità in corso di validità; in alternativa, è possibile delegare un terzo alla presentazione dell’istanza, ritirando presso questa Segreteria l’apposito modello di delega”

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