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‘Vent’anni da sporco lobbista’, intervista a Fabio Bistoncini

– E’ tra i più importanti lobbisti romani, da oltre vent’anni svolge questa professione assai particolare di difesa degli interessi presso i decisori pubblici, prima tra Camera e Senato, ora fino alla Commissione Europea. Fabio Bistoncini, romano, classe 1964, laureato in giurisprudenza, parla del suo mestiere in un libro Vent’anni da sporco lobbista recentemente pubblicato da Guerini & Associati. Ma più che parlare delle lobby, Bistoncini cerca di aprire gli occhi al lettore, facendo luce sulle ombre e spiegando una parte dei segreti del mestiere.

Il volume è ricco di aneddoti interessanti e si legge velocemente, la dedica finale  è  al padre dell’autore che non aveva un’idea del tutto positiva del mestiere di lobbista.

Incontro Fabio Bistoncini, capelli brizzolati occhi azzurri camicia bianca e bretelle blu, in un grande salone con un tavolo a ferro di cavallo e tanti mucchietti di fogli bianchi davanti a ciascuna sedia. I soffitti sono alti, tipici degli antichi palazzi romani come questo vicino al Senato.

Il titolare della Fb & Associati accetta di parlare del suo lavoro, un’occupazione affascinante e oscura, perché il mistero suscita interesse e il lobbista, per contratto, non può sbottonarsi più di tanto.

Bistoncini, nel titolo in copertina “sporco” è scritto in corsivo, un carattere diverso rispetto alle altre parole, perché? 

Perché ovviamente non penso che il mio sia un lavoro sporco ma viene dipinto come tale.

L’editore mi chiedeva un titolo un po’ originale, un po’ più accattivamente rispetto a «Vent’anni da lobbista». Alla fine, anche grazie ai suggerimenti di un cliente abbiamo scelto “Vent’anni da sporco lobbista”. La tesi del libro è cercare di confutare il pregiudizio che avvolge la mia professione, è un pregiudizio che troviamo anche in altri contesti ma che è fortemente italiano.

Per chi non ha ancora letto il libro, ci può sintetizzare chi è il lobbista?

È semplicemente un tecnico che come lavoro rappresenta gli interessi particolari cioè di parte presso il decisore pubblico. Nel libro cerco di spiegare come si sviluppa tecnicamente il mio lavoro. Il frangente decisionale diventa sempre più complesso perché più complessa è la società, non sono più solo Governo e Parlamento i centri decisionali, c’è un incremento del sistema decisionale verso la periferia, verso le Regioni e poi verso l’Unione Europea che è l’altro grande centro decisionale.

In tanti anni di attività i casi risolti saranno stati molti, ma la fortuna, si sa, non c’è sempre, a volte sarà riuscito a risolvere casi difficili, altre avrà visto bloccati casi relativamente semplici, come è il bilancio?

Non è che vinciamo tutte le battaglie anche se abbiamo un’ampia casistica di successi.  La nostra fortuna professionale dipende da quanto siamo apprezzati dal mercato per i successi oltre che per il metodo di lavoro e la serietà di comportamento. E’ il contesto, politico e istituzionale, in cui ci muoviamo che si può modificare nel corso del tempo. Magari uno comincia un’attività di lobbying in un determinato contesto con obiettivi che sembrano realizzabili e poi invece non lo sono o viceversa perché  il contesto può peggiorare o migliorare. Poi ovviamente all’interno del contesto c’è  la capacità del lobbista di adeguarsi e modificare la strategia.

Chi non conosce nel dettaglio la professione del lobbista, spesso si ferma al pregiudizio, questo capita anche con alcuni decisori pubblici? In alre parole, ci sono differenze significative sul modo in cui i rappresentanti dei partiti si relazionano con voi?

 Non ci sono differenze significative. Il decisore pubblico, indipendentemente dal suo approccio politico, è abbastanza aperto all’ascolto, anche se non è detto poi che recepisca le nostre istanze. Da questo punto di vista c’è un’evoluzione nel senso che sempre di più i decisori si rendono conto che gli interessi organizzati rappresentano una miniera informativa che può aiutarli a prendere meglio delle decisioni. Quindi è proprio dall’ascolto delle istanze che si rendono conto degli effetti che ciascuna loro decisione può avere. In passato questa attività di raccolta di informazioni veniva fatta dai centri studi dei partiti che ora sostanzialemente non esistono più, perché si è modificata la struttura partitica.

Non possiamo non fare un accenno alle recenti novelle legislative, prima europee e poi nazionali che cercano di regolamentare l’attività lobbistica presso le sedi istituzionali, quale è la sua opinione al riguardo?

Che serva una normativa al riguardo è evidente. Carlo Casini, presidente della Commisione affari istituzionali del Parlamento europeo, forse anche in ritardo, ha proposto un registro volontario dei lobbisti, una proposta che non condivido perché il registro ha senso se è obbligatorio. In Parlamento giacciono almeno una ventina di proposte di registri, alcune cercano di democratizzare questo mestiere. Il ministro delle Politiche Agricole Catania ha previsto un registro presso il suo ministero, è sicuramente un’iniziativa lodevole però dovrebbe essere sistematizzata. In questi giorni il Senato, a seguito delle polemiche sul decreto liberalizzazioni, ha deciso di istituire un registro obbligatorio dei gruppi di interesse. Però se manca una normativa quadro, il rischio è che alla fine ce ne siano troppi di registri, e che poi l’obiettivo della trasparenza, che sta alla base di questi tentativi, si perda. Meglio sarebbe avere un unico registro tenuto presso la Presidenza del Consiglio oppure due registri, uno per il Governo e le Autorities e un altro per il Parlamento.


Autore: Chiara Masini

Nata nel 1978 sotto il segno dei gemelli, vive e lavora tra la Toscana e Bruxelles. Laureta in Lingue e Letterature Straniere e, successivamente anche in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha lavorato nel marketing in Inghilterra. Dopo la specializzazione in Relazioni Internazionali e Diplomatiche, scrive per quotidiani, riviste e siti web.

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